Testi per la riflessione

 

                       

 

 Ali spezzate EDITRICE VITA NUOVA giugno 2008 (che denomina questo sito) - ripercorre, in forma narrativa, le tappe della dolorosa persecuzione (sequestro, inquisizione, processo, svestizione) sofferta dalla piccola Adelaide entro Sacre mura di conventi di religiose, ad opera di influenti ecclesiastici bergamaschi, dal maggio 1944 al luglio 1953.

 

 

 

 

                       

 

 

Adelaide, speranza e perdono EDIZIONI VILLADISERIANE aprile 2002 - racconta, giorno per giorno, la storia delle apparizioni di Ghiaie.

Parte del testo è riprodotta in: Una grande luce.

Nella seconda parte del libro si narra l’Inquisizione e il Processo subiti dalla piccola Adelaide ad opera della Curia di Bergamo

 

 

 

 

 

 

Pellegrinaggio al Torchio di Ghiaie EDIZIONI TOROSELLE marzo 2000 - è la rivisitazione del messaggio donato dalla Madonna alle Ghiaie come un itinerario dell’anima.

Il luogo delle apparizioni viene proposto come occasione per un percorso di conversione, di cura dell’anima e scoperta, attraverso la Santa Famiglia di Nazareth, della paternità e maternità di Dio, del Suo Amore Eucaristico, per essere famiglia con Dio e comunione col prossimo. Il testo è riprodotto, nella prima versione, in: Significati del ciclo epifanico.

 

 

                                                           

 

 

Descrizione: Descrizione: Descrizione: SCN_0019Il Simbolo di Ghiaie EDIZIONI TOROSELLE febbraio 1998 - contiene la prima analisi della Inquisizione operata da don Cortesi sulla piccola veggente Adelaide Roncalli.

Professore al Seminario di Bergamo, filosofo antropologo seguace della “Fisiognomia”, don Cortesi è sceso nel piccolo paese di Ghiaie intenzionato a sequestrare la piccola Adelaide per esaminarla e farle negare le apparizioni.  La sua azione si rivelerà una persecuzione atroce.

 

 

 

 

 

Commenti al libro Ali spezzate

 

 

 

Per la comprensione del racconto  di Giuseppe Arnaboldi Riva

Prefazione  di Alessandro Banfi

Adelaide, piccola veggente martire di Giuseppe Purcaro

 

Recensione di Giuseppe Leone

 

 

Per la comprensione del racconto

di Giuseppe Arnaboldi Riva

 

 

Tre sono le figure femminili con le quali ho confrontato Adelaide:

 

- la poetessa Antonia Pozzi - da una poesia della quale (Secondo amore) ho mutuato il titolo del libro (domandavo..alle ali degli insetti caduti il perché del morire)

- Selma Karamy, l’amore di Gibran nel suo Le ali spezzate

- Gertrude, la monaca di Monza, dei Promessi Sposi

Tutte e tre, mortalmente ferite nell’intimità da una feroce prepotenza maschile, costrette a rinunciare all’amore e alla maternità:

 

- Antonia obbligata dal padre fascista a lasciare il suo professore e spinta al suicidio, per raggiungere, oltre la vita, il suo bambino mai nato;

- Selma costretta a rinunciare all’amore per Gibran e lasciarsi morire, con la propria creatura appena nata, da un Vescovo tracotante

- Gertrude obbligata in un monastero dal padre (con le ben note conseguenze) nonostante il suo desiderio di unirsi ad un uomo

 

Come le altre anche Adelaide è forzata da una figura paterna (un sacerdote che si è sostituito al padre naturale) a rinunciare all’amore (allo Sposo mistico) e alla maternità (spirituale)

Rispetto alle altre tuttavia, Adelaide resiste alla persecuzione, non si suicida (come Antonia), non si lascia morire (come Selma) non si vendica cadendo nella dissoluzione (come Gertrude); nonostante le abbiano spezzato le ali e non possa più “volare” nel “cielo” tanto agognato (il convento) abbraccia con propensione ciò che è stato imposto dalla prepotenza (Promessi Sposi, cap X, 415 – 425) e prega per i suoi persecutori (Anche Gertrude, alla fine accetta il tormento e ritrova la radice santa della sua persona – per questa ragione il confronto Adelaide-Gertrude è il più pertinente e utile a consolidare il fine morale per cui ho scritto Ali spezzate)

 

DON CORTESI

 

Il principale persecutore di Adelaide è un ministro del “Sacro” che, divinizzata la propria intelligenza (la chiamava divina naiade), con una lunga opera di seduzione e terrore, sostenuta da influenti amici ecclesiastici, si fa padrone della persona di Adelaide, opera una terribile rescissione in lei e si pone in conflitto con chi minaccia di annullare il proprio prestigio, la propria eccellenza e la propria presunzione di tutore dell’Ordine.

