L’attacco massonico
alle apparizioni di Ghiaie
La religione dell’uomo nella terra della Madre dell’UomoDio
Il libero muratore domina la Chiesa e annuncia l’avvento del
dio massonico
Il framassone signoreggia il
luogo santo delle apparizioni
Il falso Cristo in chiesa per un’eucarestia diabolica
L’idolo papale in Seminario protegge il falso Cristo e il
crimine
tempo della Chiesa e tempo del massone
Una casula diabolica per il vescovo di Bergamo
La croce nello stemma del vescovo di Bergamo
Lo stemma massonico del vescovo di Bergamo
Il falso Cristo esposto nelle chiese
Cristo negato dall’uomo della Cabala
Una bella pietra sopra don Matteo
Yara vittima dell’inganno
clericale
Il falso Cristo in chiesa per un’eucarestia diabolica
Il parroco di Ghiaie don Davide Galbiati
ha commentato, più volte, in chiesa, il grande quadro acquistato per 11.000
EURO, definito: DEPOSIZIONE.
Domenica scorsa lo ha fatto addirittura durante la Messa
al posto di predicare il Vangelo!!
Purtroppo, finora, solo pochi conoscono i suoi
interventi, che mi auguro abbia il coraggio di pubblicare, perché tutta la
Chiesa sappia come sia riuscito a giustificare l’immagine-bestemmia con la quale
ha oscurato tutte le altre immagini presenti nella chiesa stessa, che da
decenni comunicano ai fedeli i temi principali del Vangelo.
Qualche giorno fa sono entrato anch’io nella
parrocchiale di Ghiaie, per vedere questo quadro che troneggia oltre l’altare
massonico (collocato due anni or sono dallo stesso don Galbiati)
e nasconde completamente quello preconciliare.
E’ terribile la sensazione che si prova: questo quadro
diffonde tutt’attorno un’atmosfera angosciante, cupa e tenebrosa: l’UOMO senza
vita, disteso sulla grande, inquietante, piattaforma ovale, trasmette
desolazione e un terribile odore di morte.
Avevo saputo che, durante una presentazione del quadro,
un parrocchiano coraggioso si era fatto avanti e aveva contraddetto il parroco.
“non è Cristo
perché non ha la corona di spine e le stimmate” – gli aveva fatto notare.
Ma lui, il parroco, non si era scomposto e, senza
perdere la calma, gli aveva replicato che:
“è Cristo perché
presenta la ferita nel costato” (per
la verità inesistente); facendo, così,
credere a tutti che Cristo non è stato crocifisso, né gli hanno imposto la
corona di spine – come scrivono gli evangelisti – ma è morto sol perché
qualcuno lo ha trapassato al cuore con una lancia!!
Non contento, subito dopo il parroco aveva invitato i
fedeli a riconoscere nel personaggio che si allontana dall’uomo morto (quello
vivo in basso a destra) “ognuno di noi e
gli apostoli”; dimenticando, evidentemente, di ricordare la presenza, alla
vera DEPOSIZIONE, dell’apostolo Giovanni, che non si è allontanato da Cristo.
Ancor più grave poi, è la spiegazione dell’ovale
su cui giace l’uomo morto:
- rappresenta la
continuità del tempo! – aveva esclamato, contando inevitabilmente sull’ignoranza
dei presenti, nessuno dei quali naturalmente si era ricordato che la concezione
ciclica del tempo non è cristiana, ma pagana, classica, gnostica, orfica,
mitologica….
Non bastano queste blasfemie per scatenare l’indignazione
dei cristiani? – mi sono chiesto davanti a quel quadro orrendo.
Ma che succede nella Chiesa? Perché questo silenzio
omertoso di tutti?
Perché i preti se ne stanno rinchiusi nelle canoniche a
borbottare inetti, attenti a non pestare i piedi al giovane chierico di Ghiaie
tanto protetto in Curia e dal vescovo, aspettando, come tanti don Abbondio, che il “temporale” finisca mentre il demonio
continua a demolire la Chiesa?
Mi son chiesto altresì, quale liturgia celebri quel
giovane chierico e quale eucarestia distribuisca ai suoi fedeli, visto che
predica un falso Cristo.
Un brivido di freddo intensissimo, mi ha percorso la
schiena.
Sono uscito in fretta da quella chiesa, a respirare aria
pulita.
Una cosa mi è chiara: questa bestemmia non è altro che
la conseguenza del favore continuamente accordato dalla Chiesa ai chierici che
hanno massacrato la piccola martire.
(21 settembre 2011)
Il luogo santo delle apparizioni
una grave minaccia per la Chiesa, per Maria e per la piccola
martire
Nelle
precedenti riflessioni sul quadro collocato nella parrocchiale di Ghiaie,
abbiamo cominciato a identificare i due personaggi che lo compongono:

1)
nell’uomo morto disteso a terra abbiamo
identificato il GRAN MAESTRO filantropo di una congrega di “illuminati”, il falso
redentore che si è sacrificato per il bene dell’umanità insegnando ai
discepoli i segreti per la realizzazione
della GRANDE OPERA MASSONICA.
2)
nell’altro uomo, quello vivo (in basso a
destra) abbiamo identificato il DISCEPOLO,
che si allontana triste per la morte del suo MAESTRO e sia avvia nel mondo a
compiere la missione ricevuta da lui: LAVORARE al compimento della GRANDE
OPERA MASSONICA.

Questo personaggio è tanto
importante per il parroco don Galbiati, che lo ha
esposto:
sul sagrato della chiesa con una
gigantografia
e nella bacheca della cappelletta delle
apparizioni con una locandina; collocata, guarda caso, proprio sopra la
dichiarazione con cui lo stesso parroco don Galbiati,
due anni or sono, nel marzo 2009, ha vincolato la piccola martire
all’obbedienza esclusiva a lui e ai suoi progetti:
“
Io sottoscritta, Adelaide Roncalli, con la presente intendo confermare la mia obbedienza
alla Curia di Bergamo rappresentata dal parroco di Ghiaie don Davide Galbiati. Ribadisco inoltre la mia estraneità a qualsiasi progetto o iniziativa presa da
altri
Guardando l’immagine di questo
personaggio sopra la dichiarazione di Adelaide è inevitabile domandarsi:
quale relazione vuole stabilire il
parroco don Galbiati fra questo personaggio e la
dichiarazione di Adelaide?
Non c’è che una risposta:
don Galbiati
approfitta dell’obbedienza strappata ad Adelaide per imporre il proprio progetto
massonico anche nel luogo delle apparizioni.
L’iniziativa di don Galbiati si configura perciò, come un attentato gravissimo
alla sopravvivenza delle stesse apparizioni.
Ormai è chiaro: un’altra chiesa e un
altro “credo” vengono promossi, anche nel luogo santo delle apparizioni – che
si vogliono distruggere in modo subdolo, continuando a “MASSACRARE” in silenzio la piccola martire, per
costringerla a un’obbedienza fraudolenta e al SILENZIO PER SEMPRE.
Per questo, è di vitale importanza
che i fedeli comprendano chi è il personaggio tanto caro a don Galbiati, che tanto lo rappresenta.

Rileggiamo allora, la frase che lo
stesso parroco ha fatto scrivere sui manifesti e sugli avvisi collocati sul sagrato
della chiesa e nella bacheca della cappelletta.
“CHE UN UOMO GODA DEL SUO LAVORO E’
DONO DI DIO”
E domandiamoci:
com’è possibile accordare questa
frase, che dovrebbe suscitare un sentimento di gioia, con la tristezza
manifesta di questo personaggio ripiegato su se stesso, carico di una colpa
terribile, in preda a una tristezza inconsolabile e prigioniero di una collera
repressa?
E perché costui non guarda “in alto”,
il cielo, dove il Signore Risorto è stato
“assunto e verrà allo stesso modo” (AT 1,11), ma guarda “in basso”, la terra, la stessa su cui giace il suo
MAESTRO morto?
Osserviamolo bene: perché la sua
maglia è lacerata, strappata sulla spalla destra? È caduto? Lo hanno picchiato?
Ha lottato con qualcuno?
Quello strappo non è forse un segno
di riconoscimento del suo lavoro?
Non è forse costui un muratore, un maçon, un frammassone, appunto?
NB. Recentemente don Davide Galbiati ha commentato il quadro nella chiesa parrocchiale
di Ghiaie e ha dovuto rispondere, imbarazzato, alle domande di coloro che
nell’uomo morto hanno riconosciuto un falso Cristo. Anche di questo daremo
conto; soprattutto a coloro che detengono le sorti della Chiesa, perché non si
dica che nessuno ha denunciato questo ennesimo gravissimo affronto a Dio, alla
Sua Santa Madre e alla Chiesa stessa.
(15 settembre 2011)
domina la Chiesa
e annuncia l’avvento del Dio massonico

