RIFLESSIONI

L’attacco massonico alle apparizioni di Ghiaie

 

La religione dell’uomo nella terra della Madre dell’UomoDio

P1030813Il libero muratore domina la Chiesa e annuncia l’avvento del dio massonico

Il framassone signoreggia il luogo santo delle apparizioni

Il falso Cristo in chiesa per un’eucarestia diabolica

                                           L’idolo papale in Seminario protegge il falso Cristo e il crimine

tempo della Chiesa e tempo del massone

 

Una casula diabolica per il vescovo di Bergamo

La croce nello stemma del vescovo di Bergamo

Lo stemma massonico del vescovo di Bergamo

Il falso Cristo esposto nelle chiese

Cristo negato dall’uomo della Cabala

Il clero bestemmia

Una bella pietra sopra don Matteo

Yara vittima dell’inganno clericale

 

       Il falso Cristo in chiesa per un’eucarestia diabolica

 

 

Il parroco di Ghiaie don Davide Galbiati ha commentato, più volte, in chiesa, il grande quadro acquistato per 11.000 EURO, definito: DEPOSIZIONE.

Domenica scorsa lo ha fatto addirittura durante la Messa al posto di predicare il Vangelo!!

 

Purtroppo, finora, solo pochi conoscono i suoi interventi, che mi auguro abbia il coraggio di pubblicare, perché tutta la Chiesa sappia come sia riuscito a giustificare l’immagine-bestemmia con la quale ha oscurato tutte le altre immagini presenti nella chiesa stessa, che da decenni comunicano ai fedeli i temi principali del Vangelo.

 

Qualche giorno fa sono entrato anch’io nella parrocchiale di Ghiaie, per vedere questo quadro che troneggia oltre l’altare massonico (collocato due anni or sono dallo stesso don Galbiati) e nasconde completamente quello preconciliare.

 

E’ terribile la sensazione che si prova: questo quadro diffonde tutt’attorno un’atmosfera angosciante, cupa e tenebrosa: l’UOMO senza vita, disteso sulla grande, inquietante, piattaforma ovale, trasmette desolazione e un terribile odore di morte.

 

 

Avevo saputo che, durante una presentazione del quadro, un parrocchiano coraggioso si era fatto avanti e aveva contraddetto il parroco.

 

non è Cristo perché non ha la corona di spine e le stimmate” – gli aveva fatto notare.

 

Ma lui, il parroco, non si era scomposto e, senza perdere la calma, gli aveva replicato che:

è Cristo perché presenta la ferita nel costato” (per la verità inesistente);  facendo, così, credere a tutti che Cristo non è stato crocifisso, né gli hanno imposto la corona di spine – come scrivono gli evangelisti – ma è morto sol perché qualcuno lo ha trapassato al cuore con una lancia!!

 

Non contento, subito dopo il parroco aveva invitato i fedeli a riconoscere nel personaggio che si allontana dall’uomo morto (quello vivo in basso a destra) “ognuno di noi e gli apostoli”; dimenticando, evidentemente, di ricordare la presenza, alla vera DEPOSIZIONE, dell’apostolo Giovanni, che non si è allontanato da Cristo.

 

Ancor più grave poi, è la spiegazione dell’ovale su cui giace l’uomo morto:

 

- rappresenta la continuità del tempo! – aveva esclamato, contando inevitabilmente sull’ignoranza dei presenti, nessuno dei quali naturalmente si era ricordato che la concezione ciclica del tempo non è cristiana, ma pagana, classica, gnostica, orfica, mitologica…. 

 

 

Non bastano queste blasfemie per scatenare l’indignazione dei cristiani? – mi sono chiesto davanti a quel quadro orrendo.

Ma che succede nella Chiesa? Perché questo silenzio omertoso di tutti?

Perché i preti se ne stanno rinchiusi nelle canoniche a borbottare inetti, attenti a non pestare i piedi al giovane chierico di Ghiaie tanto protetto in Curia e dal vescovo, aspettando, come tanti don Abbondio, che il “temporale” finisca mentre il demonio continua a demolire la Chiesa?

 

Mi son chiesto altresì, quale liturgia celebri quel giovane chierico e quale eucarestia distribuisca ai suoi fedeli, visto che predica un falso Cristo.

 

Un brivido di freddo intensissimo, mi ha percorso la schiena.

Sono uscito in fretta da quella chiesa, a respirare aria pulita.

 

Una cosa mi è chiara: questa bestemmia non è altro che la conseguenza del favore continuamente accordato dalla Chiesa ai chierici che hanno massacrato la piccola martire.

 

(21 settembre 2011)

 

 

 

 

Il frammassone signoreggia

Il luogo santo delle apparizioni

 

una grave minaccia per la Chiesa, per Maria e per la piccola martire

 

Nelle precedenti riflessioni sul quadro collocato nella parrocchiale di Ghiaie, abbiamo cominciato a identificare i due personaggi che lo compongono:

 

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1)                 nell’uomo morto disteso a terra abbiamo identificato il  GRAN MAESTRO filantropo di una congrega di “illuminati”, il falso redentore che si è sacrificato per il bene dell’umanità insegnando ai discepoli  i segreti per la realizzazione della GRANDE OPERA MASSONICA.

 

2)                nell’altro uomo, quello vivo (in basso a destra) abbiamo identificato il DISCEPOLO, che si allontana triste per la morte del suo MAESTRO e sia avvia nel mondo a compiere la missione ricevuta da lui:  LAVORARE al compimento della GRANDE OPERA MASSONICA.

 

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Questo personaggio è tanto importante per il parroco don Galbiati, che lo ha esposto:

 

sul sagrato della chiesa con una gigantografia

 

e nella bacheca della cappelletta delle apparizioni con una locandina; collocata, guarda caso, proprio sopra la dichiarazione con cui lo stesso parroco don Galbiati, due anni or sono, nel marzo 2009, ha vincolato la piccola martire all’obbedienza esclusiva a lui e ai suoi progetti:

 

“ Io sottoscritta,  Adelaide Roncalli,  con la presente intendo confermare la mia obbedienza alla Curia di Bergamo rappresentata dal parroco di Ghiaie don Davide Galbiati. Ribadisco inoltre la mia estraneità a qualsiasi progetto o iniziativa presa da altri 

 

Guardando l’immagine di questo personaggio sopra la dichiarazione di Adelaide è inevitabile domandarsi:

quale relazione vuole stabilire il parroco don Galbiati fra questo personaggio e la dichiarazione di Adelaide?

 

 

 

Non c’è che una risposta:

 

don Galbiati approfitta dell’obbedienza strappata ad Adelaide per imporre il proprio progetto massonico anche nel luogo delle apparizioni.

 

L’iniziativa di don Galbiati si configura perciò, come un attentato gravissimo alla sopravvivenza delle stesse apparizioni.

 

Ormai è chiaro: un’altra chiesa e un altro “credo” vengono promossi, anche nel luogo santo delle apparizioni – che si vogliono distruggere in modo subdolo, continuando a MASSACRARE in silenzio la piccola martire, per costringerla a un’obbedienza fraudolenta e al SILENZIO PER SEMPRE.

 

 

Per questo, è di vitale importanza che i fedeli comprendano chi è il personaggio tanto caro a don Galbiati, che tanto lo rappresenta.

 

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Rileggiamo allora, la frase che lo stesso parroco ha fatto scrivere sui manifesti e sugli avvisi collocati sul sagrato della chiesa e nella bacheca della cappelletta.

 

“CHE UN UOMO GODA DEL SUO LAVORO E’ DONO DI DIO”

 

E domandiamoci:

 

com’è possibile accordare questa frase, che dovrebbe suscitare un sentimento di gioia, con la tristezza manifesta di questo personaggio ripiegato su se stesso, carico di una colpa terribile, in preda a una tristezza inconsolabile e prigioniero di una collera repressa?

 

E perché costui non guarda “in alto”, il cielo, dove il Signore Risorto è stato  “assunto e verrà allo stesso modo” (AT 1,11), ma guarda “in basso”,  la terra, la stessa su cui giace il suo MAESTRO morto?

 

Osserviamolo bene: perché la sua maglia è lacerata, strappata sulla spalla destra? È caduto? Lo hanno picchiato? Ha lottato con qualcuno?

Quello strappo non è forse un segno di riconoscimento del suo lavoro?

Non è forse costui un muratore, un maçon, un frammassone, appunto?

 

 

 

 

NB. Recentemente don Davide Galbiati ha commentato il quadro nella chiesa parrocchiale di Ghiaie e ha dovuto rispondere, imbarazzato, alle domande di coloro che nell’uomo morto hanno riconosciuto un falso Cristo. Anche di questo daremo conto; soprattutto a coloro che detengono le sorti della Chiesa, perché non si dica che nessuno ha denunciato questo ennesimo gravissimo affronto a Dio, alla Sua Santa Madre e alla Chiesa stessa. 

 

(15 settembre 2011)

 

Il “libero muratore”

domina la Chiesa

 

e annuncia l’avvento del Dio massonico

 

 

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Sul sagrato della chiesa di Ghiaie,  il parroco don Galbiati ha collocato la gigantografia di uno dei due personaggi del grande quadro posato in chiesa davanti all’altare preconciliare:

 

l’immagine del personaggio che si allontana dall’UOMO “morto” disteso supino sulla terra.

                     

Nella parte bassa dell’immagine di questo personaggio, don Galbiati ha fatto scrivere un’affermazione seducente:

 

 

CHE UN UOMO GODA DEL SUO LAVORO E’ DONO DI DIO

 

 

 

 

 

Un’affermazione impegnativa, pregna di un messaggio universale annunciatore di una grande missione.

 

Una missione che, evidentemente, il personaggio vivo del quadro ha ricevuto dall’altro personaggio – quello morto – il suo MAESTRO: 

una missione per il mondo, perché gli uomini conoscano quel MAESTRO e in lui riconoscano il vero Dio - il Dio che elargisce il piacere del lavoro - e imparino a adorarlo.

