Significati del ciclo epifanico

 

 

Eterna comunione d’amore

Regina della famiglia, della pace, dell’unità

Pellegrinaggio al Torchio di Ghiaie

I colori dell’apparizione

 

 

Eterna comunione d’amore

PERCHE’ L’UMANITA’ SIA RIUNITA A FORMARE

UNA SOLA COSA

UNA SOLA FAMIGLIA

UNA ETERNA COMUNIONE D’AMORE

 

1) Due colombi bianchi nel cielo di Ghiaie, a Pasqua

 

Per comprendere il significato delle apparizioni di Ghiaie abbiamo cercato di rivivere quel pomeriggio ormai avanzato del 13 maggio, tempo di Pasqua, quando, con le sue piccole amiche, Adelaide entrò correndo nel prato a coglier fiori per ornare l’immagine della Madonna del suo casolare.

 

L’abbiamo vista volteggiare qua e là come un passerotto alla ricerca dei fiori più belli; insieme a lei  abbiamo sentito i sei rintocchi del campanile della parrocchia di Ghiaie chiamare i fedeli alla Chiesa per il Santo Rosario; e subito dopo, con grande sorpresa abbiamo potuto accompagnare il suo sguardo dietro il volo armonioso, libero calmo di due candidi colombi apparsi d’un tratto nel cielo azzurro della sera, appena velato di rosa. Due creature stupende nelle quali abbiamo riconosciuto i portatori di un mistero e di un annuncio. 

 

Questi due colombi tanto belli e puri apparsi a Ghiaie, nel cielo di Pasqua, ci hanno parlato immediatamente dell’amore (il mio diletto è per me e io per lui – Cantico dei cantici) e ci hanno introdotto così, naturalmente, nello spirito delle apparizioni aprendo alla nostra mente il tema centrale delle stesse : la coppia come luogo dell’amore, luogo di nascita di tutto ciò che è famiglia e comunione, luogo d’incontro fra l’amore umano e l’amore divino, immagine della stessa Sapienza divina.

 

 

Simbolo dell’amore umano

 

Diade dell’amicizia

 

Intenzionati comunque a oltrepassare e approfondire questa fondamentale intuizione, grazie all’esperienza vissuta con Adelaide nel verde prato del suo povero borgo, abbiamo cercato allora di articolare, precisandoli, i principali significati che ci hanno trasmesso i due colombi bianchi.

E tornando a ricordare il loro volo mirabilmente armonizzato, proprio nel loro accordo abbiamo riconosciuto innanzitutto la più alta forma d’amore visibile all’uomo: l’amicizia.

Nei due candidi animali che abbiamo visto volare insieme rispecchiando l’uno l’immagine dell’altro non è stato difficile invero, cogliere il legame di un Io e un Tu posti l’uno di fronte all’altro in una perfetta unità di pensieri, di sentimenti, di volontà, “come un cuor solo e un’anima sola”.

I due colombi ci sono apparsi perciò, come il luogo della nascita misteriosa dell’amore puro e l’espressione vivente di una armonia piena di gioia, immagine di un unico corpo spirituale, come accade a persone che vivono una profonda concordia fra loro e un’autentica pienezza d’amore.

Contemplando poi, i due colombi, stretti l’uno all’altro, in loro abbiamo potuto ammirare la bellezza originaria di una vita casta, l’unità spirituale di due vite pienamente compenetrate nell’amore, e dunque, il fondamento della vita umana, la sua radice, la sua qualità originaria: l’amore quale completa donazione di sé all’altro.

 

Diade dell’amore coniugale

 

Scoperta davvero entusiasmante quest’ultima, che ci ha permesso altresì, di riconoscere nei due colombi, non solo l’immagine dell’amicizia, ma anche la figura della coppia coniugale, creata da Dio quale Propria immagine, per essere modello di unione integrale delle persone congiunte nell’amore. E in questa luce abbiamo potuto facilmente comprendere che i due colombi rappresentano l’umanità intera riassunta nei due progenitori chiamati da Dio all’esistenza per tradurre nel mondo creato la stessa vita divina d’amore, fino all’unione nuziale con Dio.