Sul sagrato della chiesa di
Ghiaie, il parroco don Galbiati ha collocato la gigantografia di uno dei due personaggi
del grande quadro posato in chiesa davanti all’altare preconciliare:
l’immagine del personaggio che si
allontana dall’UOMO “morto” disteso supino sulla terra.
Nella parte bassa dell’immagine di
questo personaggio, don Galbiati ha fatto scrivere
un’affermazione seducente:
CHE
UN UOMO GODA DEL SUO LAVORO E’ DONO DI DIO
Un’affermazione impegnativa, pregna
di un messaggio universale annunciatore di una grande missione.
Una missione che, evidentemente, il
personaggio vivo del quadro ha
ricevuto dall’altro personaggio – quello morto
– il suo MAESTRO:
una missione per il mondo, perché
gli uomini conoscano quel MAESTRO e in lui riconoscano il vero Dio - il Dio che elargisce il piacere del lavoro
- e imparino a adorarlo.
Con quest’altra “bella trovata” il
parroco di Ghiaie don Davide Galbiati, ha finalmente
palesato il significato della sua ultima impresa, costata mesi di lavoro, e ha rivelato, allo stesso
tempo, il progetto - di cui si è fatto portatore per conto della Curia
bergamasca:
alterare
il Vangelo di Cristo e diffondere la nuova religione dell’UOMO.
Ma non c’è da meravigliarsi.
Perché don Davide Galbiati, in reatà, non ha fatto
nulla di nuovo.
Egli ha manifestato semplicemente il
credo secolare della chiesa di Bergamo, il credo falso di un clero curiale
superbo composto da intellettuali arroganti, mercanti e banchieri esperti in
affari mondani, un clero abituato a vivere nell’ozio e nel lusso, a godere di
un falso lavoro, mascherato con le apparenze del divino, che garantisce ogni
comfort in grandi sontuosi palazzi e l’elevazione sopra la sofferenza della
gran massa di coloro che davvero lavorano e non godono del loro lavoro, ma lo
portano sulle spalle, giorno dopo giorno per amore della propria famiglia.
Forse il parroco di Ghiaie don
Davide Galbiati non lo sa. Ma lui ha manifestato quel
che ha sempre pensato il suo vero MAESTRO, morto da tempo: l’illustre, feroce
intellettuale edonista don Cortesi; il promotore dell’alleanza con la
Massoneria e fautore di un Dio padrone sprezzante la povertà: il putrido
Inquisitore di Adelaide, il demolitore della famiglia Roncalli, il calunniatore
di papà Enrico che il duro lavoro al Linificio per mantenere la famiglia
numerosa lo conosceva bene.
(G. Riva, A.
Beretta, Il simbolo di Ghiaie, BS, pg 45)
No, non c’è proprio niente di cui
stupirsi.
Don Davide Galbiati
non ha forse rinunciato al lavoro alienante e crocifiggente per fare il prete/imprenditore
e seguire le orme dei suoi più dotati predecessori della Curia?
( come dimostrano le innumerevoli
opere spregevoli con cui ha devastato la parrocchia di Ghiaie demolendo ogni
segno delle apparizioni della Madonna. )
Egli prosegue la storia trista di
una Curia subdola, ricca, demagogica e feroce.
Una cosa preziosa ci ha comunque
rivelato con la sua prorompente iniziativa.
Ci ha fatto capire che la
gigantografia esposta sul sagrato è una sua immagine e, insieme, un’immagine di
un clero falsamente innovatore.
Ci ha fatto capire che il personaggio esposto sul sagrato all’attenzione dei fedeli come portatore di una grande missione
è immagine del libero muratore.
E’ figura dell’eletto inviato dal GRAN MAESTRO
filantropo, morto per il bene dell’uomo,
a diffondere la nuova religione dell’UOMO nella Chiesa,
chiamare tutti gli altri al LAVORO di costruzione del GRANDE EDIFICIO, alla realizzazione
della GRANDE OPERA: l’autodivinizzazione
dell’umanità attraverso il lavoro.
E a cantare insieme ai “fratelli”, nella Chiesa trasformata in una
Loggia, l’inno al nuovo Dio:
“sii glorificato, o lavoro, prima e più alta virtù massonica! Sii benedetto dai Figli della Vedova per tutto ciò che di buono ci darai nel futuro!”
A Bergamo, da tempo ormai, Dio ha preso le sembianze del Grande Architetto Dell’Universo
A Bergamo da tempo si sono smarrite le vere beatitudini evangeliche!
E’ ancora utile ricordare che il lavoro,
anche quando risponde alla propria attitudine, è, innanzitutto, solo una
delle attività umane nelle quali il cristiano è chiamato ad attuare
quotidianamente il Regno di Dio attraverso l’amore per il prossimo, ovvero
attraverso:
la povertà di spirito, la mitezza, la
misericordia, la giustizia, la purezza, la pace, il perdono, la sofferenza e
l’afflizione vissute in letizia?
(05 settembre 2011)
nella terra di Maria Madre
dell’UomoDio
Nel giorno santo dell’Assunzione
della Beata Vergine Maria al Cielo la Parrocchiale di Ghiaie dedicata alla
Santa Famiglia di Nazaret, mostra la nuova bestemmia
clericale.
Dietro l’altare
blasfemo e massonico dell’agnello rovesciato, un grande dipinto eretico copre
l’altare preconciliare e annuncia il trionfo della religione dell’uomo
anche nella terra di Maria.
L’opera distruttiva
delle apparizioni della Regina della Famiglia è così completata.
Un’altra volta,
definitivamente, Maria Madre dell’UomoDio viene
cacciata, mandata via dalla superbia in talare. Martirizzata.
Come la sua figlia prediletta. In attesa della sua definitiva soppressione.
Questo dipinto di
Maurizio Bonfanti - acquistato dal parroco don Davide
Galbiati con l’obolo di una colletta fra i
parrocchiani (11.000 EURO) per coinvolgere tutti nell’eresia - sarà presto
commentato nella chiesa.
Quest’opera eretica
è spacciata da don Davide Galbiati, sul bolletino parrocchiale di aprile 2011, come “interpretazione originale del classico tema
devozionale della deposizione dalla croce del corpo di Gesù”.
“Le versioni tradizionali – scrive
sornione il Parroco che ben sa di seminare eresia e falsità approfittando
dell’ignoranza dei fedeli - vedono solitamente Maria che, ai piedi della
croce, sorregge sulle proprie ginocchia il corpo esanime del figlio, attorniata
dall’apostolo Giovanni e da alcune donne piangenti. Il dipinto di Bonfanti, invece, compie una rigorosa sintesi sul tema, lo
riduce all’essenza: il corpo morto di Gesù. Un cadavere che non è affidato alle
cure amorevoli e alle lacrime della Madre, ma che giace abbandonato sulla
terra.”
Queste parole
purtroppo, sono solo l’antipasto velenoso. Perché, come detto, prossimamente la
Curia di Bergamo manderà un esperto d’arte per confermare quest’opera eretica come
opera cristiana, e convincere tutti che il dipinto rappresenta davvero la
deposizione di Gesù.
Operazione
fraudolenta destinata disgraziatamente al successo; perché i fedeli - ormai
aggrediti dal predominio di un arte superba, incapaci di distinguere il vero
dal falso e di vedere che questo dipinto non è un’icona santa, non è una
“porta regale” che conduce l’anima a Dio – ascolteranno passivi e
plauderanno il frodatore.
Ormai anche nella
Chiesa vige il principio ingannevole che:
“tra l’immagine, divenuta opera d’arte, e qualsiasi fruitore, è ormai
indispensabile la presenza dell’interprete”
come scrive
altezzosamente il curatore del quaderno pubblicato dal Museo
Diocesano Adriano Bernareggi per la presentazione
delle opere di Maurizio Bonfanti
(Biblioteca A. Mai)
Per questo,
derubati della capacità di capire l’inganno nell’arte - sempre più alla ricerca
del culto di se stessa per sostituirsi al culto di Dio - i fedeli ascolteranno
lo psicopompo della Curia - che li
convincerà intortandoli con espressioni enfatiche, elevate e incomprensibili,
costretti infine a credere che il dipinto raffigura davvero la deposizione di
Gesù.
Per capire quanto è
grave quel che accade a Ghiaie
è sufficiente
confrontare due dipinti dello stesso Bonfanti.
Ovvero:
- l’uomo sdraiato
supino del quadro collocato a Ghiaie spacciato come “GESU’ DEPOSTO DALLA
CROCE”,
- con l’uomo
accovacciato di un altro dipinto di Bonfanti
denominato “ULTIMA CENA”
(che si trova nella chiesa di Santa Maria in Monte Santo del Seminario
Vescovile Giovanni XXIII in Bergamo).
Non è difficile vedere che è lo
stesso UOMO


E
scoprire – come ho già scritto ( EVERSIONI CLERICALI )
che QUEST’UOMO NON E’ GESU’, NON E’ IL CRISTO MORTO, ma la rappresentazione dell’uomo primitivo-primigenio,
l’uomo originario.
Oppure, in altri termini: l'Uomo
Totale, l'archetipo dell'Umanità, la sua forma perfetta;
che quest’uomo e’
la rappresentazione dell’UOMO DELLA CABALA, figura del falso
redentore, che unisce gli uomini - rappresentati nel dipinto ULTIMA CENA dagli
esseri che attendono in piedi – per i quali
egli spezza il pane, cioè si sacrifica – ovvero si offre in cibo
per la loro trasformazione interiore, perché perfezionino se stessi, diventino
simili a lui, e si divinizzino.
Lo si comprenderà altresì,
osservando lo spazio ovale sul quale
l’uomo della Cabala spezza il pane e sui cui poi giacerà morto: che è figura
della pietra levigata, figura dell’uomo riportato al suo stato primigenio,
attraverso il sacrificio e la morte, affinché possa mutarsi in un essere nuovo:
un Iniziato, un illuminato.
Una domanda fondamentale da porre
allo psicopompo della Curia chiamato dal Parroco a intortare i
fedeli di Ghiaie:
PERCHE’ ELIMINARE MARIA?
PERCHE’ SEPARARE MARIA DA GESU’?
Che vuol dire:
SEPARARE LA CHIESA DA CRISTO
SPEZZARE L’UNITA’ DEL VERBO E DELLO
SPIRITO.
A questa domanda si può rispondere
scoprendo il ruolo del
personaggio che esce dal quadro,
e se ne va, nel buio, voltando le spalle
all’uomo morto supino sulla terra.
Chì è quel
personaggio?
Don Galbiati descrive costui come un passante che ha coperto il
cadavere con un pezzo di stoffa e poi se ne è andato voltandogli le
spalle:
“ unico gesto di frettolosa cura è la stoffa
che lo copre, forse sistemata sbrigativamente dall’uomo che, voltandogli le
spalle, se ne sta andando “ – scrive,
pensando “di darla a bere” a povere menti zotiche, per far credere ai suoi
fedeli che la deposizione di Gesù è un accidente capitato a un pover’uomo qualunque crollato al suolo
e poi abbandonato.
Il problema
gravissimo è che:
don Galbiati la verità non può svelarla. Perché sarebbe
cacciato dalla Chiesa all’istante.
Per capire
chi è veramente quest’uomo e scoprire la verità del quadro occorre raffrontare
di nuovo i due dipinti di Bonfanti.