 

 

Con quest’altra “bella trovata” il parroco di Ghiaie don Davide Galbiati, ha finalmente palesato il significato della sua ultima impresa, costata mesi di lavoro, e ha rivelato, allo stesso tempo, il progetto - di cui si è fatto portatore per conto della Curia bergamasca:

 

alterare il Vangelo di Cristo e diffondere la nuova religione dell’UOMO.

 

Ma non c’è da meravigliarsi.

 

Perché don Davide Galbiati, in reatà, non ha fatto nulla di nuovo.

 

Egli ha manifestato semplicemente il credo secolare della chiesa di Bergamo, il credo falso di un clero curiale superbo composto da intellettuali arroganti, mercanti e banchieri esperti in affari mondani, un clero abituato a vivere nell’ozio e nel lusso, a godere di un falso lavoro, mascherato con le apparenze del divino, che garantisce ogni comfort in grandi sontuosi palazzi e l’elevazione sopra la sofferenza della gran massa di coloro che davvero lavorano e non godono del loro lavoro, ma lo portano sulle spalle, giorno dopo giorno per amore della propria famiglia.

 

Forse il parroco di Ghiaie don Davide Galbiati non lo sa. Ma lui ha manifestato quel che ha sempre pensato il suo vero MAESTRO, morto da tempo: l’illustre, feroce intellettuale edonista don Cortesi; il promotore dell’alleanza con la Massoneria e fautore di un Dio padrone sprezzante la povertà: il putrido Inquisitore di Adelaide, il demolitore della famiglia Roncalli, il calunniatore di papà Enrico che il duro lavoro al Linificio per mantenere la famiglia numerosa lo conosceva bene.

(G. Riva, A. Beretta, Il simbolo di Ghiaie, BS, pg 45)

 

No, non c’è proprio niente di cui stupirsi.

 

Don Davide Galbiati non ha forse rinunciato al lavoro alienante e crocifiggente per fare il prete/imprenditore e seguire le orme dei suoi più dotati predecessori della Curia?

( come dimostrano le innumerevoli opere spregevoli con cui ha devastato la parrocchia di Ghiaie demolendo ogni segno delle apparizioni della Madonna. )

 

Egli prosegue la storia trista di una Curia subdola, ricca, demagogica e feroce.

 

 

Una cosa preziosa ci ha comunque rivelato con la sua prorompente iniziativa.

 

Ci ha fatto capire che la gigantografia esposta sul sagrato è una sua immagine e, insieme, un’immagine di un clero falsamente innovatore.

 

Ci ha fatto capire che il personaggio esposto sul sagrato all’attenzione dei fedeli come portatore di una grande missione

è immagine del libero muratore.

E’ figura dell’eletto inviato dal GRAN MAESTRO filantropo, morto per il bene dell’uomo,

a diffondere la nuova religione dell’UOMO nella Chiesa,

chiamare tutti gli altri al LAVORO di costruzione del GRANDE EDIFICIO, alla realizzazione della GRANDE OPERA: l’autodivinizzazione dell’umanità attraverso il lavoro.

E a cantare insieme ai “fratelli”, nella Chiesa trasformata in una Loggia, l’inno al nuovo Dio:

 

“sii glorificato, o lavoro, prima e più alta virtù massonica! Sii benedetto dai Figli della Vedova per tutto ciò che di buono ci darai nel futuro!”

 

A Bergamo, da tempo ormai, Dio ha preso le sembianze del Grande Architetto Dell’Universo

 

A Bergamo da tempo si sono smarrite le vere beatitudini evangeliche!

 

E’ ancora utile ricordare che il lavoro, anche quando risponde alla propria attitudine, è, innanzitutto, solo una delle attività umane nelle quali il cristiano è chiamato ad attuare quotidianamente il Regno di Dio attraverso l’amore per il prossimo, ovvero attraverso:

la povertà di spirito, la mitezza, la misericordia, la giustizia, la purezza, la pace, il perdono, la sofferenza e l’afflizione vissute in letizia?

 

(05 settembre 2011)

 

 

 

 

                                         La religione dell’uomo

                  nella terra di Maria Madre dell’UomoDio

 

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Nel giorno santo dell’Assunzione della Beata Vergine Maria al Cielo la Parrocchiale di Ghiaie dedicata alla Santa Famiglia di Nazaret, mostra la nuova bestemmia clericale.

 

Dietro l’altare blasfemo e massonico dell’agnello rovesciato, un grande dipinto eretico copre l’altare preconciliare e annuncia il trionfo della religione dell’uomo anche nella terra di Maria.

 

L’opera distruttiva delle apparizioni della Regina della Famiglia è così completata.

 

Un’altra volta, definitivamente, Maria Madre dell’UomoDio viene cacciata, mandata via dalla superbia in talare. Martirizzata. Come la sua figlia prediletta. In attesa della sua definitiva soppressione.

 

Questo dipinto di Maurizio Bonfanti - acquistato dal parroco don Davide Galbiati con l’obolo di una colletta fra i parrocchiani (11.000 EURO) per coinvolgere tutti nell’eresia - sarà presto commentato nella chiesa.

 

 

Quest’opera eretica è spacciata da don Davide Galbiati, sul bolletino parrocchiale di aprile 2011, come “interpretazione originale del classico tema devozionale della deposizione dalla croce del corpo di Gesù”.

 

Le versioni tradizionali – scrive sornione il Parroco che ben sa di seminare eresia e falsità approfittando dell’ignoranza dei fedeli  - vedono solitamente Maria che, ai piedi della croce, sorregge sulle proprie ginocchia il corpo esanime del figlio, attorniata dall’apostolo Giovanni e da alcune donne piangenti. Il dipinto di Bonfanti, invece, compie una rigorosa sintesi sul tema, lo riduce all’essenza: il corpo morto di Gesù. Un cadavere che non è affidato alle cure amorevoli e alle lacrime della Madre, ma che giace abbandonato sulla terra.”

 

Queste parole purtroppo, sono solo l’antipasto velenoso. Perché, come detto, prossimamente la Curia di Bergamo manderà un esperto d’arte per confermare quest’opera eretica come opera cristiana, e convincere tutti che il dipinto rappresenta davvero la deposizione di Gesù.

 

Operazione fraudolenta destinata disgraziatamente al successo; perché i fedeli - ormai aggrediti dal predominio di un arte superba, incapaci di distinguere il vero dal falso e di vedere che questo dipinto non è un’icona santa, non è una “porta regale” che conduce l’anima a Dio – ascolteranno passivi e plauderanno il frodatore.

 

Ormai anche nella Chiesa vige il principio ingannevole che:

 

tra l’immagine, divenuta opera d’arte, e qualsiasi fruitore, è ormai indispensabile la presenza dell’interprete

come scrive altezzosamente  il curatore del quaderno pubblicato dal Museo Diocesano Adriano Bernareggi per la presentazione delle opere di Maurizio Bonfanti (Biblioteca A. Mai)

 

Per questo, derubati della capacità di capire l’inganno nell’arte - sempre più alla ricerca del culto di se stessa per sostituirsi al culto di Dio - i fedeli ascolteranno lo psicopompo della Curia  - che li convincerà intortandoli con espressioni enfatiche, elevate e incomprensibili, costretti infine a credere che il dipinto raffigura davvero la deposizione di Gesù.

 

Per capire quanto è grave quel che accade a Ghiaie

è sufficiente confrontare due dipinti dello stesso Bonfanti.

 

Ovvero:

 

- l’uomo sdraiato supino del quadro collocato a Ghiaie spacciato come “GESU’ DEPOSTO DALLA CROCE”,

- con l’uomo accovacciato di un altro dipinto di Bonfanti denominato “ULTIMA CENA”

 

(che si trova nella chiesa di Santa Maria in Monte Santo del Seminario Vescovile Giovanni XXIII in Bergamo).

 

Non è difficile vedere che è lo stesso UOMO

 

 

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E scoprire – come ho già scritto ( EVERSIONI CLERICALI )

 

che QUEST’UOMO NON E’ GESU’, NON E’ IL CRISTO MORTO, ma la rappresentazione dell’uomo primitivo-primigenio, l’uomo originario. Oppure, in altri termini:  l'Uomo Totale, l'archetipo dell'Umanità, la sua forma perfetta;

 

che quest’uomo e’ la rappresentazione dell’UOMO DELLA CABALA, figura del falso redentore, che unisce gli uomini - rappresentati nel dipinto ULTIMA CENA dagli esseri che attendono in piedi – per i quali  egli spezza il pane, cioè si sacrifica – ovvero si offre in cibo per la loro trasformazione interiore, perché perfezionino se stessi, diventino simili a lui, e si divinizzino.

 

Lo si comprenderà altresì, osservando lo spazio ovale sul quale l’uomo della Cabala spezza il pane e sui cui poi giacerà morto: che è figura della pietra levigata, figura dell’uomo riportato al suo stato primigenio, attraverso il sacrificio e la morte, affinché possa mutarsi in un essere nuovo: un Iniziato, un illuminato.

 

Una domanda fondamentale da porre

allo psicopompo della Curia chiamato dal Parroco a intortare i fedeli di Ghiaie:

 

PERCHE’ ELIMINARE MARIA?

 

PERCHE’ SEPARARE MARIA DA GESU’?

 

Che vuol dire:

 

SEPARARE LA CHIESA DA CRISTO

SPEZZARE L’UNITA’ DEL VERBO E DELLO SPIRITO.

 

 

A questa domanda si può rispondere scoprendo il ruolo del personaggio che esce dal quadro,

e se ne va, nel buio, voltando le spalle all’uomo morto supino sulla terra.

 

Chì è quel personaggio?