 

Desta orrore vedere con quale determinazione il prete usi coscientemente la   violenza e quale disprezzo manifesti per l’infanzia, il femminile, la maternità (per questo mi sono soffermato a lungo sulle tarsie del Lotto in Santa Maria Maggiore, in particolare su la creazione di Eva che rivela un’aperta accusa a Dio di aver creato l’essere umano come male), ma credo sia necessario attraversare il disgusto per cercar di capire le radici di una mentalità aberrante ancora diffusa nella Chiesa.

 

Nella ricostruzione del pensiero e dell’azione di questo personaggio mi ha confortato la convinzione manzoniana che “la cognizione del male quando ne produce l’orrore sia non solo innocua ma utile” e che “nella verità c’è un interesse così forte che ci può obbligare ad esaminarla malgrado un vero dolore, malgrado un certo orrore vicino al disgusto”.

 

la rivelazione del meccanismo vittimario

 

Al Manzoni mi lega, non solo la convinzione del primato della morale cristiana, oltre che dell’unità fra letteratura e morale, ma ancor più l’impegno a svelare il meccanismo vittimario (Storia della colonna infame) col quale persone e istituzioni tentano di imporre l’Ordine col sacrificio di una vittima su cui scaricare tutto il male, nell’indifferenza e silenzio di tutti.

 

A questo proposito aggiungo che ho letto il dramma di Adelaide alla luce del rapporto fra sacro e violenza come evidenziato nelle opere di René Girard, attraverso le quali credo si possa finalmente trovare l’uscita dalla dicotomia società-persona e scoprire lo stesso meccanismo violento che regola la società e la persona.

 

 

La storia di Adelaide aiuterà ad espellere dalla Chiesa una mentalità arcaica e anticristiana, sedimentata nei secoli, che ancora legittima la violenza come mezzo per la conservazione del potere e la convinzione che sia opportuno stendere un pesante velo di silenzio sull’orrore compiuto, cosa peggiore della stessa persecuzione.

 

La storia di Adelaide farà riscoprire il Dio nonviolento che si ritrae, non si oppone al conflitto, ma sale sulla croce e perdona svelando così il vero amore e insieme il meccanismo della violenza.

 

 

 

Prefazione

di Alessandro Banfi

 

 

Uno dei più grandi filosofi dei nostri tempi, Emanuel Levinas, recentemente scomparso, ha detto una volta che “l’etica è un’ottica”. Gioco di parole che sottolinea il valore immenso dello sguardo. In un certo senso tutto si gioca, il nostro destino, il nostro rapporto con la vita e il suo significato, nel come vediamo le cose. Saggezza semplice e insieme profonda per dire che l’atteggiamento morale dipende in qualche modo da un’attrazione affettiva e non da regole.

La prima volta che ho visto le immagini di Adelaide Roncalli registrate dal video del signor Vittorio Villa nel maggio del 1944 mi è venuto in mente il venerando maestro del pensiero Levinas, che ho avuto la fortuna di ascoltare. In quello sguardo di quella bambina a Ghiaie si materializza l’intuizione del grande filosofo. Uno sguardo attratto da un oggetto può cambiare il mondo.

 

E infatti, in piena Seconda Guerra mondiale, sotto la Repubblica di Salò e durante l’occupazione nazista, il nord Italia è sconvolto dallo sguardo di quella piccola bambina bergamasca. Non c’è altro di concreto e dimostrabile scientificamente, se non quello sguardo. Con la motivazione che ne dà, subito di getto, la piccola Adelaide.