Si scoprirà
che il personaggio in questione
- è l’ultimo degli esseri che appaiono sullo sfondo del
dipinto ULTIMA CENA,
- è uno di
coloro che si sono cibati del sacrificio dell’uomo della Cabala
- è l’illuminato che se ne va, tristissimo e disperato
a capo chino per la morte del MAESTRO,
consapevole che la morte è la regina incontrastata dell’uomo creato da
un Dio invidioso e cattivo, un Dio contro cui bisogna combattere per vincerlo
superando eroicamente la morte;
- è dunque il massone
che – DAL GRAN MAESTRO FILANTROPO SACRIFICATOSI PER IL BENE DELL’UOMO - ha ricevuto la missione di lavorare al
compimento della Grande Opera:
diffondere NELLA CHIESA E NEL
MONDO la nuova religione dell’uomo.
Sia chiaro: di questo scempio il
vescovo Beschi, quale capo delle Chiese di Bergamo, è
partecipe e dunque primo responsabile.
Originario di Brescia, non può far
altro che presiedere in Bergamo alla realizzazione della Grande Opera da tempo
iniziata, perché si estenda compiutamente in tutta la Chiesa.
E cosa faranno i Monsignori di Roma?
Chiuderanno complici per l’ennesima volta occhi e orecchie?
In ogni caso, costoro
si mettano l’animo in pace. Perché
sarà Lei:
La Regina della famiglia umana
la Madre della
Unità
la Donna vestita di Sole
con la piccola
martire a
scacciare l’Eresia
e
illuminare il nuovo
tempo della Chiesa
(Assunzione al Cielo della Beata Vergine Maria)
NB: che pena constatare, in questi falsi preti e laici innovatori, OLTRE
ALL’INGANNO ODIOSO CONTRO LA CHIESA, la stessa nauseante MISOGINIA che ha connotato tanta parte del clero e
dei fedeli cattolici!

protegge
il falso Cristo e il crimine
Da anni la grande statua raffigurante Papa
Giovanni XXIII elevata nel Seminario a lui dedicato, copre la ferocissima
persecuzione contro Adelaide, attuata dall’illustre professore don Luigi
Cortesi e proseguita dai suoi colleghi complici.
(chi potrebbe mai indicare il Seminario
dedicato a Giovanni XXIII come luogo d’ideazione di un tal crimine
abominevole?)
E oggi, dall’alto della sua enorme imponente
figura, lo stesso Papa Giovanni benedice i seguaci delle idee innovative da Lui
introdotte nella Chiesa,
che, recentemente, hanno trovato espressione
artistica nei dipinti del pittore Maurizio Bonfanti
collocati nella chiesa del Triennio dello stesso Seminario,
fra i quali il falso Cristo
simile a quello esposto dal parroco don Davide Galbiati
nella chiesa di Ghiaie
(occorre cominciare a capire che Il martirio
di Adelaide e la promozione del falso Cristo sono crimini strettamente uniti e
indicano un programma eversivo molto chiaro, ovviamente occultato all’ombra del
grande Papa elevato ad idolo.)
Falso Cristo nella chiesa del Triennio in
Seminario Falso
Cristo nella chiesa di Ghiaie
Pieni di simboli occulti (la pietra
squadrata, il Tau, la Y di Baphomet…) i quadri di Bonfanti esposti in Seminario, nei quali Giuda non si
differenzia dal falso Cristo, sono fautori di una religione dell’uomo, per
l’uomo.
Ha fatto bene
Monsignor Bertocchi a ricordare che Papa Giovanni (65 anni…, pg.109)
-
ha rifiutato si citassero le apparizioni di Ghiaie nella sua biografia
del ‘59 (“sarebbe il colmo
dell’imprudenza e della indiscrezione” ha scritto),
-
ha sempre seguito le indicazioni del Seminario di Bergamo e della Curia
di Bergamo come se a Bergamo risiedesse il potere della Chiesa,
-
ha lasciato mano libera al Santo Ufficio (ovvero a coloro che avevano
legittimato l’opera ferocissima e immonda dell’Inquisitore bergamasco ),
SOPRATTUTTO
-
non ha mai accordato udienza ad Adelaide
Cosa davvero incomprensibile visto che lo stesso Papa
ha accordato udienza a persone nemiche della Chiesa.
Come quella
concessa il 7 marzo 1963 al giornalista sovietico direttore della Izvestija, Alexis Adjubei,
e a sua moglie Rada Krusciova, figlia di Kruscëv, alla quale ha manifestato tutta la sua più sublime
affettività.
“La semplicità e la sensibilità paterna di
papa Giovanni spiazzò i due coniugi – hanno scritto i cronisti
Alla signora Rada,
infatti, nel bel mezzo della conversazione, Papa Giovanni lasciò cadere una
domanda semplice:
«Come si
chiamano i vostri figli? È così dolce sentirne pronunciare i nomi dalle labbra
di una mamma!».
Rispose la signora
Adjubei: «Nikita, Alexis, Ivan».
Allora, commentò
il papa: «Nikita, il nonno. Ci sono parecchi santi venerati con questo nome,
ma uno, un austero anacoreta, ho venerato a Venezia. Alexis: egli racconta una
misteriosa storia di penitenza e di nascondimento. Lo veneravo in Bulgaria.
Ivan! Ivan sarei io che ho voluto chiamarmi Giovanni. Prediligo il Battista e
l'Evangelista, al punto che, eletto papa, li invitai a farmi da angeli tutelari
nel corso del mio pontificato. Una carezza a Ivan. Gli altri due non se
n'avranno a male».
http://www.storiain.net/arret/num105/artic5.asp
Perché il Papa ha rifiutato di donare la sua semplicità
e la sua sensibilità paterna anche ad
Adelaide, novizia Sacramentina massacrata ed espulsa
a forza dal convento di Lodi?
Cos’era Adelaide per Lui? una nemica della
Chiesa peggiore della Krusciova? un’appestata? una bugiarda
lussuriosa figlia di un ubriacone, un nodo di vipere…..come l’hanno sfigurata i
chierici bergamaschi?
La risposta si trova ricordando che, dopo un mese dall’incontro con Alexis Adjubei e Rada Krusciova, il 9
aprile del 1963, Papa Giovanni firmerà l’Enciclica Pacem
in terris, documento considerato una "illuminazione" politica
offerta soprattutto ai potenti della Terra, con cui è considerato un grande
fautore della pace.
La qual cosa porta
a concludere che:
rifiutando Adelaide,
Papa Giovanni ha rifiutato, di fatto, la Vera Pace offerta alla Chiesa dalla
Madonna apparsa a Ghiaie, nel giorno di Pentecoste, come Regina della famiglia e della Pace
preferendo una pace tutta umana.
Una pace che si è
rivelata del tutto illusoria, visto che da allora i potenti della Terra hanno
seminato guerre sempre più terrificanti.
E’ duro
ammetterlo, ma
quale allievo e poi professore del Seminario
di Bergamo che lo ha elevato al vertice della Chiesa,
Papa Giovanni ha lasciato che trionfasse,
sulla giustizia, la violenza dell’Istituzione Sacra
che, dopo la sua morte, per continuare a
coprire il crimine commesso,
lo ha ripagato seminando ovunque statue
gigantesche, di Lui, come fosse un grande idolo.
(02
ottobre 2011)
tempo del massone
Sempre più impudente, il parroco di
Ghiaie procede imperterrito, per conto della Curia di Bergamo, nella sua opera
distruttiva del Santo Luogo delle apparizioni.
Dopo aver appestato la Chiesa con un
enorme quadro blasfemo,
ha distribuito ai suoi fedeli un Calendario parrocchiale per imporre a tutti di
vivere il prossimo anno pastorale, non alla luce di Cristo, ma alla luce del “libero
muratore” che
campeggia sulla prima pagina dello stesso Calendario.
Il parroco di Ghiaie è, dunque,
giunto a sostituire
Cristo col massone. Così che si cominci a vivere il tempo della
Chiesa non più alla Luce di Cristo ma nello spirito del falso Cristo venerato
dalla Massoneria.
Grazie a questa subdola operazione,
il tempo della Chiesa non è più riferito a Cristo Risorto, che unisce il tempo
finito e il tempo eterno e dà senso ad ogni azione liturgica e pastorale (
incontri, catechesi …), ma al “libero muratore”, il discepolo del Gran Maestro
filantropo che ha avuto da lui il compito di impadronirsi del tempo di Dio,
sostituendo il tempo della Chiesa col tempo della massoneria.