 

Don Galbiati descrive costui come un passante che ha coperto il cadavere con un pezzo di stoffa e poi se ne è andato voltandogli le spalle: 

“ unico gesto di frettolosa cura è la stoffa che lo copre, forse sistemata sbrigativamente dall’uomo che, voltandogli le spalle, se ne sta andando “ – scrive, pensando “di darla a bere” a povere menti zotiche, per far credere ai suoi fedeli che la deposizione di Gesù è un accidente capitato a un pover’uomo qualunque crollato al suolo e poi abbandonato.

 

Il problema gravissimo è che:                                                

don Galbiati la verità non può svelarla. Perché sarebbe cacciato dalla Chiesa all’istante.

 

Per capire chi è veramente quest’uomo e scoprire la verità del quadro occorre raffrontare di nuovo i due dipinti di Bonfanti.

 

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Si scoprirà che il personaggio in questione

 

- è l’ultimo degli esseri che appaiono sullo sfondo del dipinto ULTIMA CENA,

 

- è uno di  coloro che si sono cibati del sacrificio dell’uomo della Cabala

 

- è l’illuminato che se ne va, tristissimo e disperato a capo chino per la morte del MAESTRO,  consapevole che la morte è la regina incontrastata dell’uomo creato da un Dio invidioso e cattivo, un Dio contro cui bisogna combattere per vincerlo superando eroicamente la morte;

 

- è dunque il massone che – DAL GRAN MAESTRO FILANTROPO SACRIFICATOSI PER IL BENE DELL’UOMO  - ha ricevuto la missione di lavorare al compimento della Grande Opera:

 

diffondere NELLA CHIESA E NEL MONDO la nuova religione dell’uomo.

 

 

 

Sia chiaro: di questo scempio il vescovo Beschi, quale capo delle Chiese di Bergamo, è partecipe e dunque primo responsabile.

Originario di Brescia, non può far altro che presiedere in Bergamo alla realizzazione della Grande Opera da tempo iniziata, perché si estenda compiutamente in tutta la Chiesa.

E cosa faranno i Monsignori di Roma? Chiuderanno complici per l’ennesima volta occhi e orecchie?

 

 

 

In ogni caso, costoro si mettano l’animo in pace. Perché

 

 

madcecili4 

 

sarà Lei:

 

La Regina della famiglia umana

 

la Madre della Unità

 

la Donna vestita di Sole

 

con la piccola martire a

 

scacciare l’Eresia e

 

illuminare il nuovo tempo della Chiesa

 

 

 

 

(Assunzione al Cielo della Beata Vergine Maria)

 

NB: che pena constatare, in questi falsi preti e laici innovatori, OLTRE ALL’INGANNO ODIOSO CONTRO LA CHIESA, la stessa nauseante MISOGINIA che ha connotato tanta parte del clero e dei fedeli cattolici!

 

PGXXIII

 

L’idolo papale in Seminario

 

protegge il falso Cristo e il crimine

 

Da anni la grande statua raffigurante Papa Giovanni XXIII elevata nel Seminario a lui dedicato, copre la ferocissima persecuzione contro Adelaide, attuata dall’illustre professore don Luigi Cortesi e proseguita dai suoi colleghi complici.

 

(chi potrebbe mai indicare il Seminario dedicato a Giovanni XXIII come luogo d’ideazione di un tal crimine abominevole?)

 

E oggi, dall’alto della sua enorme imponente figura, lo stesso Papa Giovanni benedice i seguaci delle idee innovative da Lui introdotte nella Chiesa,

che, recentemente, hanno trovato espressione artistica nei dipinti del pittore Maurizio Bonfanti collocati nella chiesa del Triennio dello stesso Seminario,

fra i quali il falso Cristo simile a quello esposto dal parroco don Davide Galbiati nella chiesa di Ghiaie

 

 

(occorre cominciare a capire che Il martirio di Adelaide e la promozione del falso Cristo sono crimini strettamente uniti e indicano un programma eversivo molto chiaro, ovviamente occultato all’ombra del grande Papa elevato ad idolo.)

 

http://www.mauriziobonfanti.it/opere/ciclisacro/passio/mini.jpgmhtml:file://C:\Users\Giuseppe\Pictures\ghiaie1.mht!https://mail.google.com/mail/?attid=0.1&disp=emb&view=att&th=131b98aeb4e421f9

     Falso Cristo nella chiesa del Triennio in Seminario                     Falso Cristo nella chiesa di Ghiaie

 

 

Pieni di simboli occulti (la pietra squadrata, il Tau, la Y di Baphomet…) i quadri di Bonfanti esposti in Seminario, nei quali Giuda non si differenzia dal falso Cristo, sono fautori di una religione dell’uomo, per l’uomo.

 

http://www.seminariobergamo.it/slideshow/dettaglio_slideshow.asp?idfoto=2371&idgruppo=93&numpagina=1#ancora

 

 

Ha fatto bene Monsignor Bertocchi a ricordare che Papa Giovanni (65 anni…, pg.109)

 

-          ha rifiutato si citassero le apparizioni di Ghiaie nella sua biografia del ‘59 (“sarebbe il colmo dell’imprudenza e della indiscrezione” ha scritto),

-          ha sempre seguito le indicazioni del Seminario di Bergamo e della Curia di Bergamo come se a Bergamo risiedesse il potere della Chiesa,

-          ha lasciato mano libera al Santo Ufficio (ovvero a coloro che avevano legittimato l’opera ferocissima e immonda dell’Inquisitore bergamasco ),

SOPRATTUTTO

-         non ha mai accordato udienza ad Adelaide

 

Cosa davvero incomprensibile visto che lo stesso Papa

ha accordato udienza a persone nemiche della Chiesa.

 

Come quella concessa il 7 marzo 1963 al giornalista sovietico direttore della Izvestija, Alexis Adjubei, e a sua moglie Rada Krusciova, figlia di Kruscëv, alla quale ha manifestato tutta la sua più sublime affettività.

 

La semplicità e la sensibilità paterna di papa Giovanni spiazzò i due coniugi – hanno scritto i cronisti

Alla signora Rada, infatti, nel bel mezzo della conversazione, Papa Giovanni lasciò cadere una domanda semplice:

«Come si chiamano i vostri figli? È così dolce sentirne pronunciare i nomi dalle labbra di una mamma!».

Rispose la signora Adjubei: «Nikita, Alexis, Ivan».

Allora, commentò il papa: «Nikita, il nonno. Ci sono parecchi santi venerati con questo nome, ma uno, un austero anacoreta, ho venerato a Venezia. Alexis: egli racconta una misteriosa storia di penitenza e di nascondimento. Lo veneravo in Bulgaria. Ivan! Ivan sarei io che ho voluto chiamarmi Giovanni. Prediligo il Battista e l'Evangelista, al punto che, eletto papa, li invitai a farmi da angeli tutelari nel corso del mio pontificato. Una carezza a Ivan. Gli altri due non se n'avranno a male».

http://www.storiain.net/arret/num105/artic5.asp

 

Perché il Papa ha rifiutato di donare la sua semplicità e la sua sensibilità paterna anche ad Adelaide, novizia Sacramentina massacrata ed espulsa a forza dal convento di Lodi?

Cos’era Adelaide per Lui? una nemica della Chiesa peggiore della Krusciova? un’appestata? una bugiarda lussuriosa figlia di un ubriacone, un nodo di vipere…..come l’hanno sfigurata i chierici bergamaschi?

 

 

La risposta si trova ricordando che, dopo un mese dall’incontro con Alexis Adjubei e Rada Krusciova,  il 9 aprile del 1963, Papa Giovanni firmerà l’Enciclica Pacem in terris,       documento considerato una "illuminazione" politica offerta soprattutto ai potenti della Terra, con cui è considerato un grande fautore della pace.                   

La qual cosa porta a concludere che:

 

rifiutando Adelaide, Papa Giovanni ha rifiutato, di fatto, la Vera Pace offerta alla Chiesa dalla Madonna apparsa a Ghiaie, nel giorno di Pentecoste,  come Regina della famiglia e della Pace

preferendo una pace tutta umana.

Una pace che si è rivelata del tutto illusoria, visto che da allora i potenti della Terra hanno seminato guerre sempre più terrificanti.

 

E’ duro ammetterlo, ma

 

quale allievo e poi professore del Seminario di Bergamo che lo ha elevato al vertice della Chiesa,

Papa Giovanni ha lasciato che trionfasse, sulla giustizia, la violenza dell’Istituzione Sacra

che, dopo la sua morte, per continuare a coprire il crimine commesso,

lo ha ripagato seminando ovunque statue gigantesche, di Lui, come fosse un grande idolo.

 

(02 ottobre 2011)

 

 

DSCN0858Tempo della Chiesa,

tempo del massone

 

Sempre più impudente, il parroco di Ghiaie procede imperterrito, per conto della Curia di Bergamo, nella sua opera distruttiva del Santo Luogo delle apparizioni.

 

Dopo aver appestato la Chiesa con un enorme quadro blasfemo, ha distribuito ai suoi fedeli un Calendario parrocchiale per imporre a tutti di vivere il prossimo anno pastorale, non alla luce di Cristo, ma alla luce del “libero muratore” che campeggia sulla prima pagina dello stesso Calendario.

 

Il parroco di Ghiaie è, dunque, giunto a sostituire Cristo col massone. Così che si cominci a vivere il tempo della Chiesa non più alla Luce di Cristo ma nello spirito del falso Cristo venerato dalla Massoneria.

 

 

Grazie a questa subdola operazione, il tempo della Chiesa non è più riferito a Cristo Risorto, che unisce il tempo finito e il tempo eterno e dà senso ad ogni azione liturgica e pastorale ( incontri, catechesi …), ma al “libero muratore”, il discepolo del Gran Maestro filantropo che ha avuto da lui il compito di impadronirsi del tempo di Dio, sostituendo il tempo della Chiesa col tempo della massoneria.

