Fare memoria

 

In questa pagina si ripropongono alcuni articoli finora scritti per fare memoria del martirio di Adelaide.

 

 

L’odio sacro verso il padre

 

“A me piacerebbe tanto che tu fossi mio papà”

 

Le due fotografie mostrano: la prima il prete don Luigi Cortesi in uno sconcio amplesso con Adelaide appoggiata sul suo pube; l’altra il padre Enrico Roncalli, in piedi accanto alla figlia Adelaide.

 

Il prete e il padre di Adelaide, sono stati immortalati, con la bambina, in due pose diverse, nello stesso giardino,

 

(del convento delle suore Orsoline, dove è stata effettuata l’orrenda visita alle pudende di Adelaide, e dove la bimba è stata reclusa a forza e tormentata per mesi e mesi).

 

Nel momento cui effondeva le proprie tenerezze alla bambina,

 

per conquistarne l’attacamento e sostituirsi al padre, per poi sedurla e piegarla al proprio dominio assoluto mediante l’immonda visita delle pudende, effettuata in quel convento col dottor Cazzamalli e le suore, il prete don Luigi Cortesi si proponeva di annientare totalmente il padre della stessa piccola Adelaide.  E avere campo libero.

Come avverrà.

 

Adelaide non avrà mai alcuna tutela. Nemmeno al processo!

 

Don Luigi Cortesi esibirà il progetto di dominio sulla bambina, pensato e attuato fin dal primo incontro con la stessa, nelle pagine (84-95) del suo libro. Così che la Chiesa potesse sapere come comportarsi in futuro coi bambini come Adelaide.

Innanzitutto approfittare del padre povero e debole e delle famiglie indigenti.

 

Il libro è:

 

Il problema delle apparizioni di Ghiaie, S.E.S.A. Bergamo, 1945.

Scritto in Seminario a Bergamo, pubblicato dalla Curia di Bergamo e usato dal Tribunale Ecclesiastico di Bergamo per condannare Adelaide alla gogna più orrenda.

 

Riproduciamo le pagine di questo libro orrendo - che appartiene in toto alla Chiesa Cattolica responsabile prima del martirio di Adelaide -  in cui don Cortesi traccia il ritratto mostruoso del padre di Adelaide.

 

Lo offriamo al clero cattolico di ogni parte del mondo, alle religiose di ogni Ordine, e ai fedeli che si coprono gli occhi per non vedere la verità, perché nessuno possa dire: “non sapevo” e pensarsi innocente.

 

Un padre è disgustosamente calunniato, completamente denudato, sfregiato, e calpestato senza alcuna possibilità di difendersi perché estremamente povero.

 

L’odio verso la bambina e suo padre appaiono in modo raccapricciante in questo testo orripilante sempre legittimato dalla Chiesa e mai condannato quale opera nefasta dell’accusatore dei nostri fratelli.

Il che dimostra che la calunnia, la menzogna e la violenza sui poveri costituiscono la faccia demoniaca della Chiesa Cattolica che falsamente difende e cura i poveri, ma li odia, come odia i bambini e i padri.

 

Il biotipo organico di Enrico

 

non offre stimmate gravemente preoccupanti. Lo stile corporeo è apertamente longilineo, ma non presenta le diatesi morbose a carico dell’albero respiratorio, statisticamente associate alla longitipia. Probabilmente è un ipertiroideo, con facies basedovoide.

 

Capelli e peli sono di un chiaro flavismo; gli occhi sono azzurri. Caratteri che, pei nostri paesi, dove predomina il pigmento complesso scuro nei capelli, nei peli e nell’iride, debbono probabilmente assumersi come caratteri puri, risultati dalla dissociazione mendeliana: infatti ritornano nei discendenti (Nunziatina e Vittoria: due sopra otto figli) suppergiù colla stessa frequenza di 1 su 4, propria dei caratteri recessivi puri di Mendel. Ora si sa che, in generale, i caratteri puri sono più deboli dei caratteri eterozigoti d’incrocio e nel biotipo possono considerarsi come stimmate degenerative.

 

Inoltre, da una sommaria indagine anamnestica, risulta che Enrico, nell’adolescenza e nella giovinezza, soffrì di artrite poliarticolare acuta, più volte recidiva, che lo costringeva all’immobilità; per due anni, poi, lo rese infermo, impedendogli ogni movimento del collo. Il male ebbe notevole remissione in seguito all'applicazione di bottoni di fuoco, subita nella clinica Gavazzeni di Bergamo. Probabilmente si tratta di morbo ereditario, poiché anche la mamma di Enrico soffrì di artrite deformante, a carico soprattutto delle articolazioni della mano, la quale, secondo le descrizioni dei familiari, interessava il cuore e provocava una tosse ostinata. Oggi Enrico soffre per vene varicose, accusa insufficienze cardiache (cardiopatia valvolare, dice un documento), le quali possono essere provocate o, se sono di origine ereditaria, aggravate dall'eccessivo uso di alcool e di tabacco.

 

Aspetti piu inquietanti si rilevano nel tipo psicologico di Enrico. Se n'è fatto un gran parlare e sparlare in paese e fuori paese. Riferisco qui alcune dicerie che potei raccogliere, lasciandone tutta la responsabilità alle fonti. Egli si ubriaca più di quello che sia consentito perfino a buon bergamasco: cioè tutte le domeniche e le altre feste comandate. Talora anche in quelle non comandate, quando circostanze speciali, come il fortunato caso occorso alla sua bambina, gli procurano i denari necessari.

 

Passa lunghissime ore all’osteria, bevendo, giocando e parlandomale. Spesso trascorre la notte fuori casa, dormendo là dove l'ebbrezza l’ha abbattuto, su una panchina, in un prato, ai margini della strada, addossato al muro, su una riva erbosa: i familiari ci sono avvezzi, soffrono, ma senza darsene soverchio pensiero. Rincasa al mattino, di solito ammaccato in varie parti: è cosa consueta vederlo coperto di cerotti, il lunedì.

 

Le manifestazioni della sua ebbrezza sono d’ordinario pacifiche: canta, scherza, s’appoggia al tavolo e dorme, narra Ad. Ma spesso sono scenate. Egli avverte puranco depreca il suo vizio. A maggio parve perfino deciso di abbandonarlo. Un giorno lo consigliavo, da amico, di usare il vino con saggia parsimonia e, per appoggiare il consiglio con motivi per lui più efficaci, avvertivo che un riconosciuto alcoolismo del padre avrebbe gettato gravi dubbi sulla sanità psichica della figlia e perciò sulla realtà delle visioni. (Attenzione, critici di Ad.! annotate che anche io congiuravo per nascondere ai competenti gli elementi negativi del problema). Rispose: «Si, avete ragione, io non ho altri difetti, ho soltanto questo da offrire alla Madonna. Non mi ubriacherò più»; e mi parve sincero. Era il 25 maggio. Mi fu riferito che, scaduto il mese, era scaduta anche la

promessa; anzi, quel difetto offerto alla Madonna s'era rincrudito per le accresciute risorse economiche della famiglia.

 

Più volte Enrico trascorse ancora la notte fuori casa. Anche le visite alla figlia gli offrono l'occasione di sbronzarsi; mi riferiscono oggi stesso (28 agosto) che l’altra sera venne a Bergamo, visitò la bambina e ritornò al Torchio verso il meriggio di ieri: egli stesso, per quelli che non lo sospettavano, narrò come aveva trascorso quell’intervallo. Una ignobile fauna di adulatori e di scrocconi gli pagano da bere, perché è il padre della bambina», o gli chiedono da bere perché «da Rico che era, s’è fatto ricco». Le sue liquide imprese gli procuravano parecchi dispiaceri. Intanto, assottigliavano le finanze familiari già modestissime e insufficienti per il mantenimento della numerosa prole. E pi provocavano contro di lui gravi provvedimenti da parte dei suoi superiori di lavoro. Senza dire che nello stato di ebbrezza egli si lascia scappare espressioni disgustose e compromettenti. Per esempio, una domenica, sdraiato nella bettola di un paese vicino, fu sentito gridare a più riprese: «La pace l’ha in mano la mia bambina, la pace». E non ci fu verso di farlo tacere. Specialmente quando è alticcio, manifesta il proposito di vivere a spalle di Ad.: «Io non ho più bisogno di lavorare, io; io sono stanco di lavorare; io sono ricco; ho danari da regalare a tutti quelli delle Ghiaie».