Già da tempo il Parroco di Ghiaie ha
trasformato la Santa Messa in un’azione scenica blasfema ponendo se stesso fra
due icone massoniche:
alle sue spalle ha posto il Gran Maestro
filantropo, icona della nuova religione dell’uomo, come fondale tragico, in
sostituzione del Cristo Crocifisso e Risorto, imponendo ai suoi fedeli di
pensare che è possibile adorare, non il Figlio di Dio incarnato nel seno della
Vergine Maria per opera dello Spirito Santo….., ma l’eletto, l’uomo che si è
fatto come Dio e si è sacrificato nel compimento della Grande Opera: la
fratellanza universale;
davanti a sé ha collocato l’agnello rovesciato
dell’altare su cui celebra un’eucarestia diabolica, per instillare in tutti,
subdolamente, che occorre capovolgere i fondamenti stessi della Verità prima,
del Credo e del Vangelo.
Con affabilità, simpatia, amabilità
(come faceva don Cortesi) il Parroco di Ghiaie ha conquistato i suoi fedeli e
ora ne condiziona il pensare diffondendo il convincimento della necessità di
una religione nuova:
un cristianesimo adatto ai nostri
tempi, un cristianesimo dell’uomo per l’uomo; e dunque di una nuova concezione
del tempo della Chiesa.
La frase che campeggia in prima
pagina sul calendario - “CHE UN UOMO
GODA DEL SUO LAVORO E’ DONO DI DIO” - accanto all’immagine del “libero muratore” ( nel
quale il parroco si identifica
), contiene il senso nascosto di quest’operazione di ladrocinio del tempo della
Chiesa.
Come ho già detto, quella frase
allude al lavoro massonico di trasformazione del proprio SE’ (una banale
scimmiottatura dell’ascesi cristiana):
trascendere il mondo sensibile,
liberarsi dalle contingenze, superare il proprio tempo storico individuale,
dirigersi al centro del proprio essere, alla radice del proprio essere, tornare
alle origini primitive,
entrare nello spazio sacro senza tempo, purificarsi alla luce del Sole mistico,
per ricevere l’illuminazione e la conoscenza, per vivere poi, integralmente,
insieme agli eletti, nel Grande Tempo Sacro e partecipare alla realizzazione
della Grande Opera della fratellanza universale…….
Il tempo della Chiesa che l’età moderna
ha corrotto a vantaggio del tempo del mercante (delle banche, dell’usura, della
produzione, dello sfruttamento…), oggi diventa tempo del massone.
Senza
che nessuno dei fedeli si accorga del gravissimo pericolo che corre la Chiesa,
il parroco di Ghiaie porta così a compimento anche la distruzione del messaggio
delle apparizioni della Madonna e della Santa famiglia alla piccola Adelaide
fondato proprio sul tempo di Pasqua che è il tempo della Chiesa.
Chiusi
nelle loro comode canoniche, impauriti dalla Curia potente, i preti girano la
testa, tacciono, obbediscono, ignavi, lasciando mano libera alla sua
distruzione.
(27 ottobre 2011)
Una casula diabolica
per il Vescovo di Bergamo

per una liturgia spettacolo
per alterare la realtà,
creare una falsa unità,
coprire il crimine,
far dimenticare il vero Dio.
Dopo aver posto una bella
pietra tombale sulla verità della morte tragica e misteriosa di don Diletti,
occorreva metterne un’altra sulla verità dell’assassinio altrettanto misterioso
e terrificante di Yara.
E ripetere con lei lo stesso
trucco usato per don Diletti.
Angelicare e
santificare Yara è stato molto più semplice che per
don Diletti.
E’ bastato presentarla come vittima di un orco
misterioso nascosto chissà in quale antro (comunque non certo in Curia, in
paese, in parrocchia o in oratorio) ed elevarla poi agli occhi di tutti, in una
fastosa liturgia spettacolo, come una piccola santa,
un piccolo angelo-protettore frutto di una comunità sana e devota, e di
una terra benedetta da Dio.
Era l’unico modo per far
dimenticare le immagini desolanti del cantiere e del campo in cui Yara è stata ritrovata.
Era l’unico modo per far
dimenticare, come ho già detto, che la terra sulla quale è stato
abbandonato il suo povero corpo martoriato, è una terra malata, impregnata di
prostituzione, miasmi da discoteca, rifiuti di alcolizzati, drogati, sbandati,
una terra arida per la disperazione e il pianto di creature nientificate
dalla solitudine, un campo di morte, lo specchio di una società e di una chiesa
corrotta dal perbenismo, dalla brama di successo, dalla ricchezza e soprattutto
dalla ricerca
dell’esibizione.
Era l’unico modo per far
dimenticare che Yara è il prodotto di un mondo
piccolo borghese diffuso: un mondo agiato, per bene, perfetto, senza
incrinature apparenti; per far dimenticare che Yara,
ragazzina istruita, alle soglie del successo sportivo, una piccola campionessa
in fieri, ha esibito il proprio corpo in palestra e gareggiato sotto gli occhi
orgogliosi di parenti e amici, ignara che intorno a lei era cresciuto in questi
anni un gravissimo pericolo; per far dimenticare che Yara
è stata vittima di un ingannevole silenzio complice favorito da un clero e da
fedeli abituati ormai a signoreggiare in questo mondo, a vivere una doppia
vita; un clero e fedeli che, pur conoscendo il pericolo, non l’hanno avvertita
fingendo di non sapere che il corpo esibito per il successo è cosa da evitare
perché attrae il male.
Per angelicarla,
bisognava comunque fare due cose
1) trasformare la palestra, ovvero il luogo del crimine – un orrore di
cemento freddo al limitare di un paese ormai desertico - in una chiesa.
E poi trasformare la chiesa-palestra in un palcoscenico sul quale mutare la tragedia reale in una rappresentazione, per ingannare la folla dei fedeli sempre più emotivamente disposta allo spettacolo di massa, e allontanare così la coscienza del male con una bella finta catarsi, per far credere che in fondo Dio ha permesso il sacrificio di Yara al fine di ottenere un bene più grande per tutti: far credere cioè, che la morte di Yara è stato un sacrificio redentore, discolpare così tutti e chiudere Yara in un paradiso inesistente per una comunità bugiarda.
2) cristianizzare
il nome della piccola vittima e accostare il nome di Yara
a quello di Gesù; perché Yara non solo non è un nome
cristiano, ma al contrario appartiene a un popolo, quello azteco, noto come il
più sanguinario e sacrificale che la storia abbia mai conosciuto.
La rivelazione di una celebrazione
diabolica
Per conseguire questo secondo obiettivo ci ha pensato,
con un tempismo sconcertante, un membro della basilica di Padre Pio a san
Giovanni Rotondo, tale Antonio La Porta sacrista laico che insieme alla moglie
ha confezionato la casula indossata dal vescovo durante la celebrazione del
funerale di Yara
(Eco di Bergamo, 28 maggio)
Come non chiedersi:
perché tanto interesse per i funerali di Yara da parte della basilica di Padre Pio, luogo Sacro rutilante di simboli massonici?
http://www.chiesaviva.com/Tempio%20Satanico%20a%20Padre%20Pio.pdf
Perché tanta fretta di arrivare prima degli altri? (ad esempio le
monache benedettine di clausura dell’abazia di Rosano,
o quelle di Bergamo, che ricamano stupendi paramenti sacri per il Papa)
Non è sconcertante che la casula inviata dalla
basilica di padre Pio a don Corinno sia stata
confezionata nei giorni del ritrovamento del cadavere di Yara
e inviata a Brembate il marzo scorso?
La
ragione della fretta viene indicata dallo stesso don Corinno
nella lettera Y disegnata sulla casula:
accostare
il nome Yara
a Yehoshua,
nome ebraico di Gesù, e trasformare così un nome pagano in
un nome cristiano.
Ragione
che lascia ancor più sconcertati.
Com’è
possibile – ci siamo chiesti - far credere che Yara
sia vittima sacrificale come Gesù? Crocifissa come Gesù?
Quel
che maggiormente sconcerta è la rosa disegnata
al centro della Y
Perché
la Y e la rosa alludono, insieme, a una realtà inquietante.