 

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Già da tempo il Parroco di Ghiaie ha trasformato la Santa Messa in un’azione scenica blasfema ponendo se stesso fra due icone massoniche:

 

 

alle sue spalle ha posto il Gran Maestro filantropo, icona della nuova religione dell’uomo, come fondale tragico, in sostituzione del Cristo Crocifisso e Risorto, imponendo ai suoi fedeli di pensare che è possibile adorare, non il Figlio di Dio incarnato nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo….., ma l’eletto, l’uomo che si è fatto come Dio e si è sacrificato nel compimento della Grande Opera: la fratellanza universale; 

 

 

 

davanti a sé ha collocato l’agnello rovesciato dell’altare su cui celebra un’eucarestia diabolica, per instillare in tutti, subdolamente, che occorre capovolgere i fondamenti stessi della Verità prima, del Credo e del Vangelo.

 

 

 

 

Con affabilità, simpatia, amabilità (come faceva don Cortesi) il Parroco di Ghiaie ha conquistato i suoi fedeli e ora ne condiziona il pensare diffondendo il convincimento della necessità di una religione nuova:

un cristianesimo adatto ai nostri tempi, un cristianesimo dell’uomo per l’uomo; e dunque di una nuova concezione del tempo della Chiesa.

 

 

La frase che campeggia in prima pagina sul calendario -  “CHE UN UOMO GODA DEL SUO LAVORO E’ DONO DI DIO” -  accanto all’immagine del “libero muratore” ( nel quale il parroco si identifica ), contiene il senso nascosto di quest’operazione di ladrocinio del tempo della Chiesa.

 

 

Come ho già detto, quella frase allude al lavoro massonico di trasformazione del proprio SE’ (una banale scimmiottatura dell’ascesi cristiana):

 

trascendere il mondo sensibile, liberarsi dalle contingenze, superare il proprio tempo storico individuale, dirigersi al centro del proprio essere, alla radice del proprio essere, tornare alle origini primitive, entrare nello spazio sacro senza tempo, purificarsi alla luce del Sole mistico, per ricevere l’illuminazione e la conoscenza, per vivere poi, integralmente, insieme agli eletti, nel Grande Tempo Sacro e partecipare alla realizzazione della Grande Opera della fratellanza universale…….

 

Il tempo della Chiesa che l’età moderna ha corrotto a vantaggio del tempo del mercante (delle banche, dell’usura, della produzione, dello sfruttamento…), oggi diventa tempo del massone.

 

 

Senza che nessuno dei fedeli si accorga del gravissimo pericolo che corre la Chiesa, il parroco di Ghiaie porta così a compimento anche la distruzione del messaggio delle apparizioni della Madonna e della Santa famiglia alla piccola Adelaide fondato proprio sul tempo di Pasqua che è il tempo della Chiesa.

Chiusi nelle loro comode canoniche, impauriti dalla Curia potente, i preti girano la testa, tacciono, obbediscono, ignavi, lasciando mano libera alla sua distruzione.

 

(27 ottobre 2011)

 

 Una casula  diabolica per il Vescovo di Bergamo

http://webstorage.mediaon.it/media/2011/05/237439_656084_IMG_8588_11813890_medium.jpg

per una liturgia spettacolo

 

per alterare la realtà,

creare una falsa unità,

coprire il crimine,

far dimenticare il vero Dio.

 

Dopo aver posto una bella pietra tombale sulla verità della morte tragica e misteriosa di don Diletti, occorreva metterne un’altra sulla verità dell’assassinio altrettanto misterioso e terrificante di Yara.

E ripetere con lei lo stesso trucco usato per don Diletti.

 

Angelicare e santificare Yara è stato molto più semplice che per don Diletti.

 

E’ bastato presentarla come vittima di un orco misterioso nascosto chissà in quale antro (comunque non certo in Curia, in paese, in parrocchia o in oratorio) ed elevarla poi agli occhi di tutti, in una fastosa liturgia spettacolo, come una piccola santa, un piccolo angelo-protettore frutto di una comunità sana e devota, e di una terra benedetta da Dio.

 

Era l’unico modo per far dimenticare le immagini desolanti del cantiere e del campo in cui Yara è stata ritrovata. 

Era l’unico modo per far dimenticare, come ho già detto, che la terra sulla quale è stato abbandonato il suo povero corpo martoriato, è una terra malata, impregnata di prostituzione, miasmi da discoteca, rifiuti di alcolizzati, drogati, sbandati, una terra arida per la disperazione e il pianto di creature nientificate dalla solitudine, un campo di morte, lo specchio di una società e di una chiesa corrotta dal perbenismo, dalla brama di successo, dalla ricchezza e soprattutto dalla ricerca dell’esibizione.

 

Era l’unico modo per far dimenticare che Yara è il prodotto di un mondo piccolo borghese diffuso: un mondo agiato, per bene, perfetto, senza incrinature apparenti; per far dimenticare che Yara, ragazzina istruita, alle soglie del successo sportivo, una piccola campionessa in fieri, ha esibito il proprio corpo in palestra e gareggiato sotto gli occhi orgogliosi di parenti e amici, ignara che intorno a lei era cresciuto in questi anni un gravissimo pericolo; per far dimenticare che Yara è stata vittima di un ingannevole silenzio complice favorito da un clero e da fedeli abituati ormai a signoreggiare in questo mondo, a vivere una doppia vita; un clero e fedeli che, pur conoscendo il pericolo, non l’hanno avvertita fingendo di non sapere che il corpo esibito per il successo è cosa da evitare perché attrae il male.

 

Per angelicarla, bisognava comunque fare due cose

 

1)      trasformare la palestra, ovvero il luogo del crimine – un orrore di cemento freddo al limitare di un paese ormai desertico - in una chiesa.

E poi trasformare la chiesa-palestra in un palcoscenico sul quale mutare la tragedia reale in una rappresentazione, per ingannare la folla dei fedeli sempre più emotivamente disposta allo spettacolo di massa, e allontanare così la coscienza del male con una bella finta catarsi, per far credere che in fondo Dio ha permesso il sacrificio di Yara al fine di ottenere un bene più grande per tutti: far credere cioè, che la morte di Yara è stato un sacrificio redentore, discolpare così tutti e chiudere Yara in un paradiso inesistente per una comunità bugiarda.

 

2)      cristianizzare il nome della piccola vittima e accostare il nome di Yara a quello di Gesù; perché Yara non solo non è un nome cristiano, ma al contrario appartiene a un popolo, quello azteco, noto come il più sanguinario e sacrificale che la storia abbia mai conosciuto.

 

 

La rivelazione di una celebrazione diabolica

 

Per conseguire questo secondo obiettivo ci ha pensato, con un tempismo sconcertante, un membro della basilica di Padre Pio a san Giovanni Rotondo, tale Antonio La Porta sacrista laico che insieme alla moglie ha confezionato la casula indossata dal vescovo durante la celebrazione del funerale di Yara  (Eco di Bergamo, 28 maggio)

 

Come non chiedersi:

perché tanto interesse per i funerali di Yara da parte della basilica di Padre Pio, luogo Sacro rutilante di simboli massonici?

http://www.chiesaviva.com/Tempio%20Satanico%20a%20Padre%20Pio.pdf

 

Perché tanta fretta di arrivare prima degli altri? (ad esempio le monache benedettine di clausura dell’abazia di Rosano, o quelle di Bergamo, che ricamano stupendi paramenti sacri per il Papa)

 

Non è sconcertante che la casula inviata dalla basilica di padre Pio a don Corinno sia stata confezionata nei giorni del ritrovamento del cadavere di Yara e inviata a Brembate il marzo scorso?

 

http://webstorage.mediaon.it/media/2011/05/237442_656087_IMG_8575_11813876_medium.jpgLa ragione della fretta viene indicata dallo stesso don Corinno nella lettera  Y disegnata sulla casula:

 

accostare il nome Yara a Yehoshua, nome ebraico di Gesù, e trasformare così un nome pagano in un nome cristiano.

 

Ragione che lascia ancor più sconcertati.

 

Com’è possibile – ci siamo chiesti - far credere che Yara sia vittima sacrificale come Gesù? Crocifissa come Gesù?

 

Quel che maggiormente sconcerta è la rosa disegnata al centro della Y

 

Perché la Y e la rosa alludono, insieme, a una realtà inquietante.

 

 

http://www.rosacroceoggi.org/comunita-internazionale/comun434-144.jpg

la Y simboleggia la croce -  e la croce con la rosa all’intersezione dei bracci rimanda al simbolo della fraternità dei  ROSA+CROCE  la più terribile fraternità massonica che la storia abbia conosciuto e conosca (una confraternita di occultisti dediti all’alchimia che pretendono di raggiungere uno stato di purificazione e perfezione tale da guidare gli uomini al compimento della Grande Opera della fratellanza universale al servizio del Grande Architetto dell’Universo, che è Satana, il falso Cristo.)

 

 

 

Perché dunque far indossare al vescovo quella casula con quel simbolo inquietante?

 

E’ chiaro: per dare un significato occulto ai funerali di Yara.

 

Questo:

 

dal momento che la Croce è il simbolo del sacrificio, e la Rosa è il simbolo della perfezione e dell'illuminazione,

e dal momento che il passaggio dalla Croce alla Rosa, simboleggia il passaggio dal sacrificio alla perfezione angelica,

 

grazie alla casula indossata dal vescovo, i pomposi funerali di Yara, devono essere considerati

 

 1)    il luogo sacro in cui è stato sancito il sacrificio di Yara

 2)    il luogo di passaggio di Yara, sacrificata, alla perfezione angelica.

 

Messaggio occulto paurosamente anticristiano. 

 

 

Occorre aggiungere altresì che

Le due braccia superiori divaricate della Y, come le corna del Baphomet, indicano la dualità, gli opposti, che l’uomo fattosi dio attraverso la conoscenza potrà unire.