 

L’alcoolismo del padre è la prima e la più diffusa obiezione contro le visioni di Ad. Un amico mi scrive: «Tutti qui lo conoscono e ne parlano nei termini i più biasimevoli: unbriacone e bestemmiatore. Circa 15 giorni fa lo vidi qui in una osteria: erano le 21 e vi si trovava dal mezzodì. Ubriaco fradicio in una positura sconcia, bestemmiava e cosa raccontava!». Peraltro, all’infuori di un notevole esoftalmo, di una sovreccitazione nervosa e di un tremito diffuso, egli non presenta chiaramente il quadro clinico dell’alcoolismo.

 

Tuttavia si potrà sospettare in lui almeno una grave deficienza dei poteri inibitori.

Molto chiasso si fece ancora, perché dal 21 maggio abbandonò il lavoro. Adduceva a sua giustificazione la necessità di custodire la casa dall’invasione dei visitatori. In seguito pretestò vari mali, riconosciuti da certificati medici, vene varicose, debolezze cardiache, coi quali proclamava la sua inabilità al lavoro o, quanto meno, al lavoro pesante. I vicini sussurravano: «Perché le produce solo adesso, queste ragioni?». Egli non nascondeva il suo proposito di assicurare a e alla famiglia un agiato avvenire, sfruttando lucrosamente la fortuna toccata alla figlia.

 

Vistose offerte di vario genere gli procurarono un rassicurante patrimonio, che venne continuamente alimentato dal commercio delle fotografie di Ad. Neppure si fece scrupolo di vendere o di affittare i giocattoli, i vestiti, i regali già usati dalla bambina: naturalmente a borsa nera, perché quelli erano reliquie, santificate dal contatto con Ad. Il suo contegno suscitava scandalo e disgusto nei visitatori: « Ma come? gli si diceva, vendete vostra figlia a 10 lire? Avvilite e tramutate in lucro i favori della Madonna?... ». A sua discolpa adduceva i grassi guadagni che

una nube di profittatori e di speculatori traevano dal commercio di fotografie e di ninnoli: se erano leciti a costoro, perché dovevano essere illeciti a lui, che era il padre, che aveva una numerosa prole da mantenere? Ebbene, perché abbandonasse quel disonorevole commercio, gli furono promessi abbondanti aiuti finanziari, una lauta pensione perpetua e perfino una larga partecipazione agli utili della eventuale cancelleria religiosa, che si sarebbe aperta qualora le apparizioni fossero state approvate dall’autorità. Non si ottenne nulla. Alle mie

raccomandazioni rispondeva con mansueta sottomissione. Invece, alle stesse raccomandazioni rivoltegli da parenti assennati rispondeva con tracotanza.

 

Le mie visite al Torchio erano spiate e furtivamente preannunciate in modo che i venditori avessero il tempo di ritirar le fotografie e non fossero colti in castagna.

Il commercio cessò, quando, precipitato di schianto l'entusiasmo, cessarono le richieste. Allora la famiglia mi si attaccò tenacemente, come all’unico che ancora s’interessava con sincera passione del problema; mi consultava con fiducia, anche nei minimi affarucci, accettava i consigli. Enrico tornò al lavoro ottenendo che gli fosse affidato un settore meno pesante.

 

In paese si dice ancora che Enrico ha fama di litigioso, di attaccabrighe, di « rampino »; tant'è vero che quando scoppia un diverbio, si sussurra da tutti: « Sarà stato Rico, il Roncallino... sempre lui ». Anche alla moglie toccò soffrire le violenze della sua collera. Sulla buona Annetta fece pesare duramente, almeno in passato, l’autorità maschile e maritale. Si narra che un giorno, nei primi anni di matrimonio, aspettò la moglie sulla soglia del tempio, se la fece inginocchiare davanti e l’obbligò a chiedergli pubblicamente perdono di non so quale infrazione, che egli le addebitava. Annetta umilmente ubbidì. Anche ora ella accetta sempre senza discussione i comandi del marito e li eseguisce in silenzio.

 

Un giorno, rompendo il suo mutismo si sfogò con me, tra lacrime e singhiozzi:

— Sono piena di dispiaceri: il mio Luigino lontano, e poi il marito... Felice? se sapessero! no, non sono felice. E pensare che quando è a segno. Enrico è un brav’uomo, ragiona bene, mi rispetta. Ma quando è ubriaco...Se l'avessi saputo non mi sarei sposata; a casa mia era ignota l'ubriachezza... Gli faccio trovar tutto preparato, tutto, tutto, perfino la sedia, e non deve mettere neanche due fuscelli in croce. Eppure non è mai contento. E che parole!... Quando rincasa io sono tutta paura... Si, gliel'ho detto, gliel’ho detto, ma non mi ascolta e mi risponde male... Nei primi anni, quando tardava, andavo a prenderlo nell’osteria: ma erano insulti e minacce che mi facevano arrossire dinnanzi a tutti. A nulla valevano le mie preghiere. Anzi, per farmi dispetto, talora abbandonava l’osteria in cui si trovava e mi scappava più avanti, in una più lontana. Dovevo ritornare a casa, sempre sola. Poi non ci andai più... Spesso sto perfino in collera con lui, ma lei capisce, non posso stare in collera per sempre, e poi non giova a nulla. Bisogna lasciarlo fare... E' sempre stato così, fin dai primi anni. Adesso poi... Io non so dove vada a prendere i soldi, io non so che cosa abbia guadagnato...

 

Lei ha ragione; quando è così, dice anche delle cose che non stanno bene. Glielo dica ancora anche lei... Anche suo fratello Agostino gliel'ha detto, ma non l’ascolta. Agostino è più bravo di stare al mondo: egli berrà anche più di Enrico, perché. beve il suo bicchiere ogni giorno, ma però non s’ubriaca. Invece Enrico sta magari una settimana senza bere, per ricuperare i danari spesi la domenica... E gli fa tanto male! Per due o tre giorni è preso dal tremito, non mangia, e, appena torna dal lavoro, va a letto... Certo, anche i figli sentono, sanno e ne avranno cattivo esempio...Oh, non soltanto una volta, mi ha battuto tante volte!... Son piena di dispiaceri. Se avessi saputo... —.

 

Questo ed altro ancora si narra di Enrico. Disgraziatamente non sono in grado di sceverare in siffatte accuse ciò che spetta al pettegolezzo da ciò che risponde a verità storica. Del resto Enrico è padre affettuoso, di affettivita immediata ed espansiva. Dimostra buona intelligenza, pronta, vivace, che gli permette di destreggiarsi con abilità in ogni circostanza. L’ambiente familiare poi è, in generale, l'ambiente modesto, rozzo, quieto, sano di tutte le nostre famiglie paesane. La situazione finanziaria stazionò per lungo tempo nella penosa zona dell’indigenza; tantochè anche la mamma, per sanare le deficienze dell’erario, dovette cercar lavoro nello Stabilimento. La poveretta, rincasando dal lavoro, era attesa dalla tavola vuota, dal focolare spento, dai figlioletti da curare, dai pannicelli da lavare, dalle stanze da rifare...; si rimetteva silenziosamente al lavoro. Vita estenuante, sopportata per lunghi anni, anche nei periodi di gravidanza inoltrata, fino alla nascita di Nunziatina.

 

Si comprende come le abitudini alimentari dovessero scendere spesso al disotto del poco sufficiente, per deficienza di qualità nutritive del cibo, talora anche per deficienza di quantità. Invece le condizioni igieniche, per una famiglia di campagna, non sono cattive, mostrando tutti i familiari buona sensibilità per la pulizia. La temperatura affettiva va dell’ambiente è bassa. Il babbo è affettuoso, espansivo, ma i suoi bruschi trapassi dal bacio alle violenze e il suo ruvido atteggiamento imperioso, più che lasciar dilatare l’amorosa confidenza filiale, incutono il timore delle sue reazioni.

 

La mamma poi è chiusa, asciutta, avara di tenerezze: mutismo di spiriti poveri? silenzio rassegnato di infelici, di oppressi? paziente nascondimento di umili, di santi? Non si sa facilmente che cosa pensi, che cosa voglia. Quando, nelle rarissime visite fatte alla figlia in Bergamo, Annetta si accomiatava, Ad. si protendeva verso di lei per baciarla e per aspettarne il bacio. Annetta o non avvertiva il gesto o si schermiva ruvidamente. «lo non bacio mai i miei bambini»,

mi disse in una tale circostanza. E mi fecepaura. Ad. soffriva: «Perché mia mamma non mi dà mai un bacio? Tutte le mamme qui baciano le loro bambine anche mio babbo lo fa...». E mi fece pena.