la Y simboleggia la croce - e la croce con la rosa all’intersezione dei bracci
rimanda al simbolo della fraternità dei ROSA+CROCE la più terribile fraternità massonica che la storia
abbia conosciuto e conosca (una confraternita di occultisti dediti all’alchimia che pretendono
di raggiungere uno stato di purificazione e perfezione tale da guidare gli
uomini al compimento della Grande Opera della
fratellanza universale al servizio del Grande Architetto dell’Universo, che è Satana, il falso
Cristo.)
Perché
dunque far indossare al vescovo quella casula con quel simbolo inquietante?
E’ chiaro:
per dare un significato occulto ai funerali di Yara.
Questo:
dal momento
che la Croce è
il simbolo del sacrificio, e la Rosa è il simbolo della perfezione e
dell'illuminazione,
e dal momento che il passaggio dalla Croce alla Rosa, simboleggia il passaggio dal sacrificio alla
perfezione angelica,
grazie
alla casula indossata dal vescovo, i pomposi funerali di Yara,
devono essere considerati
1) il
luogo sacro in cui è stato sancito il sacrificio di Yara
2) il
luogo di passaggio di Yara, sacrificata, alla
perfezione angelica.
Messaggio occulto paurosamente anticristiano.
Occorre
aggiungere altresì che
Le due
braccia superiori divaricate della Y,
come le corna del Baphomet, indicano la dualità, gli
opposti, che l’uomo fattosi dio attraverso la conoscenza potrà unire.
CASULA DEL
VESCOVO E BAPHOMET SONO CONTRASSEGNATI DALLO STESSO
SIMBOLO
Come la rosa e la croce, così la Y e la rosa, sono simboli attribuibili a Baphomet, figura antropomorfa di un processo alchemico di
trasformazione che conduce alla perfezione.
Il
tradimento del clero
Svegliati! Perché dormi Signore? - aveva
domandato don Corinno
Scotti a Natale.
Dobbiamo trovare Yara per trovare il Signore – gli aveva fatto eco il vescovo
Incapaci di trovare Dio, don Corinno e
il vescovo hanno angelicato Yara e l’hanno mandata al
dio che non hanno trovato.
No, Yara
non è un angelo, né una santa.
E il problema non è Dio.
Il problema è il clero di
Bergamo che ha continuamente fermato la Sua mano, lasciando che sulla terra
visitata da Dio prendesse il dominio il Principe della ricchezza, del
benessere, dell’egoismo, del degrado, dell’arrivismo, del successo, dell’inganno,
dell’ipocrisia, della falsità di cui Yara è vittima.
Fra un po’, di Yara non si parlerà più.
La sua storia si disperderà - come il suo copro
cremato, incenerito, annientato definitivamente insieme ai segni del male - in
una nebulosa sempre più confusa fino a dissolversi nell’oblio.
Com’è accaduto ad altri, i cui assassini non devono
essere scoperti.
Rimarrà la favola di un angelo sacrificato per il bene di tutti
Perché così vogliono i ministri del SACRO-VIOLENTO.
NB: nel maggio del ‘44 i campi della
terra di Bergamo, che degradano al Brembo, a Ghiaie, erano colmi di pellegrini,
erano tutta una chiesa, una chiesa senza confini nella quale risuonavano
preghiere, cori ininterrotti, canti offerti a Dio e alla sua dolce Madre;
nel maggio ’44 le strade, fino a Ponte S. Pietro, erano altrettante propaggini di quella chiesa, il cielo ne era la volta, e l’odor dei fieni e delle siepi l’incenso.
Ma
quella chiesa il clero l’ha rifiutata, e ha martirizzato la piccola creatura
scelta dalla Madonna, preferendo un’altra chiesa, la chiesa dell’Anticristo,
che continuano a servire.
(01 giugno 2011)
del vescovo di Bergamo

segno di una storia
dell’odio cristiano
Monsignor Beschi, attuale
Vescovo di Bergamo ha voluto collocare nel mezzo del proprio stemma la croce a
doppia traversa, o di Lorena, giustificando la sua scelta con questa
spiegazione:
La
croce a doppia traversa d'oro, nel triangolo, è un chiaro riferimento alla Cattedrale di Brescia e al tesoro delle
Sante Croci, che vi è conservato.
Com’è possibile non si sia ricordato che questa croce è stata rubata e la sua
storia è il segno di quella odiosa
violenza Sacra che nei secoli la Chiesa ha praticato per inseguire brame di
potere, sovvertendo il messaggio di Pace donato da Gesù con la Sua Santa Croce?
Eppure la storia di questa croce custodita in
Cattedrale non poteva ignorarla.
Non poteva non sapere che questa croce,
costruita con il legno della Croce di Cristo, è stata depredata da spietate milizie bresciane, inalberanti
la croce di Cristo, guidate dal sanguinario vescovo Alberto da Brescia nelle guerre
scatenate dalla Chiesa di Roma contro Bisanzio nella così detta IV Crociata;
nella quale i così detti “crociati”
assaltarono: prima la città cattolica di Zara e poi la città cristiana di
Costantinopoli, che depredarono e razziarono con una furia omicida
terrificante compiendo orrendi crimini, caricando poi sulle navi tutti i tesori
custoditi nella città da secoli (si ricordano i famosi quattro cavalli di
bronzo che ornano oggi San Marco a Venezia).
Ecco dunque:
la croce inserita da Mons. Beschi nel proprio stemma è il segno vergognoso di una
storia terrificante dell’odio cristiano.
Riportiamo alcuni brani dello studio apparso
sul “ Giornale arcadico di scienze
lettere ed arti” del gennaio febbraio e marzo 1839, nel quale il sacerdote
bresciano Giuseppe Brunati informa, senza provare
alcuna vergogna, che questa croce, costruita col legno della Croce di Nostro
Signore, è un furto operato da un vescovo-capitano di un esercito spietato di
crociati che hanno messo a ferro e fuoco Costantinopoli operando una delle
stragi più orribili della storia.
..da Bizanzio appunto ossia da
Costantinopoli…crediamo essere stato recato a Brescia questo sacro tesoro dopo
il principio del secolo XIII.
…torna bene il ricordare la presa fatta dai latini nel 1204 di Costantinopoli
e lo spoglio fattone delle sue sacre e più preziose reliquie
Anzi più giova il rammentare come Alberto
vescovo di Brescia fosse .. capitano dei crociati bresciani….e come egli
fosse negli anni 1226 — 1246 circa patriarca di Antiochia ed anche in
tale intervallo legato del sommo pontefice in Siria
Che vi ha mai di più naturale o di più facile pensare che Alberto nel
suo soggiorno in varie città di Oriente potesse venire in possesso di tal sacro
tesoro, cui poi reduce a Brescia, vi deponesse qual preziosissimo pegno del
pastorale suo affetto ?
Questa croce è nominata “dell’orofiamma” e
”croce del campo” perchè vessillaria di campo guerresco e forse dei
crociati bresciani capitanati dal vescovo Alberto verso il 1220
…Alberto, o i crociati da lui capitanati…quel torno di tempo, deposero
in Brescia quella croce, che loro era servita di vessillo e che perciò fu detta
croce del campo e dell’orofiamma dal
drappo appesovi.
Un vero cristiano
restituirebbe il mal tolto, si cospargerebbe di cenere e chiederebbe perdono a
Dio e agli uomini per aver massacrato e rubato innalzando la croce fatta col
legno della Croce di Cristo.
Ma monsignor Beschi non ci pensa nemmeno.
In Bergamo, nella
Curia che ancora si ostina a nascondere il massacro della piccola martire, deve
aver trovato la propria sede ideale.
(18 giugno 2011)

del Vescovo di Bergamo
Simboli di un discorso e di un progetto occulto
per la realizzazione nella Chiesa
della “Grande Opera”
Perché l’opera spietata, putrida e aberrante dell’Inquisitore don Cortesi
viene difesa a spada tratta nonostante appaia in tutta evidenza come feroce
impresa massonica di opposizione a Maria, Madre di Dio, e alla sua figlia
prediletta, la piccola martire Adelaide Roncalli ?
Ormai è chiaro: don Cortesi ha avviato un grande progetto occulto in
Curia a Bergamo, che è diventata sede operativa per la realizzazione della
Grande Opera massonica nella Chiesa, come mostrano alcune sconcertanti
decisioni della Curia in ambito storiografico e ha mostrato recentemente l’attuale vescovo Mons.
Beschi, indossando una casula diabolica ai funerali
di Yara.
Ma non c’era bisogno di indossare quella casula, perché Il suo stesso
stemma mostra da tempo il suo progetto.

Come si nota immediatamente, lo stemma di Beschi
è diviso in tre triangoli:
1. Un triangolo isoscele al centro
dello stemma con la stella a cinque punte sopra la croce di Lorena;
2. due triangoli rettangoli contrapposti
(ai lati obliqui del triangolo centrale) con due gigli alle sommità sullo
stesso livello della stella a cinque punte del triangolo centrale.
1. Il pentalfa
massonico al vertice del triangolo massonico

Nella descrizione pubblica dello stemma di Mons. Beschi si legge:
“la stella a cinque punte d'oro è simbolo
tipicamente mariano”.
Non è
vero. E Monsignor Beschi
lo sa bene.

Perché
Monsignor Beschi viene da Brescia patria di Papa Paolo VI,
e non può non sapere che sul «Battente del Bene» della «porta di bronzo» in
Vaticano, la figura di Paolo VI è stata incisa,
ultima dei padri conciliari, non di fronte come gli altri, ma di profilo,