Eppure migliaia di persone si muovono, in tempi poi che più disagiati, difficili e anche pericolosi nel senso dell’incolumità personale, non si possano immaginare, e vanno là attratti da quello sguardo. Nel documentario di Villa sono registrate anche due prodigi accaduti a Ghiaie, al cospetto di quello sguardo. Sappiamo oggi che sono state dichiarate più di cinquanta guarigioni miracolose e altri fenomeni inspiegabili, lungo gli anni, attribuiti al culto mariano di Ghiaie ma non è questo il punto. Semmai la questione è capire la natura di ciò che è accaduto fra il 13 e il 31 maggio del 1944 e avere, oggi, la serenità di constatare che quello sguardo è comunque un fatto. Per di più un avvenimento registrato coi mezzi moderni della ripresa visiva.

 

Riproducibile nella sua immediata verità. La Chiesa cattolica non riconosce ancora le apparizioni mariane di Ghiaie. Eppure a me, cronista maturo e cattolico praticante, quella di Adelaide e della Madonna di Ghiaie pare una storia straordinaria, che andrebbe insegnata in tutte le scuole italiane. Nel senso di raccontata, oggettivamente.

Senza smentire la Chiesa, senza creare false credenze, per carità. Chiunque può essere battezzato, osservante, persino buon cattolico e non credere in Lourdes, figuriamoci dunque se si tratta di alimentare un nuovo culto. Ma questi sono fatti accaduti, che io personalmente pur essendo giornalista professionista da 23 anni, avendo lavorato in mezzo mondo e nei maggiori Telegiornali nazionali, non avevo mai sentito. Quantomeno, per il credente e per il laico convinto, un evento di portata storica sottovalutato.

 

Per questo scrivo volentieri oggi questa prefazione al lavoro sentito e appassionato di Giuseppe Arnaboldi Riva, uno studioso serio e che si è già occupato di questa vicenda nel super documentato “Adelaide speranza e perdono”, e che adesso con questo “Ali spezzate”, torna ispirato sull’argomento con un grande racconto romanzato. Questa di Ghiaie è la storia di una bambina dal destino eccezionale: una piccola contadina che si trova prescelta misteriosamente, affronta la luce della rivelazione e in pochi anni le tenebre della più feroce persecuzione.

 

Davvero diventa una “piccola martire”. Strumento del suo tormento sono alcuni ecclesiastici e massoni che la circondano attratti, come le migliaia di persone in buona fede, fin dall’inizio da quello che è accaduto a Ghiaie. Viene in mente il grande Charles Peguy, quando parla del “giardino della Grazia, calpestato dagli ecclesiastici”.

Adelaide, sostiene Arnaboldi Riva, è stata quasi uccisa. Quasi uccisa nel suo pudore e nella sua verginità. Quasi uccisa fisicamente nella messinscena della bara. Quasi uccisa nella svestizione imposta da un decreto senza precedenti nella storia recente della Chiesa italiana. Le è stato impedito di testimoniare la verità, è stata costretta al falso, sottoposta ad un processo farsa.

Non le hanno permesso di diventare suora come lei desiderava. Davvero, che Ghiaie sia autentica o no, viene da chiedersi: perché questo accanimento, perché tanto odio?

 

Non importa che oggi Adelaide Roncalli sia viva e non parli. La questione anzi è aggravata dal comportamento silenzioso tenuto oggi da quella che nel 1944 fu una bambina messa, metaforicamente e non solo, al rogo. Noi che amiamo il Signore e la sua Chiesa sappiamo che è Lui che la fa. La nostra speranza, la nostra timida preghiera, è che la Grazia del Signore possa far riaprire nelle menti di chi di dovere il caso di Ghiaie, riprendere in mano il suo messaggio, tornare a guardare sul serio lo sguardo di quella piccola bambina. 

Chissà che non sia venuto il momento perché la Provvidenza realizzi i suoi disegni misteriosi e che quella profezia mariana, “un giorno mi riconosceranno”, si realizzi proprio in questi tempi.

 

 

Adelaide, piccola veggente martire

di  Giuseppe Purcaro

 

Sequestrata grazie a una trappola tesa dal parroco del suo paese. Segregata in conventi di suore, con religiose arpie alle spalle. Torturata nella mente e nell'anima, picchiata. Vittima suo malgrado di un finto funerale, avvolta in un sudario e portata al cimitero. Segnata da una visita medica ai genitali in un convento, all'insaputa della famiglia e alla presenza di suore, di un prete inquisitore e di un medico occultista. Sottoposta a tre interrogatori senza difensore in un tribunale ecclesiastico e a esorcismo perché ritenuta indemoniata. Cacciata nottetempo come una ladra, da un convento dove, adolescente, era entrata per tentare di farsi suora. Tenuta segregata in un albergo di Roma come cameriera.