 

Il senso religioso della famiglia è quello del buon popolo cristiano: ancorato alla tradizione più che alla riflessione e alla cultura, mosso dal timore dell'inferno e del demonio , più che dall'amore di Dio, alimentato dalle pratiche esteriori più che dalla meditazione; più che vita interiore ed espansione cosciente dell’anima, è rito meccanico e mito. Ma almeno al rito, alla Messa quasi quotidiana, alla Comunione frequente, al rosario domestico della sera, la famiglia è rigidamente fedele. La casa, le pareti, gli usci, le mensole, i mobili sono coperti di immagini sacre, raffiguranti misteri e santi, specialmente la Vergine. Nulla di eccezionale o di morboso: la pietà popolare fa sempre gran posto all’immagine sensibile. A Natale, poi, i figli preparano in casa il presepio: una gentile consuetudine mette in gara quasi tutte le famiglie di Ghiaie per costruire il presepio più ricco, più luminoso; e ogni bimbo visita il presepio dei vicini senza invidia, senza disprezzo.

 

Ambiente sereno, felice, educativo? La casa sconnessa e mal illuminata non è propriamente un tempio o una scuola, dove si maturino i begli ideali e si respiri la gioia di vivere. Le strettezze finanziarie, le intemperanze del babbo e i turbamenti della pace famigliare, l’asciuttezza della mamma, sottratta per vari motivi alla sua funzione di luce e di fiamma del focolare domestico, poterono creare uno stato di disagio e perfino suggerire nei figli il desiderio di evadere.

 

Le note precedenti pongono un triplice problema.

 

a) Come si incrociano nella bambina le influenze ereditarie dei genitori? Non possiamo dare una risposta sicura per la già lamentata mancanza di uno studio completo dell’argomento. L’eredità somatica suscita minor interesse. Nel fenotipo di Ad., specialmente nello stile corporeo, nella forma della testa e degli arti, nel colore dei capelli e degli occhi, predomina chiaramente l’influenza materna. I caratteri paterni sono ben visibili, allo stato puro, soltanto nella Nunziatina e in Vittoria. I guasti e le predisposizioni morbose della linea paterna, che sopra accennammo, non si sono ancora manifestati nella prole e si ha ragione di credere che siano stati temperati o nascosti dal sano contributo genetico della linea materna. La dominanza materna si vede bene anche nella famiglia di Agostino Roncalli e Chiesa Caterina. Maggiori preoccupazioni cadono sulla eredità psichica di Ad. Ognun sa che le leggi dell’eredità psichica sono ancora terribilmente aggrovigliate e fluide; del resto, le caratteristiche della psiche di Ad., che è ancora nel periodo evolutivo, non si sono ancora completamente manifestate; sicchè non possiamo pronunciarci sulla loro eventuale origine ereditaria e, spesso, neppure definirle. Ma rimane sempre il sospetto che deficienze di poteri critici, inibitorii, di senso morale o altre lacune psichiche dei genitori siano di origine ereditaria e perciò abbiano inserito nel corredo genetico di Ad, qualche fattore, magari ignoto, il quale abbia favorito l’insorgere e il fissarsi delle visioni.

 

b) Quand’anche non si scoprissero in Ad. debolezze di origine propriamente ereditaria, saranno sempre sospettabili in lei debolezze di origine congenita, se si pensa che la madre, anche durante la gestazione di Ad., era sottoposta a durissima vita di privazioni, di fatiche, di sofferenze. E poi, se pure non si potrà provare che la piccina sia stata concepita durante un’ebbrezza paterna, è certo che l’alcoolismo e il tabagismo dei genitori influiscono sinistramente sulla prole, in quanto indeboliscono le cellule sessuali dei genitori, dal cui incontro nasce l’individuo.

 

c) Infine si dovrà misurare l’intensità e il senso dell’influenza dell’ambiente familiare sulla fanciulla. Uno stato di denutrizione favorisce i più vari sbandamenti dello spirito. Le prime notizie delle visioni del Torchio furono accolte in paese con questi commenti: «Adelaide ha visto la Madonna? Oh, non avrà mangiato a sufficienza. Lo stomaco vuoto fa girar la testa... Poveretta, mangia soltanto polenta e latte... ». Quando Suor Celestina, la sera del 14

maggio, s’accomiatò da Ad. , le indirizzò questo frizzo: « Bada a far merenda, altrimenti vedrai non solo la Madonna ma anche il S. Cuore ». Inoltre la piccina dovette subire in famiglia esperienze violente, chelasciarono una ferita nella sua psicologia. Fra i tanti indizi, riportiamo un colloquio corso in giugno tra lei e Suor Michelina, continuato poi in mia presenza. Ad., dopo un momento di silenzio pensoso, chiede a bruciapelo:

— Tu preferisci essere uomo o donna?

— Che domande! Ognuno è quello che è —, risponde la suora, prendendo tempo.

— No, dimmelo: tu preferisci essere uomo o donna? —.

— Ma via! Io preferisco essere quello che sono —.

— A me non piace essere uomo, perché l'uomo s’ubriaca, l’uomo fuma, l'uomo bestemmia, l’uomo batte le donne. Invece le donne non fanno queste cose —.

— Ma perché dici questo? —, domanda la suora, impressionata e interessata dallo strano linguaggio. La bimba, che pure sa usare quando vuole tutte le reticenze dell’adulto astuto, chiacchiera senza veli con spietata ingenuità: per lei l’uomo è suo padre; al contegno di lui è tanto avvezza che non ha più pudore a svelarlo, a deprecarlo. E narra: Un giorno il papà era rincasato madido di vino a ore impossibili. Chiede qualche cosa, la minestra. Ma la buona Annetta non aveva conservata la sua porzione, forse perché i figli l’avevano consumata tutta, o forse perché pensava che anche quella notte il marito l’avrebbe lasciata sola. Allora scoppiò la tempesta. Enrico non si peritò di alzar la mano furiosa sulla moglie. I figli, che dormivano al piano di sopra, si svegliarono, stettero in ascolto col cuore sospeso, sentirono urli,insulti, singhiozzi, gemiti, capirono, piansero, gridavano: « Basta, tàta, basta, tàta »...

La fanciulla dovette leggere sui nostri volti una pena profonda. S’affrettò a dissiparla, concludendo: « Diede alla mia mamma tre o quattro colpi ancora, e poi quella notte non abbiamo sentito più nulla ».

 

Un giorno di luglio Ad. si accusava di aver commesso una bugia. Incuriosito domando spiegazioni.

— Si, risponde, ho pensato che tu fossi mio papà. A me piacerebbe tanto che tu fossi mio papà —.

Nulla di più lugubre di un simile discorso sulle labbra di una bimba. Non era una celia infantile: me lo ripeterà ancora due volte in seguito.

 

 

Settembre 2016.

 

 

L’odio sacro verso il bambino

 

 

Il prete nella foto è don Luigi Cortesi.

La bambina è Adelaide Roncalli.

 

Il prete guarda dall’alto in basso la bambina, che lui ha inquisito e dipinto come un  mostro, in un libro editato dalla Chiesa Cattolica (Il problema delle apparizioni di Ghiaie, S.E.S.A. Bergamo, 1945).

 

Esattamente così:

 

Adelaide è: una minaccia per la purità delle Fede, un pericolo pubblico, una selvaggia, un’attrice esibizionista, una geniale sognatrice infernale, una bugiarda per natura, una monella, forsennata, spiritosa, loquace, abilissima e furbissima, disgustosamente conscia della sua astuzia, traforella che scodinzola, sfringuella gonfia di boriuzza, precoce malizietta, sguaiata, infatuata di sé, dalla risata insolente e soddisfatta, che non tollera di essere intruppata come un anonimo irrilevante, e gode di essere vezzeggiata, reginetta che mostra esibizionismo, vanità, abilità di fingere, posa a fanciulla prodigio, ricerca l'applauso, brama approvazioni, si atteggia a diva, desidera sentirsi ammirata, cerca i primi posti, cerca ammiratori, si agita, si alza per sovrastare tutte le altre, si mette a capofila, smania di distinguersi, ama le acconciature singolari, ama chiedere gingilli d'ornamento, catenelle, braccialetti, orologi da polso, spilloni, medaglie, occhiali scuri, i vestiti belli e le scarpette belle, indumenti appariscenti e sgargianti..ama le realtà fantastiche, romanzesche, ed esperienze straordinarie, fa credere che gode di confidenze speciali, ninfetta oreade che brama il frutto proibito, dimostra sensibilità per il mondo sessuale...non ama rinunciare alle sue vogliette conosce e insegna la bugia, una indemoniata, un nodo di vipere, scrigno chiuso custodito da sette draghi!