affinchè sulla sulla sua
mano sinistra si vedesse la stella a
cinque punte iscritta in un cerchio, simbolo conosciuto come «Pentalfa massonico».
Monsignor Beschi inoltre, non può non sapere che grazie
all’intervento di don Luigi Villa questo simbolo è stato cancellato dalla mano
di Paolo VI perché simbolo notoriamente massonico.
Eppure,
nonostante
l’intervento di don Luigi Villa, questo simbolo anticristiano permane nello
stemma del Vescovo di Bergamo, Monsignor Beschi,
bresciano come Paolo VI.
Monsignor Beschi lo ha posto sopra la croce a doppia traversa
spacciandolo come simbolo mariano.
Eppure,
nel marzo
2003, quando è stato ordinato vescovo, Monsignor Beschi
non poteva ignorare che ben 26 anni prima, nel 1977, questo simbolo inciso sul
dorso della mano del suo conterraneo Paolo VI, era
stato cancellato perché simbolo massonico.
http://www.chiesaviva.org/don-luigi-il-vittorioso.html
Per capire
il significato della stella a cinque punte nello stemma del vescovo di Bergamo
è bene allora ricordare, per sommi capi, quel che scriveva lo stesso don Luigi
Villa a proposito della stella a cinque punte incisa sulla mano di Paolo VI.
A) La «Stella a cinque punte», o «Stella
fiammeggiante» è il simbolo più profondo e il più sacro della Massoneria
il simbolo della «Stella a cinque punte» è
«Il Simbolo massonico» per eccellenza! Il dizionario dei simboli massonici lo
fa assurgere a «simbolo massonico» per antonomasia. Quando il massone entra in
Loggia, questo simbolo spicca e ha il predominio su tutti gli altri.
questa
«Stella», si trova sui fazzoletti massonici, sui tappeti e sui quadri di
Loggia, sugli schizzi e sulle rappresentazioni della Loggia; la si vede scolpita
sui monumenti, incisa sui gioielli e medaglioni massonici, sui ritratti degli
iniziati, sulle rappresentazioni allegoriche massoniche, sugli emblemi del
2°,3°,4°, 9°,12° e 24° grado del Rito Scozzese della Massoneria, sui
«grembiuli» massonici dell’«Apprendista» e del «Maestro»;
viene
collocata nel punto centrale della «collana» che portano i Grandi Maestri,
il suo posto
più elevato è alla sommità del Palazzo della Grande Loggia d’Inghilterra (la Freemason’s Hall).
B) la
Stella a cinque punte simboleggia l’auto-divinazione dell’umanità
Il massone Gorel Porciatti scrive: «La stella fiammeggiante che appare al Compagno
vincitore delle attrattive terrene è la stella del Genio Umano; ha cinque
punte, che corrispondono alla testa e alle quattro estremità dell’Uomo;
è la Stella
del Microcosmo che, in Magia, personifica il segno della Volontà Sovrana, cioè
dell’irresistibile mezzo di azione dell’iniziato. Per avere questo valore, essa
deve essere tracciata in guisa da potervisi
inscrivere una figura umana: deve, cioè avere la punta rivolta verso l’alto»
Nelle sue
raffigurazioni esplicite, come in quelle sottese occulte, la «Stella a cinque
punte» supera per importanza tutti gli altri simboli anche per la sua capacità di esprimere e di
simboleggiare gli aspetti antropologici e quelli fisici, fino alle peculiarità
più radicate e profonde della natura umana!
La stella a
cinque punte, formata da tre triangoli,
simboleggia l’auto-divinazione dell’umanità:
il «PRIMO
TRIANGOLO» rappresenta l’ auto-dininizzazione
dell’uomo,
il «SECONDO
TRIANGOLO» l’auto-divinizzazione della Framassoneria,
il «TERZO
TRIANGOLO» l’auto-divinizzazione dei Capi della Frammassoneria.
L’insegnamento
totale dei 33 gradi del Rito Scozzese della Massoneria è contenuto in questa
sola frase: l’Uomo è, a se stesso Dio, Pontefice e Re: egli è simile
all’Altissimo!
C) La
Stella a cinque punte brilla sulla fronte del «dio» della Massoneria: il «Baphomet».
Il Massone Jules Doinel,
fondatore e vescovo della «Chiesa Gnostica», nel suo libro «Lucifero
smascherato», è ancora più esplicito: «La Stella fiammeggiante è Lucifero
stesso»; e aggiunge che, a ciascuna delle punte della Stella, corrisponde uno
dei cinque sensi dell’uomo.
Il massone Alphonse Louis Constant, nel suo
libro: «Rituale dell’Alta Magia» scrive: «Quella stella indica la presenza di
Satana e della luce che egli irradia sulla Massoneria».
«La Stella fiammeggiante sulla fronte di Baphomet è
il centro da dove parte la luce, rappresenta la luce che illumina i
discepoli dei Maestri …è, dunque, il simbolo dell’intelligenza e della Scienza»
Il massone Gorel Porciatti dice: «La Stella
se rovesciata…diventa il simbolo dell’animalità degli istinti immondi; in essa,
così rovesciata, si può inscrivere la testa di un Becco (la testa del Baphomet)»
Il culto di
Lucifero, così manifesto nelle «istituzioni segrete» o nei documenti più
riservati della Massoneria, viene, però, presentato, pubblicamente, quasi
sempre sotto forma, più presentabile, di «religione dell’uomo» o «religione
dell’umanità»

la stella a cinque punte, al vertice del
triangolo massonico e sulla testa di Baphomet, si
trova, nella stessa posizione dell’occhio onniveggente al culmine della
piramide massonica degli Illuminati di Baviera (1776) che simboleggia
la struttura delle società segrete, con al vertice la
conoscenza suprema e dunque il dominio su tutto.
2: la croce a doppia traversa sotto la stella
cinque punte

Nella descrizione pubblica dello stemma di Mons. Beschi si legge:
“è un chiaro riferimento alla Cattedrale di
Brescia e al tesoro delle Sante Croci, che vi è conservato”
Non è vero.
La croce a doppia traversa, conosciuta come croce d'Angiò, poi di Lorena, figura nello stemma dei duchi d'Angiò divenuti duchi di Lorena, ed è simbolo dell’Ordine di Sion.
La croce con doppia traversa è
simbolo adottato dai duchi di Angiò. La
croce degli Angiò prese il nome di croce di Lorena, dopo che Renato d’Angiò
sposò Isabella di Lorena e divenne conte di Bar, Provenza, Piemonte e Guisa,
duca di Calabria, Angiò e Lorena.
La croce di Lorena è legata a
Gerusalemme in quanto Renato, duca di Lorena, assunse il titolo di re di
Gerusalemme, e soprattutto all’Ordine di
Sion, ordine cavalleresco fondato da Goffredo di Buglione,
duca della Bassa Lorena, crociato in Terra Santa nella prima crociata,
proclamato re di Gerusalemme dopo la prima crociata, al quale titolo preferì
l’appellativo di “guardiano del Santo Sepolcro”.

La croce di Lorena o doppia
croce appare sui sigilli e sui
mantelli dei neotemplari e dunque allude a un ordine iniziatico
3. i gigli ai lati
opposti del pentalfa
Nella descrizione pubblica dello stemma di Mons. Beschi si legge:
“ i gigli, aggiunti allo stemma a seguito
della nomina a Vescovo di Bergamo, identificano il patrono della diocesi bergomense, Sant'Alessandro, dal cui sangue nacquero quei
fiori a simboleggiare la purezza della fede del martire, primo cristiano giunto
a Bergamo”
Non è vero.
E’ solo un pretesto. Perché due e non tre o molti?
In realtà,
com’è noto, il giglio è da sempre simbolo della sovranità regale, simbolo del
potere.
I due gigli
contrapposti alla stella a cinque punte simboleggiano i due poteri regali per
eccellenza: il potere temporale e il potere spirituale, ovvero lo Stato e la
Chiesa (nello stemma di Paolo VI ci sono tre gigli)
Fra loro, la
stella a cinque punte ne costituisce l’accordo, la conciliazione, l’unione.