Queste due candide creature che appaiono nel cielo prima di ogni apparizione ci hanno dunque ricordato la creazione dell’uomo, formato da Dio come coppia di persone unite dallo stesso ritmo e dallo stesso respiro d’amicizia e d’amore: due, per essere una carne sola, una sola cosa nell’amore, una sola chiesa; due per rivelare nel loro amore la stessa vita divina, nella quale una Diade di Persone amanti rivela la Terza Persona - Amore.

 

 

Simbolo dell’amore umano-divino

 

A questo punto, dopo esser stati orientati da questa coppia di meravigliosi colombi alla comprensione del tema fondamentale delle apparizioni (ovvero l’amicizia e l’amore come fondamento di tutto ciò che è comunione e famiglia), continuando a rimirarli, ci siamo accorti che il nostro sguardo, totalmente rapito dalla loro bellezza, era stato rapidamente condotto a contemplare l’amore nella sua più sublime espressione.

Infatti, proprio riconoscendo in loro il simbolo di due vite compenetrate profondamente in una perfetta unità di pensieri, di sentimenti, di volontà, i due colombi bianchi ci hanno ricordato che Dio stesso ha voluto stringere con noi un autentico legame d’amicizia per unirci alla Sua divinità in una stessa comunione indicando proprio nell’unione di due, uniti nel Suo nome, il luogo vivo della Sua Chiesa.

Per questo, sempre più attratti da queste stupende creature, nelle quali abbiamo intravisto l’espressione di un’armonia soprannaturale piena di gioia, manifestazione di un UNICO CORPO SPIRIRTUALE, nel loro volo che univa la terra e il cielo, diretto verso la luce, abbiamo potuto contemplare l’ecclesialità: la vera vita originaria, incontaminata e santa nella luce.

Questi due candidi colombi che ancora volano nel cielo di Ghiaie ci hanno condotto in alto, alla Luce, nel cuore della Parola di Dio, che dalla Genesi all’Apocalisse, canta ininterrottamente l’amore del Creatore per la Sua creatura come amore fra due amanti, due fidanzati, due sposi, due colombi, appunto.   

E giunti allora a questo traguardo della nostra riflessione, dopo aver riconosciuto nei due candidi colombi il simbolo in cui è rispecchiato sia l’amore umano sia l’amore divino, proprio in loro abbiamo iniziato a vedere perciò, un’unica Realtà colma d’amore, che incessantemente lega l’uomo e Dio.

Una Realtà d’amore eterna chiamata a scendere nella storia dell’uomo per tracciare la via di unione fra i due “mondi”, ristabilire il legame fra le due “vite”: l’una in cielo e l’altra sulla terra, l’una nell’eternità e l’altra nel tempo, l’una nell’increato e l’altra nel creato, l’una nel finito e l’altra nell’infinito.

Non è stato difficile cominciare a comprendere dunque, perché i due colombi bianchi appaiono a Pasqua, e di conseguenza la stretta relazione fra la Pasqua e le apparizioni di Ghiaie come segno luminoso di resurrezione per il mondo (l’epifania mariana di Ghiaie, com’è noto, si svolge dal sabato 13 maggio della quinta settimana di Pasqua, attraverso l’Ascensione fino a tre giorni dopo Pentecoste)

 

 

Simbolo di unità in un tempo d’inimicizia

 

Il volo dei due colombi bianchi nel cielo di Pasqua ci ha permesso altresì di capire perché le apparizioni di Ghiaie sono donate provvidenzialmente in un tempo difficile, fortemente divaricato, nel quale, mentre la Chiesa annuncia al mondo la comunione di tutti nell’amore di Cristo, l’umanità, sempre più lontana da Dio, vive, all’opposto, un conflitto spaventoso preludio di un abisso infernale senza speranza.