 

 

Questo ritratto non ammette interpretazioni di sorta, tanto è netto, crudo, impietoso.

Per il prete, la bambina Adelaide è un mostro orripilante.

 

Ma è proprio così?

E se non fosse così, perché il prete ha trasformato una bambina in un mostro? Chi era quel prete?

 

Proviamo a chiederlo a Monsignor Umberto Midali. Ha scritto diversi libri su don Cortesi; che formano addirittura una collana, conosciuta come “cortesiana”. https://sites.google.com/site/donumbertomidali/home/-cortesiana. Da biografo di quel prete dovrebbe saperlo.

 

 

Il prete, e il suo doppio.

 

 

Nei suoi ponderosi e costosi volumi, Mons. Midali ha tracciato, di don Cortesi, la figura di prete che tutti in Curia a Bergamo vogliono ritrovare. E non solo in Curia a Bergamo, ma anche fuori e oltre Bergamo. In breve, questo è il ritratto di don Cortesi tracciato da Midali:

 

prete al servizio della verità, appassionato, capace di sermoni edificanti, esempio di vera predicazione cristiana, uomo gentile, raffinato, disponibile con tutti, generoso, ma anche forte, deciso, impavido, intellettuale eccezionale, enciclopedico, scrittore e poeta sublime, educatore appassionato…

 

Esattamente il contrario del ritratto mostruoso che don Cortesi ha fatto della piccola Adelaide.

 

Secondo questi due ritratti, noi dovremmo vedere allora, nella foto, un prete nobile e una bimba mostro.

 

Ma è proprio così?

E se fosse il contrario?

Se il prete fosse il mostro e non la bambina?

 

In questo caso, sarebbe una sciagura. Si aprirebbe uno scenario catastrofico. Quali nere voragini abissali si spalancherebbero oltre il falso ritratto del prete?

 

E’ proprio questa sciagurata possibilità che il lavoro di Midali si propone di sventare.

 

Bisogna assolutamente mostrare che il prete è il modello sublime, e, di conseguenza, che la bambina è l’anti-modello.

In una parola occorre ribadire sempre: che il prete è il paradiso, la bambina l’inferno; che il prete è l’angelo, la bambina il diavolo.

E così riconfermare che, nel rapporto con la bambina Adelaide, don Cortesi non ha sbagliato: la bambina è un vero mostro ingannata dal cupo genio del male, come ha scritto lo stesso prete.

 

Il pericolo che Midali ha cercato di sventare è dunque il rovesciamento dei due ritratti preformati.

Che il prete sia il mostro e non la bambina, è un’ipotesi che Midali ovviamente non ha mai preso in considerazione.

Tutto l’impegno di Midali infatti, consiste in questo:

impedire si veda un altro don Cortesi, o meglio l’opposto del ritratto di don Cortesi da lui tanto faticosamente tracciato.

 

Perché se don Cortesi fosse il mostro, sarebbe un vero dramma, anche per lui. Si potrebbe pensare che, non solo in don Cortesi, ma in ogni prete, lui compreso, può nascondersi un doppio mostruoso.

 

Quando ha iniziato l’opera biografica in favore di don Cortesi,  a Mons. Midali non interessava ottemperare ai doverosi canoni della ricerca storica.

Aveva un solo scopo:

salvaguardare l’integrità del prete e, di conseguenza, abbandonare la bambina all’ignominia più orrenda cui lo stesso prete l’ha condannata per sempre.

 

Il suo lavoro è comunque importante perché mostra fino a qual punto può giungere una difesa ad oltranza del Sacro.

 

Il lavoro di Midali dimostra che il prete preferisce abbandonare il bambino nella gogna più orrenda piuttosto che veder crollare l’immagine precostituita di se stesso come uomo del Sacro.  

 

Era inevitabile perciò, che in questo suo impegno, Midali chiudesse entrambi gli occhi su un altro don Cortesi.

 

Midali non poteva accludere, nel proprio ritratto nobile di don Cortesi, il prete feroce che ha organizzato e partecipato attivamente alla visita ginecologica della bimba Adelaide di sette anni, costretta dalle suore Orsoline a denudarsi completamente sul lettino di una stanza del convento di Gandino, il 5 luglio 1944, dinnanzi a loro e allo stesso prete.

Era un altro don Cortesi il prete che ha scrutato attivamente, insieme alle suore, le “pudende” della bambina Adelaide, bimba di sette anni, forzatamente spogliata, sotto i loro occhi.

Era un altro don Cortesi l’Inquisitore, che ha ferocemente e brutalmente martirizzato la bimba Adelaide per anni.

 

Impossibile sostenere l’immagine contrastante di un prete doppio di se stesso.

 

Chi era dunque don Cortesi? E chi era la bambina? Chi dei due il mostro?

 

La risposta è nella foto. In particolare nella sfida che essa pone.

Questa foto l’ha fatta scattare lo stesso don Cortesi per lanciare a chi guarda la sfida tremenda che egli stesso ha posto sotto gli occhi di tutti e del clero in particolare, dopo aver trasformato la bimba Adelaide in un mostro.

 

Don Cortesi che guarda dall’alto in basso la bimba da lui ridotta a mostro domanda: chi credete che io sia? E chi credete sia questa bimba?

 

E dunque, accettiamo la sfida e domandiamocelo:

 

Ma davvero il mostro è quella piccola, che trema dal freddo, col grembiule stropicciato, le calze rattoppate, i miseri zoccoletti sgangherati, costretta a una contiguità impudica mostrata dalla mano infilata nella tasca bassa del tabarro del prete per scaldarsi, mentre l’altra è chiusa nel pugno serrato a contenere l’orrore, il gelo e la solitudine senza scampo affiorati angosciosamente nello sguardo smarrito e preoccupato?

 

Se non fosse così, come non lo è, rimarrebbe solo una possibilità.

E soprattutto una cosa apparirebbe immediatamente in tutto il suo orrore:

 

il prete odia quella bambina e la offre allo sguardo con tutto il disprezzo che il ritratto da lui composto contiene, sfidando l’osservatore.

 

L’odio del Sacro verso il bambino è il principale tema antropologico che la foto propone.

 

La foto ci rivela la seguente verità:

 

il prete don Cortesi è figura del Sacro che da secoli odia il bambino e lo massacra dissimulando un falso amore per l’infanzia, sapendo che sempre sarà legittimato, protetto e difeso nel suo prestigio.

 

E pone il seguente problema:

 

Come difendere il bambino sempre in pericolo, soprattutto nella Chiesa che non sa e non vuole difenderlo dalla violenza, come dimostrano lo stuolo di preti e suore che hanno compiuto abusi terrificanti sui minori, molti dei quali ancora nascosti e accuratamente occultati?

E come distinguere la Chiesa dei santi, che hanno amato i bambini, dalla Chiesa dei rapaci che si camuffa e sempre si attribuisce i meriti della prima, annientandola? 

 

 

 

NB:

 

La foto è stata scattata, probabilmente, da suor Michelina Ghitti, che tanto don Cortesi…”stimava” e così descriveva:

“laureata in lettere, esile e dolce creatura, un po’ di materia diafana bastevole per nascondere l’angelo, che irradia la bellezza della bontà e la bontà della saggezza”.

Altro ritratto paradisiaco, di una suora, onorata sol perché ha partecipato al martirio della bimba-mostro. Ricordiamo, fra l’altro, che suor Michelina, con suor Lutgarda, ha partecipato attivamente alla visita delle pudende di Adelaide, presente don Cortesi, come testimonia lo stesso professor Cazzamalli, autore di quella visita per conto di don Cortesi e della Curia di Bergamo.

 

Inviterei di nuovo Midali a leggere la relazione di Cazzamalli (che è pubblicata e non può ignorare). La legga fino fino in fondo, fino alla distruzione del padre che Adelaide è costretta a fare dopo essere stata annientata nell’intimità proprio dal prete che tanto amava Gesù da scrivere:

 

voglio essere il servo del tuo amore, lo schiavo, anzi, dei miei fratelli; il tuo schiavo, Gesù, il tuo vinctus – prigioniero, ma non ti voglio negare le finezze, le delicatezze d’amore di un fratello, di un figlio... Servirò i miei fratelli, o Signore, come un diacono d’amore.

E poi aggiungeva

Signore, perché non sono certo di amarti?... Credo di amarti, ma se mi illudessi... se io amassi solo me stesso?... Gesù che cosa debbo fare?... Bruciarti tutti i miei libri...? Se vuoi lo faccio.