 

 

     

http://webstorage.mediaon.it/media/2011/05/237442_656087_IMG_8575_11813876_medium.jpghttp://www.holywar.org/italia/ds_mondialismo/immagini/stella2.jpg    Y  

 

  

CASULA DEL VESCOVO  E  BAPHOMET SONO CONTRASSEGNATI DALLO STESSO SIMBOLO

 

Come la rosa e la croce, così la Y e la rosa, sono simboli attribuibili a Baphomet, figura antropomorfa di un processo alchemico di trasformazione che conduce alla perfezione.

 

 

Il tradimento del clero

 

Svegliati! Perché dormi Signore? - aveva domandato don Corinno Scotti a Natale.

Dobbiamo trovare Yara per trovare il Signore – gli aveva fatto eco il vescovo

 

Incapaci di trovare Dio, don Corinno e il vescovo hanno angelicato Yara e l’hanno mandata al dio che non hanno trovato.

 

No, Yara non è un angelo, né una santa.

 

E il problema non è Dio.

 

Il problema è il clero di Bergamo che ha continuamente fermato la Sua mano, lasciando che sulla terra visitata da Dio prendesse il dominio il Principe della ricchezza, del benessere, dell’egoismo, del degrado, dell’arrivismo, del successo, dell’inganno, dell’ipocrisia, della falsità di cui Yara è vittima.

 

 Fra un po’, di Yara non si parlerà più.

La sua storia si disperderà - come il suo copro cremato, incenerito, annientato definitivamente insieme ai segni del male - in una nebulosa sempre più confusa fino a dissolversi nell’oblio.

Com’è accaduto ad altri, i cui assassini non devono essere scoperti.

 

Rimarrà la favola di un angelo sacrificato per il bene di tutti

 

Perché così vogliono i ministri del SACRO-VIOLENTO.

 

 

 

NB: nel maggio del ‘44 i campi della terra di Bergamo, che degradano al Brembo, a Ghiaie, erano colmi di pellegrini, erano tutta una chiesa, una chiesa senza confini nella quale risuonavano preghiere, cori ininterrotti, canti offerti a Dio e alla sua dolce Madre;

nel maggio ’44 le strade, fino a Ponte S. Pietro, erano altrettante propaggini di quella chiesa, il cielo ne era la volta, e l’odor dei fieni e delle siepi l’incenso.

 

Ma quella chiesa il clero l’ha rifiutata, e ha martirizzato la piccola creatura scelta dalla Madonna, preferendo un’altra chiesa, la chiesa dell’Anticristo, che continuano a servire. 

 

(01 giugno 2011)

 

 

Reliquiario1La croce nello stemma

del vescovo di Bergamo

 

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/diocesi/pagine/25390/stemma_vescovo.jpg

 

segno di una storia

dell’odio cristiano

 

 

 

Monsignor Beschi, attuale Vescovo di Bergamo ha voluto collocare nel mezzo del proprio stemma la croce a doppia traversa, o di Lorena, giustificando la sua scelta con questa spiegazione:

 

La croce a doppia traversa d'oro, nel triangolo, è un chiaro riferimento alla Cattedrale di Brescia e al tesoro delle Sante Croci, che vi è conservato.

 

Com’è possibile non si sia ricordato che questa croce è stata rubata e la sua storia è il segno di quella odiosa violenza Sacra che nei secoli la Chiesa ha praticato per inseguire brame di potere, sovvertendo il messaggio di Pace donato da Gesù con la Sua Santa Croce?

 

Eppure la storia di questa croce custodita in Cattedrale non poteva ignorarla.

 

Non poteva non sapere che questa croce, costruita con il legno della Croce di Cristo, è stata depredata da spietate milizie bresciane, inalberanti la croce di Cristo, guidate dal sanguinario vescovo Alberto da Brescia nelle guerre scatenate dalla Chiesa di Roma contro Bisanzio nella così detta IV Crociata;

 

nella quale i così detti “crociati” assaltarono: prima la città cattolica di Zara e poi la città cristiana di Costantinopoli, che depredarono e razziarono con una furia omicida terrificante compiendo orrendi crimini, caricando poi sulle navi tutti i tesori custoditi nella città da secoli (si ricordano i famosi quattro cavalli di bronzo che ornano oggi San Marco a Venezia).

 

Ecco dunque:

 

la croce inserita da Mons. Beschi nel proprio stemma è il segno vergognoso di una storia terrificante dell’odio cristiano.

 

Riportiamo alcuni brani dello studio apparso sul “ Giornale arcadico di scienze lettere ed arti” del gennaio febbraio e marzo 1839, nel quale il sacerdote bresciano Giuseppe Brunati informa, senza provare alcuna vergogna, che questa croce, costruita col legno della Croce di Nostro Signore, è un furto operato da un vescovo-capitano di un esercito spietato di crociati che hanno messo a ferro e fuoco Costantinopoli operando una delle stragi più orribili della storia.

 

 

..da Bizanzio appunto ossia da Costantinopoli…crediamo essere stato recato a Brescia questo sacro tesoro dopo il principio del secolo XIII.

 

…torna bene il ricordare la presa fatta dai latini nel 1204 di Costantinopoli e lo spoglio fattone delle sue sacre e più preziose reliquie

 

Anzi più giova il rammentare come Alberto vescovo di Brescia fosse .. capitano dei crociati bresciani….e come egli fosse negli anni 1226 — 1246 circa patriarca di Antiochia ed anche in tale intervallo legato del sommo pontefice in Siria

 

Che vi ha mai di più naturale o di più facile pensare che Alberto nel suo soggiorno in varie città di Oriente potesse venire in possesso di tal sacro tesoro, cui poi reduce a Brescia, vi deponesse qual preziosissimo pegno del pastorale suo affetto ?

 

Questa croce è nominata   “dell’orofiamma  e  ”croce del campo”    perchè vessillaria di campo guerresco e forse dei crociati bresciani capitanati dal vescovo Alberto verso il 1220

 

…Alberto, o i crociati da lui capitanati…quel torno di tempo, deposero in Brescia quella croce, che loro era servita di vessillo e che perciò fu detta croce del campo e dell’orofiamma dal drappo appesovi.

 

 

Un vero cristiano restituirebbe il mal tolto, si cospargerebbe di cenere e chiederebbe perdono a Dio e agli uomini per aver massacrato e rubato innalzando la croce fatta col legno della Croce di Cristo.

 

Ma monsignor Beschi non ci pensa nemmeno.

 

In Bergamo, nella Curia che ancora si ostina a nascondere il massacro della piccola martire, deve aver trovato la propria sede ideale.

 

(18 giugno 2011)

 

 

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Lo stemma massonico

del Vescovo di Bergamo  

 

Simboli di un discorso e di un progetto occulto

per la realizzazione nella Chiesa

della “Grande Opera”

 

 

 

 

 

Perché l’opera spietata, putrida e aberrante dell’Inquisitore don Cortesi viene difesa a spada tratta nonostante appaia in tutta evidenza come feroce impresa massonica di opposizione a Maria, Madre di Dio, e alla sua figlia prediletta, la piccola martire Adelaide Roncalli ?

 

Ormai è chiaro: don Cortesi ha avviato un grande progetto occulto in Curia a Bergamo, che è diventata sede operativa per la realizzazione della Grande Opera massonica nella Chiesa, come mostrano alcune sconcertanti decisioni della Curia in ambito storiografico e ha  mostrato recentemente l’attuale vescovo Mons. Beschi, indossando una casula diabolica ai funerali di Yara.

 

Ma non c’era bisogno di indossare quella casula, perché Il suo stesso stemma mostra da tempo il suo progetto.

 

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/diocesi/pagine/25390/stemma_vescovo.jpg

 

Come si nota immediatamente, lo stemma di Beschi è diviso in tre triangoli:

 

1.  Un triangolo isoscele al centro dello stemma con la stella a cinque punte sopra la croce di Lorena;

 

2.  due triangoli rettangoli contrapposti (ai lati obliqui del triangolo centrale) con due gigli alle sommità sullo stesso livello della stella a cinque punte del triangolo centrale.

 

 

 

 

 

 

 

1.  Il pentalfa massonico al vertice del triangolo massonico

 

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/diocesi/pagine/25390/stemma_vescovo.jpg

Nella descrizione pubblica dello stemma di Mons. Beschi si legge:

la stella a cinque punte d'oro è simbolo tipicamente mariano”.

 

Non è vero.    E Monsignor Beschi lo sa bene.

 

 

 

http://www.disinformazione.it/images/paoloVI.jpg

 

 

Perché Monsignor Beschi viene da Brescia  patria di Papa Paolo VI, e non può non sapere che sul «Battente del Bene» della «porta di bronzo» in Vaticano, la figura di Paolo VI è stata incisa, ultima dei padri conciliari, non di fronte come gli altri, ma di profilo,

 

 

 

 

http://www.salpan.org/Immagini/Paolo_VI_formella_ptc.jpg

affinchè sulla sulla sua mano sinistra si vedesse la stella a cinque punte iscritta in un cerchio, simbolo conosciuto come «Pentalfa massonico».

 

Monsignor Beschi inoltre, non può non sapere che grazie all’intervento di don Luigi Villa questo simbolo è stato cancellato dalla mano di Paolo VI perché simbolo notoriamente massonico.

 

Eppure,

nonostante l’intervento di don Luigi Villa, questo simbolo anticristiano permane nello stemma del Vescovo di Bergamo, Monsignor Beschi, bresciano come Paolo VI.

 

Monsignor Beschi lo ha posto sopra la croce a doppia traversa spacciandolo come simbolo mariano.