E dunque.
1. poiché il triangolo con la stella a cinque
punte e la croce a doppia traversa, simboleggia il potere della Massoneria, una
Massoneria particolare: quella templare rivelata dalla croce di Lorena,
2. e poiché i due triangoli rettangoli opposti
fra loro, connotati ciascuno da un giglio, simboleggiano i poteri in conflitto
fra loro: lo Stato e la Chiesa innanzitutto,
Lo stemma del vescovo di Bergamo Monsignor Beschi rivela la continuazione in Bergamo di un progetto ecclesiastico occulto:
la
realizzazione della Grande Opera massonica di conciliazione universale dei
poteri contrapposti.
(13 giugno 2011)
La Madonna
reclusa ed espulsa
il falso
cristo esposto nelle chiese.
Questo falso e osceno
crocifisso realizzato da Maurizio Bonfanti è esposto nella chiesa romanica di San Fermo a Marne (Grignano – Brembate), dopo esser
stato presentato presso la Nuova Parrocchiale
di Longuelo nella primavera 2009.
A questo falso
cristo il Museo Diocesano Adriano Bernareggi,
nell’anno 2004, ha dedicato un volume.
Ci limitiamo, per
ora,
a ricordare che da
anni la Curia di Bergamo tiene sequestrata la pala d’altare raffigurante la Regina della
Famiglia del grande pittore Gian Battista Galizzi.
e a pubblicare il
seguente commento di un laico fedele della Chiesa Cattolica.
Mi vergogno e sono disgustato perché mi
fa ribrezzo - ma anche pena - la mente malata che è giunta a tanto.
Mi sento ferito nel mio intimo.
Se ne fossi capace vorrei potermi
inginocchiare davanti a quell'immagine di Cristo senza guardarla e pregare
chiedendo perdono, chiedendo misericordia per questo sfregio insano.
Mi offende, mi addolora.
Il mio rifiuto è netto:
non la considero un’opera d'arte,
assolutamente. La valuto alla pari di gesti e segni sconci, irrispettosi nei
confronti della mia Fede, del mio Creatore.
Per me sono dileggio nei confronti di
Gesù. E mi piace pensare che la Madonna, fosse ancora in terra - lo è ancora
perché è dovunque - correrebbe a coprire il Figlio oltraggiato.
Che cosa insegnano nei seminari?
Che docenti hanno avuto i preti di
Bergamo e non solo loro?
Che responsabilità hanno nei confronti
di coloro che dovevano educare nel sacrosanto rispetto del corpo umano?
e sostituito dall’uomo della Cabala
Per
meditare sull’Eucarestia, ai fedeli
della diocesi bergamasca viene offerta la riproduzione su cartoncino, del
dipinto intitolato “ULTIMA CENA”, del
pittore Maurizio Bonfanti, che si trova nella chiesa
di Santa Maria in Monte Santo del Seminario Vescovile Giovanni XXIII in
Bergamo
Sotto l’immagine, a prima vista molto strana e
inquietante, è riportato il versetto del vangelo di san Matteo che ricorda
l’istituzione dell’Eucarestia
Ora, mentre
essi mangiavano, Gesù prese il pane recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre
lo dava ai discepoli, disse: "Prendete, mangiate: questo è il mio corpo”
così ché il fedele si convinca che l’immagine
raffigura proprio questo momento cruciale della vita di Cristo.
Perché difficilmente vi troverà una
correlazione fra le figure rappresentate e l’ ULTIMA CENA.
Perché quell’uomo tutto nudo accovacciato, con la
testa reclinata, che spezza il pane per terra in un paesaggio di ombre non può
essere il Cristo del Cenacolo.
E nemmeno può essere Adamo.
Si trova infatti, solo, in un paesaggio tenebroso,
che non è il giardino dell’Eden, osservato in lontananza da ombre scure
angoscianti.
E allora, se non è Cristo e non è Adamo, chi è quell’uomo?
– si chiederà il fedele.
Perché è nudo? dove si trova? Perché spezza il pane
per terra? Come lo ha prodotto se intorno a lui non c’è segno di coltivazione?
E poi ancora: - chi sono quegli esseri che emergono
dall’oscurità, nudi anch’essi e simili a spettri, fermi, in piedi, al limitare
della piattaforma circolare poggiata a terra somigliante a un’enorme tavola
rozzamente apparecchiata, sulla quale l’uomo nudo accovacciato compie un
rituale?
In questa immagine, il fedele non riuscirà a trovare
nulla che ricordi gli elementi del racconto evangelico di san Matteo (come
invece pretende di suggerire il brano
sottostante all’immagine).
Nulla che ricordi l’ ULTIMA
CENA.
E allora, smarrito, andrà a rileggersi il brano del
Vangelo di Matteo
Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si
avvicinarono a Gesù e gli dissero:
Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la
Pasqua?
Ed egli rispose: "Andate in città, da un tale, e ditegli: Il
Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei
discepoli". 1
I discepoli fecero come aveva loro ordinato
Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici.
Mentre mangiavano disse: "In verità io
vi dico, uno di voi mi tradirà".
Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli:
"Sono forse io, Signore?". Ed egli rispose: "Colui che ha
intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.
Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di
lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito;
sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse
mai nato!". Giuda, il traditore, disse: "Rabbì,
sono forse io?". Gli rispose: "Tu l'hai detto".
Ora, mentre
essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo
spezzò e lo diede ai discepoli dicendo:
"Prendete e mangiate; questo è il mio
corpo". Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro,
dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato
per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di
questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno
del Padre mio".
30E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il
monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: "Voi tutti vi scandalizzerete
per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore, e saranno disperse le pecore del gregge.
A questo punto tornerà a guardare l’immagine e si
chiederà: - dov’è la città, la stanza, la mensa? dove sono gli apostoli che
mangiano? dove sono, nell’immagine, Cristo e Giuda il traditore?
Cristo non ha spezzato il pane in quel modo: nudo,
solo, e accovacciato per terra con una strana folla di spettri nudi in piedi
sullo sfondo di un ambiente tenebroso.
Chi è allora quell’uomo nudo accovacciato sulla
terra?
Perché
spezza il pane tenendo la testa china e la mente concentrata nella propria
interiorità?
Perché
la luce inonda solo la grande tavola circolare?
quale
significato ha il rito che sta compiendo?
Come capire quest’immagine che pretende di
raffigurare l’ULTIMA CENA?
Gli rimarrà un solo modo per scoprirne il senso:
collocarla in un altro contesto: un contesto esoterico.
Scoprirà allora che
-
l’uomo
nudo accovacciato sulla terra, non è Cristo, ma la rappresentazione dell’uomo
primitivo o primigenio, l’uomo antecedente la “caduta”, l’uomo nello stato di
perfezione,
l’uomo originario,
l'Uomo Totale, l'archetipo dell'Umanità, la sua forma perfetta;
-
egli spezza il pane per distribuirlo alla folla
di esseri che attendono in piedi e aspettano da lui quel cibo per la loro
trasformazione interiore, per perfezionare se stessi e diventare simili a lui,
e divinizzarsi
-
il pane da lui spezzato e
trasformato sulla grande tavola circolare aderente alla terra è simbolo della
pietra grezza, ovvero simbolo dell’uomo che dev’essere
perfezionato e riportato al suo stato primigenio affinché possa mutarsi in un
essere nuovo: un Iniziato, un illuminato.
-
l’uomo nudo accovacciato sulla terra è perciò la rappresentazione
dell'Adamo Celeste della dottrina Cabalistica, figura
del falso redentore, che unisce gli uomini - rappresentati dagli esseri che
attendono in piedi.
Alla fine
scoprirà che:
-
l’immagine spacciata come raffigurazione
dell’ Ultima Cena rappresenta un agape originaria:
-
è il prodotto di una concezione gnostica
dell’uomo attinta dalla giungla di ideazioni eretiche seminate ad arte per
confondere e alterare la verità principale che regge la Chiesa di Cristo.
Non è un
caso che proprio il Seminario di Bergamo sia l’artefice di questo nuovo subdolo
tentativo eretico.
Nemmeno c’è
da stupirsi che Bergamo, rocca del cristianesimo, sia sempre più infestata da
una velenosa seminagione eretica (non è sufficiente quel che è conservato in
Santa Maria Maggiore?)
Non c’è da
stupirsi.
Dopo aver demolito le apparizioni di Ghiaie e
la piccola Adelaide il clero bergamasco va all’attacco e mira al cuore del
Vangelo.
(15 aprile 2011)
Non basta vedere il corpo dell’umanità, che è il corpo di Dio, dilaniato
dalle guerre e dalle impurità più orrende.
Ora, anche Il
clero strazia questo corpo santo, senza alcun pudore:
come fosse il capostipite dei “David” o dei “fauni” nudi, il Corpo dell’uomo-Dio
viene esibito in Chiesa, senza vergogna,
fino scoprirne le intimità.
Non c’è bisogno di ricordare i racconti del massone Dan Brown, che tanto successo ha conquistato, anche fra i
cristiani, con le sue bestemmie sulla sessualità di Cristo;
nemmeno serve conoscere “la fenomenologia dello spirito” di Hegel per capire il significato di questa falsa “operazione
neorinascimentale”, la quale dimostra che da tempo ormai il clero ha sostituito
lo Spirito di Dio con un altro spirito, per cancellare Dio ed elevare a
divinità l’uomo.
Molti ormai sono i segni di questa inversione camuffata dietro presunte
opere d’arte.
In questa Quaresima di guerra tocca alla comunità pastorale “Casa di Betania di Agrate, Omate e Caponago” sferrare
l’attacco, forte di complicità ideologiche cresciute su un terreno fertile
predisposto da tempo da ecclesiastici consapevolmente blasfemi.
Tante volte ho denunciato il crimine commesso contro la piccola Adelaide
costretta da un prete, don Cortesi, e da una suora, suor Michelina,
ad esibire le proprie intimità nella stanza di un convento, per subire una
immonda visita ginecologica nazista!! Sacrilegio immondo che il clero
bergamasco continua a minimizzare come fosse una cosa normale.
Ed ecco, dopo Adelaide, anche il Cristo denudato davanti a tutti, perché
tutti Lo vedano e Lo irridano, Lo insultino e Lo tormentino.
Questo clero arrogante prepotente, insolente, bestemmiatore non conosce
più il valore del corpo e dell’intimità.
Non può credere che l’Addolorata
ha coperto le intimità del Figlio col proprio velo perché non fosse oltraggiata
anche la Sua intimità divina.
Questo clero superbo, ambizioso, borioso è ormai tutt’uno con la moda
vergognosa del tempo che gode nell’esibire tutto, soprattutto quel che dev’essere conservato nel nascondimento perché dono
prezioso di Dio.
(08 aprile 2011)