 

Il problema è che non lo ha mai fatto. E addirittura con uno dei suoi libri ha distrutto la piccola amata proprio da Gesù, trasformandola in un mostro orripilante. Perché Gesù, lui, alla fine lo ha odiato, perché odiava il bambino.

 

Conoscere don Cortesi potrebbe servire a tanti. E salvarli.

 

Luglio e agosto 2016

 

Freddezza, cinismo… e lascivia

 

Il dolore ..si crea da sé il proprio spazio nel quale avanza…a volte pulsa sordo, persistente, altre volte è inatteso come un fulmine…talvolta si placa per un po’, in quei momenti il mondo ritorna al proprio posto, ma non è l’unico che conosce, bensì un altro: quello della paura. In questo mondo tutto è fatto di paura – le frange del tappeto, i braccioli delle poltrone, il lampadario – e aspetta che la successiva ondata di dolore si abbatta su di lei e la inghiotta

 

Mentre, mi allontanavo dalla tomba di suor Michelina e ripensavo al dolore sofferto da Adelaide, è riaffiorato alla mia mente questo brano del romanzo L’anno della stella cadente di Zsuzsa Rakovszky,  nel quale la grande scrittrice-poetessa ungherese cerca di raccontare quel che sente una bambina, Piroska, aggredita dal dolore. 

Ricordando questo brano ho rivisto il volto adombrato di Adelaide e i suoi occhi colmi del mondo di paura nel quale era stata rinchiusa, costretta a non trovare mai un po’ di comprensione, ma a sbattere, giorno dopo giorno, contro un muro glaciale, impenetrabile, come un passerotto imprigionato in una buia cantina sotterranea.

Ero dispiaciuto di aver trasmesso ben poco, nel mio Alispezzate, del continuo tormento patito da Adelaide nei conventi delle suore Orsoline.

Avrei voluto “vedere” di più coi suoi occhi e “sentire” di più col suo cuore per far vedere e sentire, almeno in piccola parte, quel che lei ha visto e sentito.  Ma i testimoni di quella storia non hanno mai parlato, non hanno mai raccontato quel che hanno provato di fronte a tanto dolore. E perciò non mi hanno aiutato.

Possibile, possibile - continuavo a ripetermi – possibile che, guardando gli occhi tristi di Adelaide, suor Michelina non abbia mai pianto? Possibile che non sia mai arretrata e non abbia affidato almeno alla carta la propria angoscia?

 

E’ terribile constatarlo, ma l’unico che ha lasciato un ricordo della piccola Adelaide di quegli anni, è il suo persecutore, don Cortesi, l’Inquisitore; tanto protervo da mostrare senza veli, non solo la propria cinica capacità seduttiva, ma anche la propria lascivia nei rapporti con Adelaide, durante quei momenti accuratamente preordinati, nei quali, dopo averla “liberata” dalla freddezza delle suore, solo con lei in un angolo appartato del convento, con la voce suadente e ambigue tenerezze le raccontava storielle impudiche.

Ne offre una testimonianza orripilante lui stesso in una pagina del suo "Storia dei fatti di Ghiaie" edito dalla Curia di Bergamo (pg.156) nella quale ricorda di aver raccontato alla bimba di sette anni una novella oscena tratta da Le piacevoli notti di Giovanni Francesco Straparola (autore boccaccesco del ‘500)   (la storia di un prete, Pre' Scarpacifico, che finge di uccidere la perpetua e la resuscita infilandole nel sedere un piffero dentro il quale soffia; che poi vende ai suoi ingannatori, i quali, ingolositi dalla magia, uccidono le rispettive mogli dopo averglielo infilato nel sedere, senza poterle poi resuscitare perché nel loro sedere il piffero non funziona)

 

Suor Michelina forse, non le ha scoperte queste oscenità; ben conosciute invece, dagli ecclesiastici amici dell’Inquisitore (abituati a raccontarsele quelle storielle pornografiche) per i quali la donna (Adelaide) è, per la gran parte, un torbido animale, insensibile, dominato da lussuria e sensualità (“un nodo di vipere” come ha dichiarato don Cortesi).

 

Prima di iniziare questo viaggio sulle tracce dell’orrore, una religiosa di Bergamo, suor Anna, invitandomi a un “criterio di sana complicità tra cristiani” mi ha ammonito a non favorire o contribuire a suscitare la disistima verso tutta la categoria degli ecclesiastici, quando è uno solo o pochi che forse, o anche per davvero, sbagliano

Nel perseguire obiettivi di "restaurazione" del diritto tra “cristiani” – mi ha detto rimproverandomi - è bene ricordare che il Signore della Storia, la conosce bene, anche perchè dall'Incarnazione vi appartiene e ne sarà anche il Giudice; non già per rassegnarvisi, ma per agire con umiltà nella ricerca della verità. Il Cristo sofferente per il mondo ce ne dà una sublime lezione. Sono contenta che Adelaide trovi paladini,  disinteressati, spero, a suo favore; ma so che anche le sue sofferenze non andranno perdute nel Cuore del Signore. Nel mistero della Chiesa, quanti hanno sofferto così e peggio, a cominciare dai giovanissimi martiri dei primi secoli cristiani!

 

Non sono riuscito a dirle che non mi sento un paladino di Adelaide. Né voglio esserlo. E che non so quanti hanno sbagliato nei confronti di Adelaide, né m’interessa (tanti o pochi, non m’importa. Anche perché quelli che stanno in silenzio sono peggiori di quelli che hanno commesso il crimine ).

La complicità fra cristiani, proprio non so cosa sia – ho ribattuto - cerchi piuttosto di capire quale mondo di paura mescolato a lascivia ha fatto irruzione nell’anima di Adelaide e pensi quale putrido terrore l’ha fatta tremare.

Non capisco come possano ancor oggi, le suore che l’hanno incarcerata permettendo tanto dolore, non piangere per quel dolore, aggravato dall’impudicizia, inferto a una bimba completamente inerme; non capisco come possano ancora occultarlo sperando che le loro opere di bene nei confronti dell’infanzia non siano profondamente intaccate proprio da quel crimine ripetuto e mai inconfessato.

Che il dolore di Adelaide sia conservato nel cuore del Cristo sofferente, non ne dubito – ho continuato - ma è proprio questo pensiero che mi spaventa; come mi spaventa il silenzio di Adelaide nel quale  echeggia il suo terribile grido di dolore.

E’ pazzesco vedere ecclesiastici, religiosi e religiose, che innalzano davanti a tutti l’umiltà di Adelaide senza accorgersi che proprio in quell’umiltà è iscritta la condanna della loro indifferenza e presunzione; talmente ciechi e insensibili da far pensare addirittura che persino lei, la vittima, li dispensi addirittura dalla confessione pubblica, dalla riparazione, dal pentimento per le offese terribili arrecate: a lei, alla Chiesa, e a Dio.

 

 

Ladri del tempo

 

Anche di fronte al tuo sepolcro, suor Michelina, continuava ad assillarmi come un tormento, lo stesso pensiero.

Sono tutti morti! Ti hanno raggiunto. I protagonisti dei “fatti di Ghiaie”, i difensori delle apparizioni, come Ballini e la maestra Poli, non ci sono più. Come non ci sono più i milioni di pellegrini accorsi a Ghiaie con la speranza nel cuore di trovare finalmente la Pace. Hanno varcato, quasi tutti, il confine ultimo, senza sapere nulla: delle parole di Maria, dei miracoli, del sole che ha danzato nel cielo, e soprattutto di Adelaide. Anno dopo anno il ricordo di quei fatti si è affievolito, le mille domande dei “semplici” non hanno mai trovato risposta, e tutto è svanito nell’oblio, insieme a loro - ovviamente con grande piacere degli ecclesiastici della Curia bergamasca, che hanno lasciato all’inesorabile lenta, incessante azione mortifera del tempo il compito di occultare, con la complicità del loro silenzio, delle loro minacce e delle loro menzogne, le tracce dell’orrore.

 

Anche la tua persona, suor Michelina, troppo scomoda per quegli ecclesiastici opportunisti, è stata oggetto di quest’opera distruttiva.