 

Eppure,

nel marzo 2003, quando è stato ordinato vescovo, Monsignor Beschi non poteva ignorare che ben 26 anni prima, nel 1977, questo simbolo inciso sul dorso della mano del suo conterraneo Paolo VI, era stato cancellato perché simbolo massonico.

http://www.chiesaviva.org/don-luigi-il-vittorioso.html

 

 

Per capire il significato della stella a cinque punte nello stemma del vescovo di Bergamo è bene allora ricordare, per sommi capi, quel che scriveva lo stesso don Luigi Villa a proposito della stella a cinque punte incisa sulla mano di Paolo VI.

 

 

A)  La «Stella a cinque punte», o «Stella fiammeggiante» è il simbolo più profondo e il più sacro della Massoneria

 

 

http://www.rosacroceoggi.org/simbolo.jpgil simbolo della «Stella a cinque punte» è «Il Simbolo massonico» per eccellenza! Il dizionario dei simboli massonici lo fa assurgere a «simbolo massonico» per antonomasia. Quando il massone entra in Loggia, questo simbolo spicca e ha il predominio su tutti gli altri.

questa «Stella», si trova sui fazzoletti massonici, sui tappeti e sui quadri di Loggia, sugli schizzi e sulle rappresentazioni della Loggia; la si vede scolpita sui monumenti, incisa sui gioielli e medaglioni massonici, sui ritratti degli iniziati, sulle rappresentazioni allegoriche massoniche, sugli emblemi del 2°,3°,4°, 9°,12° e 24° grado del Rito Scozzese della Massoneria, sui «grembiuli» massonici dell’«Apprendista» e del «Maestro»;

viene collocata nel punto centrale della «collana» che portano i Grandi Maestri,

il suo posto più elevato è alla sommità del Palazzo della Grande Loggia d’Inghilterra (la Freemason’s Hall).

 

B) la Stella a cinque punte simboleggia l’auto-divinazione dell’umanità


uomopentIl massone Gorel Porciatti scrive: «La stella  fiammeggiante che appare al Compagno vincitore delle attrattive terrene è la stella del Genio Umano; ha cinque punte, che corrispondono alla testa e alle quattro estremità dell’Uomo;

è la Stella del Microcosmo che, in Magia, personifica il segno della Volontà Sovrana, cioè dell’irresistibile mezzo di azione dell’iniziato. Per avere questo valore, essa deve essere tracciata in guisa da potervisi inscrivere una figura umana: deve, cioè avere la punta rivolta verso l’alto»

Nelle sue raffigurazioni esplicite, come in quelle sottese occulte, la «Stella a cinque punte» supera per importanza tutti gli altri simboli  anche per la sua capacità di esprimere e di simboleggiare gli aspetti antropologici e quelli fisici, fino alle peculiarità più radicate e profonde della natura umana!

 

La stella a cinque punte, formata da tre triangoli,  simboleggia l’auto-divinazione dell’umanità:

il «PRIMO TRIANGOLO» rappresenta l’ auto-dininizzazione dell’uomo,                                      

il «SECONDO TRIANGOLO» l’auto-divinizzazione della Framassoneria,

il «TERZO TRIANGOLO» l’auto-divinizzazione dei Capi della Frammassoneria.

L’insegnamento totale dei 33 gradi del Rito Scozzese della Massoneria è contenuto in questa sola frase: l’Uomo è, a se stesso Dio, Pontefice e Re: egli è simile all’Altissimo!

 

C) La Stella a cinque punte brilla sulla fronte del «dio» della Massoneria: il «Baphomet».


http://www.arcadia93.org/pics/SABBAT.jpgIl Massone Jules Doinel, fondatore e vescovo della «Chiesa Gnostica», nel suo libro «Lucifero smascherato», è ancora più esplicito: «La Stella fiammeggiante è Lucifero stesso»; e aggiunge che, a ciascuna delle punte della Stella, corrisponde uno dei cinque sensi dell’uomo.

Il massone Alphonse Louis Constant, nel suo libro: «Rituale dell’Alta Magia» scrive: «Quella stella indica la presenza di Satana e della luce che egli irradia sulla Massoneria».
«La Stella fiammeggiante sulla fronte di Baphomet è il centro da dove parte la luce, rappresenta la luce che illumina i discepoli dei Maestri …è, dunque, il simbolo dell’intelligenza e della Scienza»

Il massone Gorel Porciatti dice: «La Stella se rovesciata…diventa il simbolo dell’animalità degli istinti immondi; in essa, così rovesciata, si può inscrivere la testa di un Becco (la testa del Baphomet

Il culto di Lucifero, così manifesto nelle «istituzioni segrete» o nei documenti più riservati della Massoneria, viene, però, presentato, pubblicamente, quasi sempre sotto forma, più presentabile, di «religione dell’uomo» o «religione dell’umanità»

 

http://img576.imageshack.us/img576/2092/illuminati3b.jpg

 

la stella a cinque punte, al vertice del triangolo massonico e sulla testa di Baphomet, si trova, nella stessa posizione dell’occhio onniveggente al culmine della piramide massonica degli Illuminati di Baviera (1776) che simboleggia la  struttura delle società segrete, con al vertice la conoscenza suprema e dunque il dominio su tutto.

 

 

 

 

 

 

2:  la croce a doppia traversa sotto la stella cinque punte

 

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/diocesi/pagine/25390/stemma_vescovo.jpg

Nella descrizione pubblica dello stemma di Mons. Beschi si legge:

è un chiaro riferimento alla Cattedrale di Brescia e al tesoro delle Sante Croci, che vi è conservato

 

Non è vero.

 

La croce a doppia traversa, conosciuta come croce d'Angiò, poi di Lorena, figura nello stemma dei duchi d'Angiò divenuti duchi di Lorena, ed è simbolo dell’Ordine di Sion.

 

 

Cross of Lorraine.svg

La croce con doppia traversa è simbolo adottato dai duchi di Angiò.  La croce degli Angiò prese il nome di croce di Lorena, dopo che Renato d’Angiò sposò Isabella di Lorena e divenne conte di Bar, Provenza, Piemonte e Guisa, duca di Calabria, Angiò e Lorena.

La croce di Lorena è legata a Gerusalemme in quanto Renato, duca di Lorena, assunse il titolo di re di Gerusalemme, e soprattutto all’Ordine di Sion, ordine cavalleresco fondato da Goffredo di Buglione, duca della Bassa Lorena, crociato in Terra Santa nella prima crociata, proclamato re di Gerusalemme dopo la prima crociata, al quale titolo preferì l’appellativo di “guardiano del Santo Sepolcro”. 

 

 

sigilli_templari

 

La croce di Lorena o doppia croce appare sui sigilli e sui mantelli dei neotemplari e dunque allude a un ordine iniziatico

 

 

 

 

 

3. i gigli ai lati opposti del pentalfa

 

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/diocesi/pagine/25390/stemma_vescovo.jpgNella descrizione pubblica dello stemma di Mons. Beschi si legge:

i gigli, aggiunti allo stemma a seguito della nomina a Vescovo di Bergamo, identificano il patrono della diocesi bergomense, Sant'Alessandro, dal cui sangue nacquero quei fiori a simboleggiare la purezza della fede del martire, primo cristiano giunto a Bergamo

 

Non è vero. E’ solo un pretesto. Perché due e non tre o molti?

 

In realtà, com’è noto, il giglio è da sempre simbolo della sovranità regale, simbolo del potere.

I due gigli contrapposti alla stella a cinque punte simboleggiano i due poteri regali per eccellenza: il potere temporale e il potere spirituale, ovvero lo Stato e la Chiesa (nello stemma di Paolo VI ci sono tre gigli)

 

Fra loro, la stella a cinque punte ne costituisce l’accordo, la conciliazione, l’unione.

 

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/diocesi/pagine/25390/stemma_vescovo.jpg

E dunque.

 

1.  poiché il triangolo con la stella a cinque punte e la croce a doppia traversa, simboleggia il potere della Massoneria, una Massoneria particolare: quella templare rivelata dalla croce di Lorena,

 

2.  e poiché i due triangoli rettangoli opposti fra loro, connotati ciascuno da un giglio, simboleggiano i poteri in conflitto fra loro: lo Stato e la Chiesa innanzitutto,

 

 

 

 

Lo stemma del vescovo di Bergamo Monsignor Beschi rivela la continuazione in Bergamo di un progetto ecclesiastico occulto:

la realizzazione della Grande Opera massonica di conciliazione universale dei poteri contrapposti.

 

(13 giugno 2011)

 

 

La Madonna reclusa ed espulsa

il falso cristo esposto nelle chiese.

                                             

 

marne2Questo falso e osceno crocifisso realizzato da Maurizio Bonfanti è esposto nella chiesa romanica di San Fermo a Marne (GrignanoBrembate), dopo esser stato presentato presso la Nuova Parrocchiale di Longuelo nella primavera 2009.

A questo falso cristo il Museo Diocesano Adriano Bernareggi, nell’anno 2004, ha dedicato un volume. 

 

Ci limitiamo, per ora,

a ricordare che da anni la Curia di Bergamo tiene sequestrata la pala d’altare raffigurante la Regina della Famiglia del grande pittore Gian Battista Galizzi.

 

e a pubblicare il seguente commento di un laico fedele della Chiesa Cattolica.

 

Mi vergogno e sono disgustato perché mi fa ribrezzo - ma anche pena -  la mente malata che è giunta a tanto.

Mi sento ferito nel mio intimo.

 

Se ne fossi capace vorrei potermi inginocchiare davanti a quell'immagine di Cristo senza guardarla e pregare chiedendo perdono, chiedendo misericordia per questo sfregio insano.

Mi offende, mi addolora.

 

Il mio rifiuto è netto:

non la considero un’opera d'arte, assolutamente. La valuto alla pari di gesti e segni sconci, irrispettosi nei confronti della mia Fede, del mio Creatore.

Per me sono dileggio nei confronti di Gesù. E mi piace pensare che la Madonna, fosse ancora in terra - lo è ancora perché è dovunque - correrebbe a coprire il Figlio oltraggiato.