Il prete double face
…e intanto la spazzatura cresce nella Chiesa
Nella
puntata di "Tabloid" andata in onda martedì sera 28 giugno 2011, su
Italia 1, abbiamo appreso dell’esistenza di
un sito
internet in cui preti omosessuali offrono e cercano del sesso
non solo virtuale.
http://www.queerblog.it/post/11491/tabloid-il-sito-venerabilis-chat-per-preti-gay
Un
giornalista del programma, entrato in contatto con questa cloaca clericale
fingendosi prete, ha dichiarato :
"Ti
chiedono di incontrarti, se si è troppo lontani di vedersi in video chat che
poi porta al sesso virtuale che poi è la richiesta più frequente.
Mi
hanno offerto un po’ di tutto: dal prete che aveva due parrocchie per cui me ne
offriva una delle due, al prete che aveva bisogno di qualcuno che seguisse
l’oratorio.
Parlano
di queste cose come se fosse una cosa normale, come se non stessero facendo
niente di anormale”
Nella stessa puntata è stato
mostrato un prete della provincia di Bergamo in
pose oscene in video chat, che chiedeva
all’uomo dall’altra parte dello schermo di spogliarsi e masturbarsi con lui,
ripreso poi, con le telecamere dalla la troupe di "Tabloid", mentre
celebra messa alle cresime.
http://www.bergamonews.it/bergamo/articolo.php?id=43953
Dopo
questa ennesima conferma di un degrado spaventoso del clero cattolico in
particolare del clero bergamasco
(ho già fatto
riferimento a un noto documento del luglio 2006 redatto da due persone che
hanno subito abusi sessuali da preti bergamaschi; recapitato anche in Vaticano
e a numerose redazioni di giornali http://www.alispezzate.it/archivio.htm#festamacabra
)
ripeto
la domanda rivolta al sindaco del comune di san Paolo d’Argon - che ancora non
ha risposto - e la rivolgo a tutti i laici, religiosi, religiose e preti della
Chiesa Cattolica e di quella bergamasca
in particolare, che da anni fingono di non vedere la spazzatura, e coprono col
silenzio i crimini commessi dal feroce Inquisitore di Adelaide, esaltandone le
doti
come può un ministro di Dio
- dopo aver innalzato davanti a
tutti, con le proprie mani, il Corpo
e il Sangue di Cristo –
far denudare una bambina,
osservarne con ludibrio il corpo,
avvicinarsi con scherno a quel corpo
fragilissimo e tremante di vergogna e terrore,
fissarne subsannando
l’intimità,
e poi esaminarla, come gli aruspici esaminavano nelle proprie mani le interiora delle
vittime, per decidere il suo destino,
convinto di essere nel giusto e
poter continuare così, a servire Dio?
Ovvero: come può un prete vivere col
proprio doppio demoniaco?
Sembra ormai essere questa la regola
di vita per molti preti, lo stagno maleodorante in cui si trovano immersi.
Angeli e demoni, puri e criminali
allo stesso tempo, senza farsi accorgere.
Di
fronte a tale condizione della Chiesa, ogni credente deve ricordare che è
responsabile personalmente di fronte al crimine e non può coprirsi dietro una
volontà collettiva, come fanno la gran parte dei fedeli, suore e preti,
soprattutto a Bergamo, abituati a difendere la Chiesa con l’omertà, la menzogna
e la paura, o addirittura tessendo le lodi del criminale, assolto da ogni colpa
soltanto perché è prete.
(08 luglio 2011)
Una “ bella pietra ” sopra
don Matteo
per occultare il crimine e soffocare la Chiesa.
Ieri martedì 26 aprile, l’Eco di Bergamo ha chiuso
il caso don Diletti con l’articolo sul suo funerale.
Il vicedirettore Ettore Ongis
in persona si è incaricato di minimizzare questa storia orribile di pedofilia
in un articolo di spalla a pag.33 :
si era innamorato
dell’alunna, ma anch’ella s’era invaghita di lui – ha
scritto come un perfetto curiale navigato e abituato a mentire - un bacio e mani che si erano imprudentemente
allungate….uomo fragile, insicuro, smarrito, ha cominciato a sprofondare, a lui
sembrava eccessivo quel conto da pagare….. –
La cecità di Ongis fa
allibire.
Com’è possibile metta sullo stesso piano l’adulto
uomo di Dio di 33 anni, e una bambina di 13 anni? Com’è possibile non veda la
sproporzione fra loro?
Evidentemente a Bergamo le parole del Papa contro
la pedofilia, pubblicate sullo stesso giornale della Curia a pagina 11, non
servono a nulla.
Pur di difendere a tutti i costi la casta, laici e
preti, in perfetto accordo, riprendono di nuovo l’ignobile assunto del Crimen sollicitationis e di nuovo
fanno credere che l’uomo adulto cade nel peccato a causa della natura perversa
della femmina, donna o bambina non importa. Perché il peccato alberga sempre
lì, nel corpo della femmina, contaminato dalla lussuria fin dalle origini.
Per il clero e i laici cattolici di Bergamo è stata
la bambina di 13 anni a far girare la testa a don Diletti, è stata lei a
sedurlo, lei ha attirato l’uomo di Dio nella sua sensualità da tempo accesa
dallo zio pervertito che l’ha iniziata al sesso, lei lo ha fascinato,
ingannato, conquistato e poi gettato nella disperazione.
Dopo
67 anni dal martirio di Adelaide la Curia e i suoi lacchè sono sempre allo
stesso punto, immersi sempre nella stessa palude colma di turpitudini e
menzogne.
Il
supplizio inferto da don Cortesi alla piccola Adelaide non ha insegnato nulla.
Dopo 67 anni il clero di Bergamo e i suoi lacchè
continuano a far intendere che non è il prete pedofilo ad aver martirizzato la
piccola veggente di Ghiaie, ma è lei, la bimba, ad aver sedotto e traviato don
Cortesi.
E’ lei, la piccola mostruosa e sensuale selvaggia
della bassa bergamasca che ha fatto perdere la testa al prete nobile e
raffinato del Colle, e lo ha spinto a un’intimità pedofila.
Che orrore! Vedere uomini di Dio rovesciare
continuamente la croce di Cristo e indicare la vittima come il colpevole è una
cosa atroce.
ognuno di noi nasconde
un’ombra – ha ricordato il Vescovo Beschi
nella sua meschina omelia funebre - l’ombra
di don Diletti è stata sottoposta al giudizio degli uomini. L’essere preti non
ci mette al riparo.
Come dire: attenzione, preti! Nascondete bene la
vostra ombra prima che sia troppo tardi! Non esponetela alla luce della
giustizia!
– Per don Matteo la sua
ombra si è allungata fino al punto di non farcelo più ritrovare – ha
concluso.
Povero vescovo! Bastano le sue parole a definirne
l’infima caratura di prete e di uomo.
Insieme a lui, nessuno a Bergamo vorrà dire la
verità.
Ovvero:
che
don Diletti non avrebbe mai dovuto diventare prete,
e che
la maggiore responsabilità del male commesso da lui è di coloro che l’hanno
ordinato sacerdote.
Che pena!
Nessuno
a Bergamo vorrà chiedere perdono alla bimba violentata dal prete,
come
nessuno mai ha chiesto perdono alla piccola Adelaide per il male, terrificante,
che la Chiesa le ha inferto.
Un consiglio a Ongis e a
tutti i laici e preti che ancora non vogliono capire quanto male la loro viltà
provoca alla Chiesa :
si rechino sulla tomba di don Tobia, a Brembilla, e ascoltino la sua voce.
Sentiranno queste parole che continuamente ripete
dalla sua morte:
Offro la mia vita per quei preti che non avrebbero mai dovuto diventare
preti.
(27 aprile 2011)
Yara
don Diletti….
e la “Grazia a caro prezzo”
Due
mesi or sono facevo notare l’enorme squilibrio d’attenzione fra la scomparsa di
Yara e la scomparsa di don Diletti - il sacerdote
bergamasco di 39 anni che ha violentato una bambina di 13 anni,
la stessa età di Yara - ricordando il legame fra i
due casi.
Ma
nessuno ha voluto ascoltare.
I
mass-media hanno continuato a orientare l’attenzione sulla scomparsa di Yara, dimenticando la scomparsa di don Diletti avvenuta 3 mesi prima, finchè
il silenzio stampa imposto dal sindaco di Brembate ha
oscurato entrambe le vicende.
Il
giorno 26 febbraio scorso,
purtroppo, abbiamo appreso che Yara era morta;
uccisa. Il suo corpo trovato in uno stato di avanzata decomposizione al centro
di un campo desolato della pianura.
Qualche
giorno più tardi abbiamo appreso che era morto anche don Diletti. Il suo corpo, come quello di Yara, trovato in uno stato di avanzata decomposizione in un
burrone della Corna Trentapassi,
nei pressi del lago d’Iseo.
Questa
coincidenza ci ha condotto a riprendere l’ipotesi di un legame fra il caso Yara e il caso don Diletti.
Ma
di nuovo i riflettori del mass-media sono stati riaccesi un’altra volta quasi
esclusivamente sulla morte di Yara, lasciando
pochissimo spazio alla morte di don Diletti.
Come due mesi prima, non si è voluto
vedere il legame fra le due storie tragiche.
La
Curia per prima, ha tenuto ben separati fra loro Yara
e don Diletti.
-
Da un lato ha lasciato a don Corinno il compito di stordire le coscienze e indicare alla
folla l’assassino di Yara come l’orco del paese.
-
Dall’altro, per bocca di Monsignor Carrara, si è affrettata a “coprire” il prete pedofilo,
come “nostro amico, nostro fratello, nostro confratello sacerdote” , senza
dire una parola per la bambina di 13 anni da lui uccisa nell’anima e
violentata nel corpo. Quasi avesse lei la colpa del crimine commesso dal loro
“amico, fratello, confratello sacerdote” e della sua tragica fine.
Eppure quale stretto legame di
corrispondenza fra la bambina di 13 anni abusata da don Diletti, che oggi vive
da morta, e Yara!
E d’altra parte, don Diletti che
oggi è cadavere, non appare forse come figura similare
all’assassino di Yara, e dunque come figura dell’orco
violentatore di Yara tredicenne indicato da don Corinno?
Ma la Curia non ne vuol sapere.
Ha chiuso la questione don Diletti con
una frase glaciale di Monsignor Carrara:
-
Il mistero
della morte in cui don Matteo è entrato ce lo sottrae per sempre… e ce lo consegna anche nel male che egli ha
saputo riconoscere, che la giustizia umana ha definito, per il quale egli ha
potuto chiedere la misericordia del Signore morto per i nostri peccati -
espressione bugiarda e interessata
con la quale si vuol impedire la ricerca delle responsabilità del suo atto
criminale, addebitato
solo a lui; perché
nessuno domandi “cos’aveva
da dire don Matteo oltre alla flebile difesa che vanamente ha tentato di
erigere? Perché è caduto tanto in basso? Chi l’ha spinto in quell’inferno
terrificante, fino a precipitare nell’abisso senza possibilità di salvezza?
Perché ha “ucciso” quella bimba di 13 anni? Chi l’ha ordinato sacerdote? Chi
non gli ha detto che non aveva la vocazione…..?”
- Il dolore e l'umiliazione che don
Matteo ha dovuto affrontare per il processo hanno aiutato lui e noi a capire quella che
è stata chiamata la "Grazia a caro
prezzo", la incommensurabile preziosità del perdono che non ci
meritiamo mai e che ci viene donato
sempre -