Mi hanno parlato di te come “una grande educatrice”. Non ne dubito, ma, come sai bene, questo giudizio non ti giova, non serve gran che; anzi, come la gran parte degli elogi assomiglia tanto a una pietra sepolcrale posta a protezione del crimine commesso; innanzitutto posta su quel giudizio orrendo inferto come un colpo di macete su Adelaide (bambina di sette anni) da don Cortesi (mentre frequentava come un padrone i vostri conventi) e avvalorato poi dagli ecclesiastici della Curia che l’hanno processata  e condannata a portare sul volto, per tutto il resto del suo tempo, l’immagine di un mostro

 

L’anima di Adelaide emana una luce sinistra, è terribilmente anfrattuosa, un nodo di vipere, uno scrigno chiuso custodito da sette draghi!

 

Per impedirti di scoprire la verità sul martirio al quale hai partecipato, non te lo hanno mai fatto leggere questo giudizio infamante che ancora accompagna, lugubre, gli ultimi passi di Adelaide.

E’ incredibile, sai, ma ancora cercano di nasconderlo in Curia.

Suore, preti, religiosi, laici, tutti fingono di non conoscere questo giudizio. Si voltano per non guardare, come non fosse mai stato scritto e lanciato, come un enorme masso, sul destino di Adelaide.

Quale spettacolo di viltà!

Quale nauseante ossequio verso un manipolo di ecclesiastici imbroglioni interessati unicamente a far passare il tempo per conservare la continuità di un prestigio conquistato con la violenza!

 

Mi son domandato spesso cos’hai potuto sapere e cos’hai pensato nei 45 anni passati su questa terra, dopo i due, terribili, ai fianchi di Adelaide reclusa nei vostri conventi. E cosa pensi ora che hai superato il confine ultimo.

Non credo che il martirio di Adelaide non abbia prodotto in te riflessioni amare, dubbi, angosce, pentimenti. Perché non è possibile rimanere indifferenti di fronte a tanto dolore come fanno ancora molti sedicenti cristiani - realtà che mi strugge, e non sopporto.

Come non sopporto il pensiero che molti, come te, credendo di servire Dio, l’hanno tormentata tanto a lungo e con tanta violenza, che nessuno l’ha sorretta nel suo itinerario di dolore senza fine, che nemmeno un angelo l’ha sottratta alla persecuzione; che persino la Madonna l’ha solo guardata piangendo col Figlio. Mi sento smarrire.

Perché tanto accanimento perché tanto odio verso una bambina? – mi domando senza trovare risposta.

E’ intollerabile! Assurdo! Follia! – continuo a gridare nella mia mente; allibito, di fronte all’Impotenza di Dio, e dall’altra parte atterrito dinnanzi alla presunzione di certi ministri del Sacro, pronti a tutto pur di realizzare i loro piani, e acquisire onnipotenza.

 

Gli ecclesiastici opportunisti della Curia continuano a far credere che la storia di Adelaide può incrinare la “fede”, e che la battaglia per la verità è un’aggressione alla Chiesa - Bisogna obbedire! La Chiesa è prudente, ha i suoi tempi! – ammoniscono, ripetendo ingannevoli espedienti per seminare paura, separare la fede dalla verità e occultare i loro progetti.

In realtà quegli ecclesiastici non vogliono che i fedeli pensino, e vedano dove, in questo tempo, loro stanno portando la Chiesa.

 

Per questo la storia di Adelaide, mi ha condotto qui, alla tua tomba, al confine del tempo.

Vorrei capire da te perché Adelaide non avrebbe mai dovuto passare “il tempo della sua vita mortale” come religiosa in un convento; o meglio: perché gli ecclesiastici si sono impadroniti del suo tempo rubandolo a lei e a Dio.

 

(Sembra che per loro sia prassi normale rubare il tempo.

Esemplare, a questo proposito la ridondante biografia sul Vescovo monsignor Bernareggi scritta da don Cortesi, Frammenti per la storia di un’anima, nella quale non si trova alcun cenno degli eventi drammatici delle apparizioni di Ghiaie, come se il Vescovo non avesse mai avuto a che fare con le apparizioni e con Adelaide, come se quel tempo non fosse mai esistito e comunque di nessuna importanza, da cancellare dunque.

Filosofo aristotelico, don Cortesi conosceva bene il grande valore del tempo: non solo come fattore di ricchezza - da sempre espertissima in questo la Curia di Bergamo - ma anche come mezzo per elevare qualcuno, schiacciare in basso altri, e imporre a tutti una visione della storia e delle persone trapassate, confacente agli interessi del potere, cancellando poi, con cura, ogni traccia dei crimini commessi).

 

 

 

Docile strumento dell’orrore Sacro

 

L’altro odioso ritratto di suor Michelina è formato dalle sequenze fotografiche lasciate dal dottor Ferdinando Cazzamalli nel suo vergognoso libro: La Madonna di Bonate, Fratelli Bocca, 1951. 

Le due più importanti istantanee del 5 luglio 1944 ritraggono suor Michelina accanto al medico occultista impegnato nell’esame completo del corpo di Adelaide: “esame delle regioni toracica, addominale, e pubica, delle pudende”, ovvero, dell’organo genitale di Adelaide! (pg. 45).

 

Prima istantanea:

coadiuvato da suor Michelina, vado procedendo all’esame…l’Adelaide si lascia esaminare dal lato reattivo del pudore

 

Seconda istantanea:

Adelaide si sente più libera da inibizioni…quando si trova di fronte soltanto a me e suor Michelina

 

Guardando queste foto vien subito da chiedersi come abbia potuto, suor Michelina, partecipare a quell’ “assassinio organizzato” del pudore di Adelaide, come abbia potuto non domandarsi perché tanto interesse di quel medico disgustoso, e del prete, per la vagina di Adelaide; come abbia potuto non prenderlo a calci; come abbia potuto resistere al vomito accanto a quell’essere nauseabondo e non sottrarre Adelaide all’intrusione brutale delle sue mani putride che volevano scoprire il male nell’intimità della bimba di 7 anni a lei affidata.

Domande che conducono tutte a una sola risposta possibile. Ovvero: che, per obbedire ciecamente all’uomo di Dio, quel giorno suor Michelina è stata costretta a dimenticare di essere donna. E morire con Adelaide.

Per lasciare la piccola donna Adelaide nelle mani di quell’essere rivoltante col camice bianco, quel giorno suor Michelina ha totalmente abdicato alla propria libertà di coscienza e al proprio femminile. In pieno accordo, comunque, con un altra donna presente quel giorno poco distante da lei: la dottoressa Maggi, medico condotto di Bonate; che ha partecipato a quella visita immonda, addirittura accanto a don Cortesi, a due passi dal crimine, fingendo di guardare da un’altra parte (la scena era impudica), senza trovare il coraggio di chiedere al ministro di Dio vicino a lei, perché continuasse ad osservare curioso i movimenti osceni del ributtante medico che aveva costretto Adelaide a denudarsi per esaminare “le sue pudende”, e senza trovare il coraggio di urlare ai due uomini il rispetto delle norme, della vita, della bimba, della donna, e di Dio.

Evidentemente, per le due donne, la suora e la dottoressa, in quel luogo Sacro era possibile fare tutto sul corpo di Adelaide, priva di tutori, derubata della paternità, orfana senza diritti. C’era il ministro di Dio, il delegato della Curia e del Vescovo, a garantire la legittimità di quella violenza Sacra che nessuno avrebbe mai dovuto ricordare (nei libri di don Cortesi sui fatti di Ghiaie, tanto prolissi e verbosi, non si trova, ovviamente, alcun cenno a quel raccapricciante episodio).

Peccato per lui, però, che l’esecutore materiale del delitto, il Cazzamalli, temendo di essere additato come unico responsabile di  quell’orrendo sopruso su una minore indifesa, lo svelerà qualche anno più tardi, a guerra finita, in un libro infame nel quale chiamerà tutti alla correità: il Vescovo, per primo, che gli avrebbe permesso quella e le altre visite, poi don Cortesi, quale mandante, la dottoressa Maggi, suor Michelina, e addirittura la Madre Superiora delle Orsoline, quali complici.

 

Le due orribili sequenze che ritraggono suor Michelina docile strumento dell’orrore stringono il cuore.

Povera suora! Costretta a negare la propria femminilità per obbedire all’uomo di Dio, ignara della sua natura diabolica e delle trame del contropotere curiale guidato dall’Arcidiacono Merati deciso a distruggere Adelaide e le sue apparizioni

Povera suora!

Ignorava che il Cazzamalli era acerrimo nemico di padre Gemelli (l’unico incaricato del Vescovo per l’esame di Adelaide!).

Ignorava che  il Cazzamalli era stato condotto lì, in convento, da don Cortesi per contrastare proprio padre Gemelli e il Vescovo.