Dimentichi di essere stati elevati da Cristo a figli della luce, mostrando ancora una volta una feroce volontà di morte, pronti a colpirsi e annientarsi sterminandosi reciprocamente con mutilazioni e tormenti spaventosi, gli uomini, in quel tempo avevano trasformato il mondo in un orrendo e tenebroso teatro di odio coprendo la terra, creata da Dio come giardino d’amore, con un mare di sangue innocente.

Tempo terrificante, colmo di violenza, come il nostro, nel quale la Creazione, voluta da Dio per amore, sembrava trasformata in un’orribile arena infernale, e l’amore di coppia, invece di generare un’umanità unita nella concordia e nella pace, sembrava esser diventata la sorgente di conflitti insanabili. 

 
2) L’unità d’amore nell’Incarnazione

 

dalla coppia dei colombi bianchi alla coppia dell’Incarnazione

 

Le precedenti riflessioni ci permettono di comprendere agevolmente, a questo punto, il racconto iniziale della piccola Adelaide che  trasferisce il nostro sguardo dalla coppia dei colombi bianchi alla coppia dell’Incarnazione.

Nel suo diario infatti, Adelaide ricorda come, dopo essere apparsi nel cielo, i due colombi bianchi abbiano condotto i suoi occhi verso un punto luminoso acceso ad oriente, che in pochi istanti, l’ha raggiunta mostrandole, in uno splendore accecante, la coppia dell’Incarnazione: Gesù e Maria, accompagnati da S. Giuseppe.

 

 “Il punto luminoso preceduto dalle due colombine apparve, lentamente si avvicinò, e in esso si delineò la presenza di una bella Signora con Gesù Bambino in braccio e alla sua sinistra S. Giuseppe” – scrive Adelaide. E noi, leggendo questo primo brano della sua narrazione, proprio nella luce apertasi davanti agli occhi della bimba, cominciamo a capire perché i due colombi bianchi svaniscono nella luce per mostrare la coppia perfetta  dell’Incarnazione.

 

Comprendiamo cioè, che la coppia dei colombi bianchi, simbolo ideale del modello d’amore eternamente disegnato nel Pensiero di Dio, lasciano il posto alla coppia Gesù e Maria, per mostrare in loro il sublime modello universale di ogni vero e autentico amore, la più bella diade d’amicizia e d’amore mai apparsa nella storia umana, rappresentata appunto da Gesù e Maria, la coppia santa e immacolata che ha cancellato il peccato dei Progenitori realizzando pienamente e in tutta concretezza, nella nostra esistenza, il modello umano-divino d’amore eternamente vivo nel Cielo di Dio.

Di più: comprendiamo altresì, che la coppia dei colombi bianchi è apparsa per invitare l’umanità a guardare in Cielo e scoprire in Gesù e Maria l’espressione della totale e perfetta unità d’amore umano-divino al quale deve guardare l’intera umanità e la Chiesa nell’attesa delle nozze eterne con lo Sposo divino che una volta ancora scenderà col Suo Spirito per unirLa  eternamente a Sé.

 

Gesù e Maria, unità d’amore fra l’amore umano e l’amore divino                                 

 

E se ora, ci fermiamo a  contemplare una dopo l’altra ciascuna delle due persone di questa eccelsa coppia d’amore, iniziando da Gesù, proprio nei suoi occhi azzurri e nel suo vestito rosa riconosciamo facilmente i segni visibili dell’unione fra divinità e umanità da Lui realizzata con l’Incarnazione.

L’azzurro dei Suoi occhi infatti, ci parla del Cielo dal quale è disceso fino a noi per vestire la nostra carne, simboleggiata appunto dal suo vestito rosa.

 

 “Gli occhi luminosi e azzurri di Gesù Bambino attirarono la mia attenzione in modo particolare. Il vestitino che lo copriva fino ai piedi era liscio a forma di camicia in color rosa” – scrive Adelaide nel suo diario, che ci permette di capire, ancor più in profondità, a qual grado di abbassamento il Verbo di Dio ha voluto giungere dopo aver lasciato la propria gloria presso il Padre.