 

E tutto questo per aver sostenuto, a soli sette anni, nel 1944, lei bambina bergamasca di famiglia contadina, di aver visto tredici volte la Madonna, circondata anche da migliaia di pellegrini. Storia medievale?  Ultima fiction fanta-religiosa di Dan Brown? Nefandezze da talebani o integralisti musulmani? Riti lontani da cultura e tradizioni lombarde? Niente affatto.

 

Quello che presentiamo in anteprima è il racconto romanzato di una storia, vera e inedita al grande pubblico, uscita dalla penna di uno storico lecchese, Giuseppe Arnaboldi Riva: "Ali spezzate", il primo romanzo, sconvolgente, spiazzante, incredibile, sul "martirio" subito dalla veggente di Ghiaie di Bonate (oggi ancora vivente), Adelaide Roncalli, dalla fanciullezza fino all'adolescenza. Educatore, docente, operatore culturale, al suo esordio in campo narrativo, Riva si era già occupato dell'affaire Ghiaie nel 2002 con il saggio storico "Adelaide, speranza e perdono".

 

Ora la storia sulla cosiddetta "Ustica della Chiesa bergamasca" è stata romanzata per il grande pubblico. Un romanzo psicologico che ha come protagonisti l'Inquisitore, giovane e brillante insegnante del seminario di Bergamo (don Luigi Cortesi), e la vittima predestinata, oggetto di un lavaggio del cervello perché era inconcepibile che una contadina povera avesse potuto avere il dono di un'apparizione della Vergine del Cielo. Un romanzo destinato a suscitare non poco scalpore tra i cattolici bergamaschi e fra i religiosi. Una storia lacerante quella che emerge da "Ali spezzate":  "la piccola Adelaide con un destino straordinario affronterà un percorso difficile, di grande sofferenza e di durissime prove tanto da diventare una piccola martire come le predisse la stessa vergine nell'ultima apparizione del 31 maggio del 1944", ricorda Arnaboldi Riva.

 

Opera parziale? Tutt'altro. Quel che più sconvolge è che le fonti da cui ha attinto l'autore sono proprio gli atti e le relazioni del processo, ma soprattutto i libri scritti dai persecutori di Adelaide (don Luigi Cortesi e Ferdinando Cazzamalli, medico occultista). "I quali hanno creduto – ricorda Riva – che sarebbe stata legittimata la loro violenza necessaria per la consacrazione delle differenze e dell'Ordine, espressione dell'antropologia razzista largamente penetrata nella cultura ecclesiastica dell’epoca, con la quale Adelaide è presentata come una bimba-mostro". "Fosse successo oggi, le reazioni di qualsiasi Procura della Repubblica sarebbero facilmente immaginabili", chiosa lo storico bergamasco di Ghiaie prof. Alberto Lombardoni autore del sito:www.madonnadelleghiaie.it.

 

"Perché questo accanimento? Perché tanto odio?" si chiede Alessandro Banfi, giornalista e vice-direttore di Videonews, autore della prefazione al volume. La vita bucolica nella campagna lombarda di metà novecento, con i foschi presagi di guerra e di morte imminente, lasciano dopo alcune pagine, spazio alle prime apparizioni, all'incontro fatale con il giovane prete, che cercherà di demolire la bambina partendo dal presupposto che da un villaggio di analfabeti e di rozzi non doveva arrivare nulla che potesse turbare l'equilibrio del clero e della Chiesa. E poi ancora la guerra, le Ss che tentano di rapire la piccola (su ordine di Hitler?), gli intrighi curiali, l'isolamento del vescovo di allora (Adriano Bernareggi), le sadiche suore Lutgarda, Michelina e Bernadette e le angherie subite nei conventi, la ritrattazione estorta da don Cortesi dopo un martellante sfinimento psicologico, gli interrogatori del processo farsa che demolì le apparizioni. E sullo sfondo la famiglia, (sempre ignara della sorte della figlia), che aveva timore ma anche fiducia per gli uomini con la veste talare. Un romanzo che si legge tutto d'un fiato, che spiazza, che fa male. Una riflessione antropologica sul tema del conflitto. In attesa che, come la Vergine avrebbe rivelato alla veggente, Ghiaie sia riconosciuta dalla Chiesa. 