Non sapeva che il prete e il medico pensavano Adelaide come una creatura maligna fin dalla nascita, “concepita in un ebbrezza paterna”, probabilmente abusata da lui o da altri.

Ignorava, suor Michelina, che la visita alle pudende sarebbe servita per verificare la verginità di Adelaide, ninfetta lussuriosa, e ucciderla nell’intimità.

E ancora:

ignorava suor Michelina che quel medico era un occultista esperto di paranormale (al pari di don Cortesi – ancora ricordato in Seminario come “il mago”per i suoi “esperimenti”);

ignorava che quel medico era stato un illustre esponente del Regime fascista, poi un doppiogiochista finito nelle carceri delle SS di Sant’Agata in Bergamo Alta, dalle quali era stato liberato su pressione di don Cortesi e della Curia, per essere impiegato subito in antagonismo al Vescovo.

Ignorava che il Cazzamalli, il giorno dopo la sua liberazione (30 maggio 1944) era stato invitato a salire su un’automobile della Curia ed entrare poi nel recinto delle apparizioni accanto al Cancelliere mons. Magoni.

Ignorava suor Michelina, che gli stessi ecclesiastici poco prima, avevano costretto a entrare in quelle carceri naziste un prete santo, don Seghezzi, destinato a morire in campo di concentramento (scambio infame che ne ricorda un ALTRO!)

 

 

Ormai prossimo alla tomba di suor Michelina andavo convincendomi che gli ecclesiastici di Bergamo non hanno altra scelta se non quella di chiamare tutti alla complicità del silenzio, e aggiungere altri soprusi, calunnie, inganni, crimini.

Avrebbero a disposizione un’altra via: la conversione alla verità. Ma non la imboccheranno mai. Troppo orribile è quello scandalo!

Sono costretti a comportarsi come non esistesse memoria - come se Dio non fosse Memoria e non conservasse memoria di quel crimine - pur sapendo che quella storia orrenda è scritta ovunque, che ovunque se ne trovano le tracce: nelle cose, nella terra, sui muri, e anche qui, nel silenzio dei sepolcri, che condannano il loro silenzio complice.

 

 

Povera suora! Non lo avrà mai confessato, ma certo accanto a quel prete deve aver sentito una grande paura interiore.

Se non gli avesse obbedito avrebbe messo in pericolo la propria vocazione e l’esistenza stessa dell’Ordine (come accadrà per le suore Sacramentine)

Ignorava che quel prete era un’immagine viva del “Grande Inquisitore” dal doppio volto. E di essere entrata anche lei nella sua tristissima “leggenda”.

 

Davanti alla tomba di suor Michelina, ho pensato con tristezza che, una volta superato il confine tra la morte e la vita, sembra non si possa più tornare indietro. Come è accaduto in questa storia di martirio.

 

(01 giugno 2009)

 

 

 

Adelaide e Michelina:  Inferno e Paradiso

 

Mentre avanzavo fra le tombe del cimitero di Gandino verso il sepolcro di suor Michelina ho pensato a quegli ecclesiastici omni-potenti “amici della morte” che hanno fissato per sempre il suo ritratto e impedito ad altri di contraddirli. Non riuscivo a pensare altro di lei, al di là da dello stereotipo nel quale l’ha serrata don Cortesi: “laureata in lettere, esile e dolce creatura, un po’ di materia diafana non bastevole per nascondere l’angelo, che irradia la bellezza della bontà e la bontà della saggezza” (Storia dei fatti di Ghiaie, pg 123).

Le parole di don Cortesi imprigionano suor Michelina in un modello sublime di religiosa, connotata dall’osmosi fra spiritualità e cultura, bellezza e nobiltà interiore; modello di donna liberata dal peso della carne e della riproduzione, simile all’angelo, creatura perfetta e luminosa perché non genera. Modello tanto più elevato quanto più abissalmente distante dalla rozza e ignorante Adelaide, il nodo di vipere, il leoncino selvaggio, la belvetta irrefrenabile, la vanitosa, menzognera, traforella….alla quale è riservato il destino di vivere nella carne e riprodursi, lontano dal cerchio aristocratico, chiuso, delle creature angeliche scelte per il Paradiso anticipato.

Michelina non è come Adelaide.

Michelina è l’anti-Adelaide; la cui sorte è segnata in opposizione al modello incarnato proprio dalla sua educatrice: suor Michelina, che dovrà partecipare attivamente alla sua esclusione dal chiostro - programma criminale, deciso fin dal principio da don Cortesi e dai suoi potenti amici ecclesiastici della Curia di Bergamo.

 

Ma perché? perché? perché? - ho continuato a domandarmi – perché suor Michelina si è piegata ad assumere il ruolo di persecutrice senza esserlo e alterare il proprio sentire profondo? Perché ha obbedito a ordini scellerati? forse non sapeva, suor Michelina, che c’è un limite oltre il quale l’obbedienza diventa complicità col crimine?

 

C’è qualcosa che non si vuol confessare, che non si vuole dire perché troppo scomodo per il clero aristocratico, da oltre sessant’anni impegnato a imporre il silenzio sull’orrore.

Non si vuole ammettere che suor Michelina era costretta a essere come voleva lui, don Cortesi, e vedere tutto attraverso lui.

Innanzitutto vedere in lui il ministro di Dio dotato del potere di abbassare e innalzare, separare le anime destinate al Cielo da quelle predestinate all’inferno, che cercano di evitare i tormenti e salire alla gioia del Paradiso a loro da sempre negata, come Adelaide.

Doveva poi guardare Adelaide con lo sguardo di lui, vedere il solco incolmabile che la separava dalla piccola viperina selvatica di Ghiaie; e, per confermare e conservare se stessa, sentire che non aveva nulla in comune con quella bimba demoniaca, golosa, sognatrice, ingannatrice, seduttrice; di più: doveva averne paura, perché quella bimba era il demonio!

Suor Michelina doveva sentirsi, non una ninfetta oreade, lussuriosa, come Adelaide, ma come un’altra ninfa, una ninfa paradisiaca: come la sublime ninfa Matelda, che Dante incontra nel Paradiso terrestre al centro di una grande liturgia ecclesiale, e da lei viene condotto nel fiume Eunoè per essere purificato e poter continuare il viaggio in Paradiso con Beatrice. (don Cortesi conosceva bene la Divina Commedia, e amava la figura di Matelda, immagine della “Filosofia”, della grazia, sapienza, felicità, virtù morali e intellettuali, della giustizia perduta, della perfezione della vita attiva….di tutto ciò che è bellezza e saggezza, come Michelina)

 

Anche a suor Michelina, come ad Adelaide, don Cortesi si è presentato come il “seduttore”, ma per spingerla in Alto ovviamente, al contrario di Adelaide schiacciata da lui in Basso.

Anche a suor Michelina don Cortesi si è avvicinato come immagine di un dio dal doppio volto; un dio infido e pericoloso: capace di amare, lusingare, affascinare, ma anche odiare, ingannare, violentare, suppliziare purché ogni creatura stia al proprio posto e segua il proprio destino.

Un dio, questo, che somiglia tanto al dittatore di un Ordine terreno.

 

Ma cosa pensava lei, suor Michelina, di Dio, di Cristo, al Quale ha dato la vita? Come ha potuto credere che in Adelaide abitasse il demonio?

Chissà se potrà parlare al cuore di qualcuno che le ha voluto bene perché rompa l’odioso silenzio steso sulla verità.

 

(NB: il contrasto Adelaide-Inferno / Michelina-Paradiso evidenzia:

- l’odiosa mentalità conservata da certo clero cattolico nei riguardi dell’essenza della donna, secolarmente considerata, com’è noto, poco più che un animale - secondo il triste retaggio aristotelico fatto proprio da Tommaso d’Aquino

- la irriducibile dicotomia con cui è stata concepita l’anima femminile (santa o diabolica), che va di pari passo con altre opposizioni inconciliabili ereditate da certa cultura religiosa assai diffusa, prima fra tutte quella fra maschile e femminile  

- il disprezzo, nascosto, per la “materia maledetta” proprio di un pensiero gnostico mai debellato, e per la riproduzione sessuale generatrice di creature diaboliche, come Adelaide, appunto, tuttora considerata dalla Chiesa Cattolica una creatura infernale)

 

(30 maggio 2009)

 

 

Le credenziali dell’orrore

 

Seguendo le tracce dell’orrore lungo l’itinerario del martirio sofferto da Adelaide, ho lasciato Bergamo, e mi sono recato a Gandino; col proposito di fare la prima sosta, non al convento delle Orsoline, ma al cimitero dove “vivono” le due suore che svolsero il compito di “angeliche custodi” di Adelaide: suor Michelina e suor Lutgarda; e “pensare” davanti a quelle tombe. 