Perché, pur essendo Dio, il Verbo si è unito alla nostra umanità perfezionandola in ogni suo aspetto, fino a redimerla e glorificarla mediante il sacrificio della croce, accompagnato in ogni passo della Sua via dolorosa da Maria, Sua Madre e Sua Sposa, che Egli stesso ha voluto rivestire del Suo Cielo azzurro. 

Verità quest’ultima facilmente comprensibile nella stessa simbologia del primo ciclo di apparizioni.

 

Leggendo il diario di Adelaide infatti, si può notare innanzitutto, come già nelle prime quattro epifanie la Madonna si presenti non solo avvolta da un manto azzurro, ma anche vestita di un abito azzurro, mostrandosi così come umanità pienamente divinizzata nel Figlio – Suo mistico Sposo; come la nuova Eva, chiamata dall’eternità a dar vita al nuovo Adamo, per ricomporre insieme a Lui l’unità spezzata dalla prima coppia e coniugare per sempre, in mistiche nozze, l’umano al divino, perché in lei, il Verbo ha riaperto il Cielo per tutta l’umanità.

 

Per questo, nelle mani della Madonna che custodiscono il Verbo Incarnato noi possiamo chiaramente riconoscere il supremo luogo di Grazia  nel quale tutta l’umanità può ritrovare il dono dell’unità nell’amore e la via al Cielo.

(come potremo vedere più chiaramente nell’apparizione di Pentecoste quando la Madonna si presenterà tenendo nelle sue mani immacolate piene di Grazia, al posto del Bambino Gesù, due colombi scuri e divaricati, simbolo della coppia e dell’umanità divisa dall’inimicizia e dal disamore, che nelle sue mani troverà il luogo della salvezza e della libertà.

 

3) Nel Cielo dell’Ascensione

 

dalla coppia dell’Incarnazione all’unità nella Gloria del Cielo

 

Le note proposte nelle due precedenti riflessioni ci consentono di intravedere fin d’ora, nel ciclo epifanico di Ghiaie, un chiaro itinerario spirituale.

Un itinerario tracciato per noi, nel cielo di Ghiaie, dalla coppia di colombi bianchi che, lo ricordiamo, apparizione dopo apparizione, aprono le diverse sequenze in cui si sviluppa il grande tema di questo grande evento soprannaturale: la coppia come luogo d’incontro fra l’amore umano e l’amore divino.

 

Come si ricorderà, infatti, già nella prima riflessione i due colombi bianchi ci hanno richiamato alla mente innanzitutto la coppia della CREAZIONE formata da Dio a propria immagine per essere modello universale di unione; e in loro, quali figure sia dell’amore umano che dell’amore divino, abbiamo individuato proprio il legame fra l’umanità e la divinità.

Scoperta quest’ultima, confermata in seguito, nella stupenda immagine della “bella Signora con Gesù Bambino in braccio” (descritta da Adelaide nelle prime pagine del suo diario) che ci ha permesso di pensare alla coppia dell’INCARNAZIONE, e dunque  al Verbo, sceso dal Cielo per unirsi, in Maria, all’umanità, redimere il peccato dei Progenitori ed ELEVARE tutta l’umanità a Dio, come una sola famiglia in un’unica Chiesa.

 

A questo punto, allora, continuando ad esaminare il diario di Adelaide, dopo le prime quattro apparizioni (dal 13 al 16 maggio) nelle quali abbiamo letto il mistero dell’Incarnazione, scopriamo un cambio deciso di significato: un vero e proprio passaggio che ci permette di salire dall’Incarnazione al Cielo dell’Ascensione.