 

(“Il Giorno”, sabato 13 settembre 2008)

 

 

 

Recensione

Giuseppe Leone (critico letterario)

 

Con un titolo che rimanda a un verso di Antonia Pozzi, è uscito nell'estate del 2008 in libreria, “Ali spezzate”, un racconto-opera prima di Giuseppe Arnaboldi Riva.

Il libro, presentato da una propositiva e intelligente prefazione di Alessandro Banfi, giornalista, attualmente vice direttore di Videonews (Mediaset), racconta la storia di Adelaide Roncalli, una bambina di Ghiaie di Bonate, nel bergamasco, che nel maggio del '44, all'età di sette anni, ha vissuto l'esperienza straordinaria delle apparizioni mariane. Si tratta, a detta dello scrittore, di una “piccola martire”, a cui la chiesa, attraverso un “processo-farsa” nel maggio del '47, ha impedito non solo di testimoniare la verità di quell'evento, ma anche di diventare suora, a quattordici anni, come le era stato annunciato dalla madonna, durante una delle nove apparizioni.

 

E' una storia che lo scrittore racconta sulla scorta di numerose letture, in particolare di testi come Il problema delle apparizioni di Ghiaie di don Luigi Cortesi, La Madonna di Bonate di Ferdinando Cazzamalli;  di approfondimenti sugli Atti del Processo contro Adelaide, tra cui le Relazioni di Monsignor Bramini e di suor Bernadette, nonché di una sua stesura sullo stesso argomento: “Adelaide, speranza e perdono”.  Il tutto attraverso un'esposizione fluida e dialogica che conferisce all'intero racconto tensione epica e ritmo dialettico: da una parte una bambina innocente vittima predestinata, dall'altra persecutori malvagi e cinici, sullo sfondo di una Repubblica Sociale di Salò e una Chiesa cattolica in decadenza, la prima ormai vicina a una sconfitta definitiva, la seconda in ostaggio della dittatura tedesca e timorosa di eventuali ritorsioni di Hitler. Ne risentono i protagonisti del racconto, ciascuno in sentore di una propria personale tragedia, ma anche di una terribile comune apocalisse.

 

Contro Adelaide, bambina-courage che, con i suoi bagni di folla, potrebbe far saltare il “delicato equilibrio conquistato a fatica fra il clero e le truppe d'occupazione”, ecco muoversi i suoi persecutori: don Luigi Cortesi, giovane professore di filosofia del Seminario di Bergamo, nelle vesti dell'inquisitore, pronto a smontare la spontaneità delle apparizioni e a insinuare il “sospetto che la piccola veggente fosse una creatura frutto dell'ubriachezza” del padre; il professor Cazzamalli, spregiudicato voltagabbana, massone, neuropsichiatra e studioso di fenomeni paranormali, prima fascista poi antifascista in carcere, fatto uscire con l'aiuto del capitano delle SS Fritz Langer, allo scopo di esaminare la piccola Adelaide alla luce delle sue pseudoscienze e confermare così i sospetti di don Cortesi; lo stesso Fritz Langer, capitano delle SS, cattolico d'Austria, contrario tanto alle “follie delle apparizioni”, quanto all'anticristianesimo del nazismo. Essi sequestreranno Adelaide e istruiranno contro di lei un processo per difendere il cattolicesimo, sia dalle “folli idee coltivate dalle SS - primato degli uomini del Nord, l'esaltazione dei contadini come fondamento della nazione, il disprezzo del cristianesimo come religione dei deboli - sia dalle spinte popolari di un cristianesimo frutto di ignoranza e superstizione, lavorando così per la causa di “favorire segretamente un armistizio fra tedeschi e anglo americani e fermare così l'avanzata dei sovietici, allo scopo di difendere la fede dall'ateismo, anche a costo di un'alleanza con la Massoneria”.