Nella luce sfolgorante del pomeriggio, sotto un cielo azzurro terso che il silenzio incontrastato in quel luogo di morte esaltava in un contrasto difficile da sopportare, ho cominciato ad avanzare verso la tomba di famiglia dove si trova il corpo di suor Michelina, ricordando gli episodi che i documenti su di lei ci hanno lasciato. Ma dopo pochi passi un pensiero tristissimo ha fermato i miei passi: - non solo lei – mi son detto – non solo lei e suor Lutgarda non ci sono più; anche gli altri, i protagonisti di quella vicenda dolorosa non ci sono più, sono tutti scomparsi. Nessuno può ascoltarli, e loro, non possono più ricordare, raccontare, ripensare, pentirsi, piangere, confessare: entrati per sempre nel silenzio eterno e cancellati per sempre, anche loro, come altre orme di quell’orrore, hanno portato l’errore oltre questa vita.

Quale carico di responsabilità si sono presi gli ecclesiastici che li hanno costretti al silenzio; un silenzio che risuona, nel silenzio dei morti, assai più lugubre dell’orrore commesso in vita!

E quale pesante carico di responsabilità pongono sulla propria coscienza gli attuali ministri del Sacro che ancora impongono a tutti questo odioso silenzio (anche ai pochi documenti rimasti!), mostrando nel loro comportamento di non credere che alla morte come propria alleata nel lavoro di cancellazione delle tracce del supplizio per far trionfare le ragioni dei persecutori.

 

Una frase di don Cortesi a proposito delle suore Orsoline mi è tornata subito alla mente:

“le suore non mi chiesero mai le credenziali che non avevo”  scrive nel suo Storia dei fatti di Ghiaie (pg.125) riferendosi a Michelina e Lutgarda, responsabili, secondo lui, di incuria e negligenza. Come dire: avrebbero potuto fermarmi se avessero fatto il loro dovere. Invece…si sono accontentate della mia veste, del mio aspetto, e delle parole di un bidello-autista (il sig. Verri)

Mentiva ovviamente.

La verità è che qualcun altro ha fornito le credenziali a don Cortesi forzando il Vescovo. Qualcuno che contava, come e più del Vescovo, il suo “portavoce”: il potentissimo Arcidiacono della Cattedrale Monsignor Merati, il capo del contropotere curiale che ha gestito dall’inizio tutto “l’affare Ghiaie, spalleggiato sempre dal Cancelliere della Curia Monsignor Magoni.

Le suore non potevano sapere chi era colui al quale avrebbero dovuto aprire le porte del loro convento.

Ma l’Arcidiacono sì!; sapeva chi era don Cortesi! E certo ha riso di gusto ritrovando il suo ritratto, e il proprio, nelle ultime pagine del libro dello stesso don Cortesi Il problema delle apparizioni di Ghiaie (utilizzato a piene mani dallo stesso Merati come Presidente del Tribunale Ecclesiastico che ha condannato Adelaide); sapeva dunque l’Arcidiacono chi era don Cortesi e con quale immagine orripilante don Cortesi dipingeva se stesso nel dialogo (pag. 217) fra: lui, prete di 32 anni, e Adelaide, bambina di 8 anni:

 

ADELAIDE: che testa grossa hai tu

DON CORTESI: non è colpa mia, mi credi? Il bue ce l’ha più grossa. Anch’io ho queste due corna qui sulla fronte

 

Cosa dire di più? Cosa significano le corna sulla fronte se non che don Cortesi voleva mostrarsi ad Adelaide-ninfetta come un prete-satiro? (si veda il dipinto di Rubens)

Solo un prete satiro poteva “ammazzare” una bambina con appellativi tanto ripugnanti (nodo di vipere, scrigno chiuso custodito da sette draghi!!!)

Le suore di certo non potevano saperlo. Hanno pensato fosse un uomo di Dio. E gli hanno obbedito.

Monsignor Merati però, lo sapeva: è lui che ha sostenuto don Cortesi fin dall’inizio, legittimato la sua azione feroce, contro Adelaide; è lui che ha  tirato le fila, e finito “il lavoro” stroncando definitivamente Adelaide in obbedienza a un Ordine Sacro Violento Occulto, ben nascosto nella Chiesa.

 

(25 maggio 2009)

 

 

Il convento delle Suore della Sapienza

di via  S. Giacomo in Bergamo

 

(una traccia dell’orrore cancellata)

 

 

L’estate dell’anno scorso, mentre ultimavo le pagine di Alispezzate mi sono recato a Bergamo Alta.

Ho sostato a lungo in Santa Maria Maggiore, nel Coro, davanti alle immagini del ciclo alchemico formato dalle tarsie di Lorenzo Lotto. Poi mi sono diretto all’ufficio Informazione e Accoglienza Turistica  di Città Alta, in via Gombito, 13, per chiedere informazioni  sul Convento delle Suore della Sapienza nel quale Adelaide, a dieci anni, è stata processata.

Quel Convento non esiste – mi risponde la guida turistica al di là del bancone

Non è possibile – insisto – è un luogo importante per la storia della vostra città

Stupita, e anche un po’ infastidita dalla mia insistenza, la guida turistica torna a consultare diversi registri, repertori, cataloghi. Attendo con pazienza.

E dopo un po’, per giustificare la mia richiesta – fra le mura di quel convento, nel 1944, si è celebrato un Processo contro una bambina ritenuta una strega  - aggiungo

Ma è tutto inutile.

Nulla, non trovo nulla – continua ripetere la guida  mi spiace, ma quel convento non esiste – conferma sempre più spazientita

Guardi che non me lo sono sognato – ribadisco allora con energia – se vuole posso mostrarle i documenti del Processo celebrato contro quella bambina – e continuo, forzando ancor più il tono. Le parlo della mia ricerca decennale, di Adelaide, delle apparizioni e la informo sul libro che sto scrivendo - In quel convento, la Curia di Bergamo ha istituito un Tribunale dell’Inquisizione per condannare Adelaide, come bugiarda posseduta e le sue apparizioni come opera del demonio, importanti ecclesiastici, come il Cancelliere, l’Arcidiacono della Cattedrale, il Rettore del Seminario, l’hanno giudicata e poi condannata – le dico innervosito.

La povera guida turistica, una giovane donna, mi guarda allibita; due occhi smarriti e increduli. - Ma com’è possibile che Bergamo cancelli la propria storia?! – concludo, pregandola di informarsi su quella vicenda e di inserire fra i luoghi da visitare in Città Alta anche quel convento. Ed esco.

Scendo lungo via Gomito. Sulla piazza Mercato delle scarpe, mi avvicino ad un’anziana signora e a lei chiedo dove si trova il Convento delle suore della Sapienza

Erano là, accanto alla farmacia – mi dice indicandomi un palazzo signorile – sono andate via, ma non so dove

La ringrazio e mi avvicino a quel palazzo.

Mi soffermo davanti a una porta di cristallo. Non c’è alcuna traccia del convento. Oltre il vetro, il guardiano, seduto dietro un grande tavolo, mi scruta sospettoso. A cenni gli chiedo di entrare. Ma lui abbassa la testa, ignorandomi, e torna a leggere il giornale aperto sul tavolo.

Mi ha lasciato fuori.

Non sono uno dei ricchi abitanti di quel nobile palazzo che deve proteggere.

Quel povero guardiano, oltretutto è sordo. Per lui, quei muri non hanno anima. E non può sentire.  Come i monsignori della Curia; sicuri che quei muri non parleranno. Anche loro obbedienti al silenzio imposto a tutta la città, che ha lasciato cancellare le orme dell’orrore.

La violenza deve essere  negata, perché la città continui a vivere.

Il sacrificio della piccola Adelaide ha messo tutti d’accordo: le sue angosce, i terrori, le sue grida di dolore sono serviti per ricreare l’unità.  La vittima deve rimanere tale. 

La Curia di Bergamo ha venduto quel palazzo colmo di dolore innocente e incamerato altre ricchezze.

Gli storici, gli intellettuali, gli studiosi, le guide, i professori, di Bergamo, sono invitati a non ricordare quell’ignobile supplizio, perché la cittadella della Chiesa continui a sembrare bella, e senza macchia.

Dietro quel vetro, mi è sembrato scorgere il volto di Adelaide, tristissimo. Piangeva ancora.

 

(13 maggio 09)