Mercoledì 17 maggio, vigilia dell’Ascensione, e giovedì 18 maggio, festa dell’Ascensione, la Madonna appare infatti, in modo diverso dai quattro giorni precedenti:

 “I due colombi precedettero il punto luminoso e la Madonna apparve vestita di rosso col manto verde il quale aveva un lungo strascico. Attorno vi erano otto angioletti vestiti alternativamente di celeste e rosa, tutti al di sotto del gomito della Madonna, in semicerchio” scrive Adelaide ricordando l’epifania del 17 maggio, che si ripeterà nello stesso modo anche il giorno successivo, festa dell’Ascensione.

 

E noi, contemplando la Vergine Santa senza il Bambino Gesù e senza S. Giuseppe, ma circondata da un coro di angeli alternativamente rosa e azzurri, e vestita, non più in bianco e azzurro, ma con l’abito rosso, il manto verde e le rose bianche ai piedi, siamo spinti ad alzare ancor più lo sguardo verso l’alto.

 

Maria, espressione della comunione d’amore trinitaria

 

Così, dopo i primi quattro giorni, nella quinta e sesta apparizione, rispettivamente vigilia e solennità dell’Ascensione, notiamo che la Madonna si presenta, non più rivestita di azzurro e di bianco, ma di tre colori: il rosso dell’abito, il verde del manto, e ancora il bianco delle rose sui piedi; indicando, con questo cambio cromatico, un cambio di contenuto e di immagine:

Un cambio che facilmente riusciamo ad afferrare se ricordiamo il significato della solennità liturgica nella quale avvengono queste due apparizioni.

 

Credendo infatti che, grazie all’Ascensione di Gesù al Cielo, Maria è diventata luogo primario di manifestazione della SS. Trinità, avendo lei acquisito in Gesù, fin dall’Incarnazione, legami di affinità con le Persone Trinitarie, nella Santa Vergine apparsa ad Adelaide la vigilia e nella solennità dell’Ascensione, noi possiamo riconoscere chiaramente l’immagine della Chiesa, nella sua essenza trinitaria, e dunque la porta principale attraverso la quale l’umanità può partecipare, in Cristo, alla stessa comunione d’amore di Dio SS Trinità.

In particolare:

 

- l’abito rosso ci mostra Maria come immagine della Chiesa totalmente rivestita di Cristo-Carità che dona la comunione.

- il manto verde ci parla della Speranza alla quale Cristo, asceso al Cielo, ha chiamato la Sua Chiesa per unire gli uomini a Dio in una sola famiglia

- il bianco delle rose sui piedi di Maria ci ricorda la Fede pura in Cristo come fondamento della stessa vita della Chiesa, e come forza di integrazione opposta al peccato.

 

La visione di Maria rivestita della SS. Trinità ci permette allora di pensare al destino dell’umanità, chiamata a salire, con Maria, alla Gloria di Cristo, al Regno dei Cieli per vivere eternamente nella stessa comunione d’amore, come famiglia universale di Dio-Trinità.

Un’umanità angelicata che possiamo chiaramente riconoscere proprio nel coro di otto angeli rosa e azzurri apparsi, attorno a Maria immagine della Chiesa, la vigilia e nel giorno della solennità dell’Ascensione.

 

l’umanità divinizzata e unita attorno a Maria nell’amore di Dio

 

Di statura inferiore alla Vergine Santa ad indicare il diverso grado di elevazione rispetto a Maria, raccolti in preghiera attorno a Maria luogo santo dell’amore trinitario, questi angeli formano un’unità perfetta, una totalità d’amore e di adorazione; e in loro riconosciamo subito quell’unità d’amore alla quale è destinata l’intera umanità allorché sarà elevata al Regno di Dio.

Li vediamo anzitutto collocati in semicerchio formato da quattro coppie, ognuna delle quali costituita da due angeli vestiti di due colori diversi: il rosa e l’azzurro, nei quali abbiamo compreso l’unione fra umano e divino, che connotano altresì i due principi originari dell’umanità: il femminile e il maschile.

Distinzione quest’ultima che ci fa pensare immediatamente all’affinità fra uomini ed angeli e ci ricorda un passo molto noto del Vangelo di S. Matteo (uno dei due apostoli che ritroveremo accanto alla Vergine nell’apparizione di Pentecoste).