 

Così la storia del processo contro Adelaide per negare le apparizioni mariane a Ghiaie, diviene presto, nella rivisitazione di Arnaboldi, la storia di un complotto, si direbbe, fondamentalista, contro Hitler e contro le alte gerarchie della chiesa. Un complotto che trova piena collaborazione anche presso alcune suore Orsoline, le “angeliche custodi” di Adelaide durante la sua lunga e penosa “prigionia”: da Suor Michelina, educatrice che così spiega il catechismo alla bambina : “Guarda tutte quelle spine, i chiodi, la ferita nel costato, i segni dei flagelli, guarda quanto ha sofferto per noi...”; a Suor Bernadette, che scrive così a proposito di Adelaide: “la bambina è dominata non solo dalla cattiva volontà ma anche da forti tentazioni e suggestioni diaboliche...”; a suor Lutgarda che così intende educarla o meglio rieducarla: “Pulirai le scale che vanno al dormitorio, prima però le bacerai tutte, una per una, in ginocchio”. Che dire, a questo punto, di questo racconto, che riporta le lancette della civiltà a un medioevo buio e oscurantista, che fa retrocedere il moderno ed emancipato Novecento a secolo di decadenza e di barbarie, quale veniva già qualificandosi, in questi stessi anni, nell'esperienza dei campi di sterminio della Germania nazista? e di uno scrittore che Banfi definisce “studioso serio,…attento” e che ora ritorna pure “ispirato”, su un argomento per di più affrontato in precedenza?

 

Si direbbe un racconto tratto dalle Cronache Italiane di Stendhal - quanto ad atrocità e violenza delle scene – se luoghi e tempi non ci riportassero a fatti accaduti nel ventesimo secolo, e le concezioni di certo clero non rimandassero alle teorie positivistiche del Lombroso, il criminologo ideatore della fisiognomia, una pseudoscienza pronta a dedurre il carattere delle persone dal loro aspetto fisico. Ma anche non stendhaliano, il racconto risulta ugualmente pregevole, condotto con mano ferma e sicura da un autore in possesso di uno stile sempre sobrio ed elegante, che si avvale di un periodare breve e asciutto, più attento alle cose che non alle idee; e di un lessico essenziale, con dialoghi, si disse, agili e svelti, che danno dinamicità e sviluppo alla vicenda. Ci piace il suo modo di raccontare e anche quella sua maniera di descrivere il paesaggio, l'ambiente, la psicologia dei personaggi. Non avviene mai che lo scrittore intervenga dall'esterno per dare un suo giudizio su personaggi o cose che descrive.

 

Quando lo fa, ricorre all'esergo e, qualche volta, anche all’uso dell’analogia: così, per esempio, nell'invocazione di Gibran in apertura del racconto – Signore abbi pietà di noi e raggiusta tutte le ali spezzate - dove Arnaboldi può rivelare in tal modo anche la propria visione religiosa della vita; così ne La Creazione di Eva di Lorenzo Lotto, ammirata da don Cortesi fra le tarsie della Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo, dove un’Eva “col volto di una donna e il corpo di un serpente”, finisce per essere la chiara incarnazione del suo pensiero  sull'animalità della donna e sul suo legame con il male. Bene, allora, ha visto Alessandro Banfi definendo “romanzato” questo “sentito e appassionato” racconto di Arnaboldi, capace di narrare e di evocare a un tempo, ora raccontando con realismo la storia di Adelaide, ora trasferendo nelle ali spezzate di un'ape o nelle due libellule azzurre che volano nella direzione del fiume, la speranza che quella bambina che “è stata quasi uccisa”, torni a volare, almeno nel segno della sua arte. E non solo, anche della fede, se Banfi, in conclusione della prefazione, può ancora sperare che “la Grazia del Signore possa far riaprire nelle menti di chi di dovere il caso di Ghiaie”, e lo stesso Arnaboldi può non darsi ancora pace, rivelandolo, a racconto concluso,  in un esergo  di manzoniana  memoria, attraverso il quale può gridare tutta la sua rabbia sulla verità di Ghiaie che continua ad essere avvolta ancora dal silenzio: “Così è avvenuto più volte, che anche le buone ragioni, abbian dato aiuto alle cattive, e che, per la forza dell'une e dell'altre, una verità, dopo aver tardato un bel pezzo a nascere, abbia dovuto rimanere per un altro pezzo nascosto”.

 

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