Che cosa insegnano nei seminari?

Che docenti hanno avuto i preti di Bergamo e non solo loro?

Che responsabilità hanno nei confronti di coloro che dovevano educare nel sacrosanto rispetto del corpo umano?

     

 

 

Cristo negato,

e sostituito dall’uomo della Cabala

                                                                     

4 img 036.jpgPer meditare sull’Eucarestia, ai fedeli della diocesi bergamasca viene offerta la riproduzione su cartoncino, del dipinto intitolato “ULTIMA CENA”, del pittore Maurizio Bonfanti, che si trova nella chiesa di Santa Maria in Monte Santo del Seminario Vescovile Giovanni XXIII in Bergamo

 

Sotto l’immagine, a prima vista molto strana e inquietante, è riportato il versetto del vangelo di san Matteo che ricorda l’istituzione dell’Eucarestia

Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: "Prendete, mangiate: questo è il mio corpo

così ché il fedele si convinca che l’immagine raffigura proprio questo momento cruciale della vita di Cristo.

 

Perché difficilmente vi troverà una correlazione fra le figure rappresentate e l’ ULTIMA CENA.

 

Perché quell’uomo tutto nudo accovacciato, con la testa reclinata, che spezza il pane per terra in un paesaggio di ombre non può essere il Cristo del Cenacolo.

 

E nemmeno può essere Adamo.

Si trova infatti, solo, in un paesaggio tenebroso, che non è il giardino dell’Eden, osservato in lontananza da ombre scure angoscianti.

 

E allora, se non è Cristo e non è Adamo, chi è quell’uomo? – si chiederà il fedele.

 

Perché è nudo? dove si trova? Perché spezza il pane per terra? Come lo ha prodotto se intorno a lui non c’è segno di coltivazione?

 

E poi ancora: - chi sono quegli esseri che emergono dall’oscurità, nudi anch’essi e simili a spettri, fermi, in piedi, al limitare della piattaforma circolare poggiata a terra somigliante a un’enorme tavola rozzamente apparecchiata, sulla quale l’uomo nudo accovacciato compie un rituale? 

 

In questa immagine, il fedele non riuscirà a trovare nulla che ricordi gli elementi del racconto evangelico di san Matteo (come invece pretende di suggerire  il brano sottostante all’immagine).

Nulla che ricordi l’ ULTIMA CENA.

 

E allora, smarrito, andrà a rileggersi il brano del Vangelo di Matteo

 

Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero:

Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?

Ed egli rispose: "Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli". 1

I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici.

Mentre mangiavano disse: "In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà". Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: "Sono forse io, Signore?". Ed egli rispose: "Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.

Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito;

sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!". Giuda, il traditore, disse: "Rabbì, sono forse io?". Gli rispose: "Tu l'hai detto".

Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo:

"Prendete e mangiate; questo è il mio corpo". Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio".

30E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: "Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore, e saranno disperse le pecore del gregge.

 

A questo punto tornerà a guardare l’immagine e si chiederà: - dov’è la città, la stanza, la mensa? dove sono gli apostoli che mangiano? dove sono, nell’immagine, Cristo e Giuda il traditore?

Cristo non ha spezzato il pane in quel modo: nudo, solo, e accovacciato per terra con una strana folla di spettri nudi in piedi sullo sfondo di un ambiente tenebroso.

Chi è allora quell’uomo nudo accovacciato sulla terra?

Perché spezza il pane tenendo la testa china e la mente concentrata nella propria interiorità?

Perché la luce inonda solo la grande tavola circolare?

quale significato ha il rito che sta compiendo?

 

Come capire quest’immagine che pretende di raffigurare l’ULTIMA CENA?

 

Gli rimarrà un solo modo per scoprirne il senso: collocarla in un altro contesto: un contesto esoterico.

 

Scoprirà allora che

 

-          l’uomo nudo accovacciato sulla terra, non è Cristo, ma la rappresentazione dell’uomo primitivo o primigenio, l’uomo antecedente la “caduta”, l’uomo nello stato di perfezione, l’uomo originario, l'Uomo Totale, l'archetipo dell'Umanità, la sua forma perfetta;

 

-          egli spezza il pane per distribuirlo alla folla di esseri che attendono in piedi e aspettano da lui quel cibo per la loro trasformazione interiore, per perfezionare se stessi e diventare simili a lui, e divinizzarsi

 

-          il pane da lui spezzato e trasformato sulla grande tavola circolare aderente alla terra è simbolo della pietra grezza, ovvero simbolo dell’uomo che dev’essere perfezionato e riportato al suo stato primigenio affinché possa mutarsi in un essere nuovo: un Iniziato, un illuminato.

 

-          l’uomo nudo accovacciato sulla terra è perciò la rappresentazione dell'Adamo Celeste della dottrina Cabalistica, figura del falso redentore, che unisce gli uomini - rappresentati dagli esseri che attendono in piedi.

 

Alla fine scoprirà che:

 

-          l’immagine spacciata come raffigurazione dell’ Ultima Cena rappresenta un agape originaria:

 

-          è il prodotto di una concezione gnostica dell’uomo attinta dalla giungla di ideazioni eretiche seminate ad arte per confondere e alterare la verità principale che regge la Chiesa di Cristo.

 

 

Non è un caso che proprio il Seminario di Bergamo sia l’artefice di questo nuovo subdolo tentativo eretico.

Nemmeno c’è da stupirsi che Bergamo, rocca del cristianesimo, sia sempre più infestata da una velenosa seminagione eretica (non è sufficiente quel che è conservato in Santa Maria Maggiore?)

 

Non c’è da stupirsi.

 

Dopo aver demolito le apparizioni di Ghiaie e la piccola Adelaide il clero bergamasco va all’attacco e mira al cuore del Vangelo.

 

(15 aprile 2011)

 

   il clero bestemmia

 

 

viewer[1]Non basta vedere il corpo dell’umanità, che è il corpo di Dio, dilaniato dalle guerre e dalle impurità più orrende.

Ora, anche Il clero strazia questo corpo santo, senza alcun pudore:

come fosse il capostipite dei “David” o dei “fauni” nudi, il Corpo dell’uomo-Dio viene esibito in Chiesa,  senza vergogna, fino scoprirne le intimità.

 

Non c’è bisogno di ricordare i racconti del massone Dan Brown, che tanto successo ha conquistato, anche fra i cristiani, con le sue bestemmie sulla sessualità di Cristo;

nemmeno serve conoscere “la fenomenologia dello spirito” di Hegel per capire il significato di questa falsa “operazione neorinascimentale”, la quale dimostra che da tempo ormai il clero ha sostituito lo Spirito di Dio con un altro spirito, per cancellare Dio ed elevare a divinità l’uomo.

 

Molti ormai sono i segni di questa inversione camuffata dietro presunte opere d’arte.

 

In questa Quaresima di guerra tocca alla comunità pastorale “Casa di Betania di Agrate, Omate e Caponago” sferrare l’attacco, forte di complicità ideologiche cresciute su un terreno fertile predisposto da tempo da ecclesiastici consapevolmente blasfemi.

 

Tante volte ho denunciato il crimine commesso contro la piccola Adelaide costretta da un prete, don Cortesi, e da una suora, suor Michelina, ad esibire le proprie intimità nella stanza di un convento, per subire una immonda visita ginecologica nazista!! Sacrilegio immondo che il clero bergamasco continua a minimizzare come fosse una cosa normale.

Ed ecco, dopo Adelaide, anche il Cristo denudato davanti a tutti, perché tutti Lo vedano e Lo irridano, Lo insultino e Lo tormentino.

 

Questo clero arrogante prepotente, insolente, bestemmiatore non conosce più il valore del corpo e dell’intimità.

Non può credere che l’Addolorata ha coperto le intimità del Figlio col proprio velo perché non fosse oltraggiata anche la Sua intimità divina.

Questo clero superbo, ambizioso, borioso è ormai tutt’uno con la moda vergognosa del tempo che gode nell’esibire tutto, soprattutto quel che dev’essere conservato nel nascondimento perché dono prezioso di Dio.

 

(08 aprile 2011)

 

 

 

Ritratto di modello: Travis Hanson fotografato da Greg Vaughan                                                 

       Il prete double face

                                

 

      

…e  intanto la spazzatura cresce nella Chiesa

                                 

Nella puntata di "Tabloid" andata in onda martedì sera 28 giugno 2011, su Italia 1, abbiamo appreso dell’esistenza di  un sito internet in cui preti omosessuali offrono e cercano del sesso non solo virtuale.

http://www.queerblog.it/post/11491/tabloid-il-sito-venerabilis-chat-per-preti-gay

 

Un giornalista del programma, entrato in contatto con questa cloaca clericale fingendosi prete, ha dichiarato :

 

"Ti chiedono di incontrarti, se si è troppo lontani di vedersi in video chat che poi porta al sesso virtuale che poi è la richiesta più frequente.

Mi hanno offerto un po’ di tutto: dal prete che aveva due parrocchie per cui me ne offriva una delle due, al prete che aveva bisogno di qualcuno che seguisse l’oratorio.

Parlano di queste cose come se fosse una cosa normale, come se non stessero facendo niente di anormale”

 

Nella stessa puntata è stato mostrato un prete della provincia di Bergamo in pose oscene in video chat,  che chiedeva all’uomo dall’altra parte dello schermo di spogliarsi e masturbarsi con lui, ripreso poi, con le telecamere dalla la troupe di "Tabloid", mentre celebra messa alle cresime.

http://www.bergamonews.it/bergamo/articolo.php?id=43953

 

 

 

Dopo questa ennesima conferma di un degrado spaventoso del clero cattolico in particolare del clero bergamasco  

(ho già fatto riferimento a un noto documento del luglio 2006 redatto da due persone che hanno subito abusi sessuali da preti bergamaschi; recapitato anche in Vaticano e a numerose redazioni di giornali  http://www.alispezzate.it/archivio.htm#festamacabra )

 

ripeto la domanda rivolta al sindaco del comune di san Paolo d’Argon - che ancora non ha risposto - e la rivolgo a tutti i laici, religiosi, religiose e preti della Chiesa Cattolica  e di quella bergamasca in particolare, che da anni fingono di non vedere la spazzatura, e coprono col silenzio i crimini commessi dal feroce Inquisitore di Adelaide, esaltandone le doti

 

come può un ministro di Dio

- dopo aver innalzato davanti a tutti, con le proprie mani, il Corpo e il Sangue di Cristo –

far denudare una bambina,

osservarne con ludibrio il corpo,

avvicinarsi con scherno a quel corpo fragilissimo e tremante di vergogna e terrore,

fissarne subsannando l’intimità,

e poi esaminarla, come gli aruspici esaminavano nelle proprie mani le interiora delle vittime, per decidere il suo destino,

convinto di essere nel giusto e poter continuare così,  a servire Dio?

 

Ovvero: come può un prete vivere col proprio doppio demoniaco?

 

Sembra ormai essere questa la regola di vita per molti preti, lo stagno maleodorante in cui si trovano immersi.

Angeli e demoni, puri e criminali allo stesso tempo, senza farsi accorgere.

 

Di fronte a tale condizione della Chiesa, ogni credente deve ricordare che è responsabile personalmente di fronte al crimine e non può coprirsi dietro una volontà collettiva, come fanno la gran parte dei fedeli, suore e preti, soprattutto a Bergamo, abituati a difendere la Chiesa con l’omertà, la menzogna e la paura, o addirittura tessendo le lodi del criminale, assolto da ogni colpa soltanto perché è prete.

 

 

(08 luglio 2011)

 

 

Una “ bella pietra ” sopra don Matteo

 

per occultare il crimine e soffocare la Chiesa.

 

Ieri martedì 26 aprile, l’Eco di Bergamo ha chiuso il caso don Diletti con l’articolo sul suo funerale.

Il vicedirettore Ettore Ongis in persona si è incaricato di minimizzare questa storia orribile di pedofilia in un articolo di spalla a pag.33 :

 

si era innamorato dell’alunna, ma anch’ella s’era invaghita di lui – ha scritto come un perfetto curiale navigato e abituato a mentire - un bacio e mani che si erano imprudentemente allungate….uomo fragile, insicuro, smarrito, ha cominciato a sprofondare, a lui sembrava eccessivo quel conto da pagare….. –

 

La cecità di Ongis fa allibire.

Com’è possibile metta sullo stesso piano l’adulto uomo di Dio di 33 anni, e una bambina di 13 anni? Com’è possibile non veda la sproporzione fra loro?

 

Evidentemente a Bergamo le parole del Papa contro la pedofilia, pubblicate sullo stesso giornale della Curia a pagina 11, non servono a nulla.

Pur di difendere a tutti i costi la casta, laici e preti, in perfetto accordo, riprendono di nuovo l’ignobile assunto del Crimen sollicitationis e di nuovo fanno credere che l’uomo adulto cade nel peccato a causa della natura perversa della femmina, donna o bambina non importa. Perché il peccato alberga sempre lì, nel corpo della femmina, contaminato dalla lussuria fin dalle origini.

 

Per il clero e i laici cattolici di Bergamo è stata la bambina di 13 anni a far girare la testa a don Diletti, è stata lei a sedurlo, lei ha attirato l’uomo di Dio nella sua sensualità da tempo accesa dallo zio pervertito che l’ha iniziata al sesso, lei lo ha fascinato, ingannato, conquistato e poi gettato nella disperazione.

 

Dopo 67 anni dal martirio di Adelaide la Curia e i suoi lacchè sono sempre allo stesso punto, immersi sempre nella stessa palude colma di turpitudini e menzogne.

Il supplizio inferto da don Cortesi alla piccola Adelaide non ha insegnato nulla.

 

Dopo 67 anni il clero di Bergamo e i suoi lacchè continuano a far intendere che non è il prete pedofilo ad aver martirizzato la piccola veggente di Ghiaie, ma è lei, la bimba, ad aver sedotto e traviato don Cortesi.

E’ lei, la piccola mostruosa e sensuale selvaggia della bassa bergamasca che ha fatto perdere la testa al prete nobile e raffinato del Colle, e lo ha spinto a un’intimità pedofila.

 

Che orrore! Vedere uomini di Dio rovesciare continuamente la croce di Cristo e indicare la vittima come il colpevole è una cosa atroce.

 

ognuno di noi nasconde un’ombra – ha ricordato il Vescovo Beschi nella sua meschina omelia funebre - l’ombra di don Diletti è stata sottoposta al giudizio degli uomini. L’essere preti non ci mette al riparo.

Come dire: attenzione, preti! Nascondete bene la vostra ombra prima che sia troppo tardi! Non esponetela alla luce della giustizia!

Per don Matteo la sua ombra si è allungata fino al punto di non farcelo più ritrovare – ha concluso.

Povero vescovo! Bastano le sue parole a definirne l’infima caratura di prete e di uomo.

 

Insieme a lui, nessuno a Bergamo vorrà dire la verità.

Ovvero:

che don Diletti non avrebbe mai dovuto diventare prete,

e che la maggiore responsabilità del male commesso da lui è di coloro che l’hanno ordinato sacerdote.

 

Che pena!

Nessuno a Bergamo vorrà chiedere perdono alla bimba violentata dal prete,

come nessuno mai ha chiesto perdono alla piccola Adelaide per il male, terrificante, che la Chiesa le ha inferto.

 

Un consiglio a Ongis e a tutti i laici e preti che ancora non vogliono capire quanto male la loro viltà provoca alla Chiesa :

si rechino sulla tomba di don Tobia, a Brembilla, e ascoltino la sua voce.

Sentiranno queste parole che continuamente ripete dalla sua morte:

 

Offro la mia vita per quei preti che non avrebbero mai dovuto diventare preti.

 

             (27 aprile 2011)

 

untitled Yara  0f1rAOxoS7MJ don Diletti….

e la “Grazia a caro prezzo

 

 

 

Due mesi or sono facevo notare l’enorme squilibrio d’attenzione fra la scomparsa di Yara e la scomparsa di don Diletti - il sacerdote bergamasco di 39 anni che ha violentato una bambina di 13 anni, la stessa età di Yara - ricordando il legame fra i due casi.

 

Ma nessuno ha voluto ascoltare.

 

I mass-media hanno continuato a orientare l’attenzione sulla scomparsa di Yara, dimenticando la scomparsa di don Diletti avvenuta 3 mesi prima, finchè il silenzio stampa imposto dal sindaco di Brembate ha oscurato entrambe le vicende.

 

Il giorno 26 febbraio scorso, purtroppo, abbiamo appreso che Yara era morta; uccisa. Il suo corpo trovato in uno stato di avanzata decomposizione al centro di un campo desolato della pianura.

Qualche giorno più tardi abbiamo appreso che era morto anche don Diletti.  Il suo corpo, come quello di Yara, trovato in uno stato di avanzata decomposizione in un burrone della Corna Trentapassi, nei pressi del lago d’Iseo.

 

Questa coincidenza ci ha condotto a riprendere l’ipotesi di un legame fra il caso Yara e il caso don Diletti.

Ma di nuovo i riflettori del mass-media sono stati riaccesi un’altra volta quasi esclusivamente sulla morte di Yara, lasciando pochissimo spazio alla morte di don Diletti.

 

Come due mesi prima, non si è voluto vedere il legame fra le due storie tragiche.

 

La Curia per prima, ha tenuto ben separati fra loro Yara e don Diletti.

 

-         Da un lato ha lasciato a don Corinno il compito di stordire le coscienze e indicare alla folla l’assassino di Yara come l’orco del paese.

 

-         Dall’altro, per bocca di Monsignor Carrara,  si è affrettata a “coprire” il prete pedofilo, come “nostro amico, nostro fratello, nostro confratello sacerdote , senza dire una parola per la bambina di 13 anni da lui uccisa nell’anima e violentata nel corpo. Quasi avesse lei la colpa del crimine commesso dal loro “amico, fratello, confratello sacerdote” e della sua tragica fine.

 

 

Eppure quale stretto legame di corrispondenza fra la bambina di 13 anni abusata da don Diletti, che oggi vive da morta, e Yara!

 

E d’altra parte, don Diletti che oggi è cadavere, non appare forse come figura similare all’assassino di Yara, e dunque come figura dell’orco violentatore di Yara tredicenne indicato da don Corinno?

 

 

Ma la Curia non ne vuol sapere.

Ha chiuso la questione don Diletti con una frase glaciale di Monsignor Carrara:

 

- Il mistero della morte in cui don Matteo è entrato ce lo sottrae per sempre… e ce lo consegna anche nel male che egli ha saputo riconoscere, che la giustizia umana ha definito, per il quale egli ha potuto chiedere la misericordia del Signore morto per i nostri peccati -

 

espressione bugiarda e interessata con la quale si vuol impedire la ricerca delle responsabilità del suo atto criminale, addebitato solo a lui;  perché nessuno domandi “cos’aveva da dire don Matteo oltre alla flebile difesa che vanamente ha tentato di erigere? Perché è caduto tanto in basso? Chi l’ha spinto in quell’inferno terrificante, fino a precipitare nell’abisso senza possibilità di salvezza? Perché ha “ucciso” quella bimba di 13 anni? Chi l’ha ordinato sacerdote? Chi non gli ha detto che non aveva la vocazione…..?”

 

- Il dolore e l'umiliazione che don Matteo ha dovuto affrontare per il processo hanno aiutato lui e noi a capire quella che è stata chiamata la "Grazia a caro prezzo", la incommensurabile preziosità del perdono che non ci meritiamo mai e che ci viene donato sempre -