 

Rammentiamo infatti, che, dopo aver richiamato alla mente dei Farisei l’unità indissolubile della prima coppia sancita nel libro della Genesi (Mt. 19,3), ai Sadducei avvicinatisi a Gesù per chiederGli di chi alla resurrezione sarebbe stata moglie la donna sposata a sette fratelli morti successivamente uno dopo l’atro, il Signore rispose:

“alla resurrezione non si prende né moglie ne marito, ma si è come angeli ne cielo” (Mt 22,30).

Parole estremamente chiare, nelle quali possiamo cogliere senza difficoltà il compimento, nel Cielo, della comunione originaria. E intravedere altresì, fin d’ora, la nostra vita futura nella Gloria di Dio, dove, dopo una vita d’amore, insieme agli angeli formeremo una sola famiglia, nella quale la distinzione dell’umanità nei due principi, femminile e maschile, rimarrà come unità d’amore tutta spirituale.

 

Per questo, nel coro angelico apparso alla piccola veggente di Ghiaie nel giorno dell’Ascensione, possiamo vedere con grande evidenza l'immagine di un’umanità elevata alla contemplazione dell'autentica gioia del Cielo, come profezia del Regno di Dio, nel quale l'umanità stessa, superate tutte le divisioni da cui è lacerata, cominciando dall'inimicizia posta tra i sessi a causa del primo peccato, ritrova attraverso Maria icona della Chiesa, il Luogo santo dell'armonia originaria e della comunione eterna d'amore promessa e realizzata dalla Parola di Dio, dove tutti, angeli e uomini insieme, cantano e vivono nell’amicizia e nell’amore, come riflesso dell’amore di Gesù e Maria.

In particolare, alla luce della visione dell’umanità angelicata raccolta a coppie intorno a Maria, possiamo comprendere con maggior profondità il significato della coppia di colombi bianchi, che, dopo averci condotto a pensare alla CREAZIONE e poi in Gesù e Maria, alla INCARNAZIONE, ora nella solennità dell’ASCENSIONE ci invitano a contemplare la nostra amicizia e la nostra stessa relazione d’amore glorificata in Cielo. E preparaci a compiere un ulteriore determinante passaggio mentale per  intuire la grande rilevanza dell’intero ciclo epifanico di Ghiaie che invita senza sosta l’umanità intera a guardare al Cielo e ritrovarvi la via dell’unità d’amore universale.

 

Verità che comprenderemo chiaramente nell’apparizione di Pentecoste allorquando ritroveremo lo stesso coro di coppie angeliche attorno a Maria immagine della Chiesa ed espressione della comunione d’amore trinitaria

La qual cosa ci permette altresì di capire fin d’ora l’importanza della festa dell’Ascensione come tappa mediana al punto più elevato dell’intera sequenza di apparizioni di Ghiaie.

 

4) Lo scambio d’amore

 

Gesù e Maria, l’unità delle due nature

 

Anche il giorno seguente la solennità dell’Ascensione assistiamo a un altro cambio d’abito della Madonna che non si presenta più con il vestito rosso e il manto verde (come nel giorno precedente) ma tutta azzurra, eccetto la fascia bianca ai fianchi simbolo del suo grembo purissimo nel quale il Figlio di Dio è stato concepito.

 

“La Madonna aveva il vestito e il velo celeste; una fascia bianca le cingeva i fianchi; aveva le rose ai piedi e la corona fra le mani. Gesù Bambino vestiva ancora di rosa…c’erano gli angioletti”.

Così scrive Adelaide ricordando l’apparizione di venerdì 19 maggio, giorno successivo alla festa dell’Ascensione.

E noi, leggendo quest’altra meravigliosa epifania, intuiamo immediatamente che, apparendo di nuovo con il Bambino Gesù, tutto rosa, la Vergine Santa ci ripresenta ancora il mistero dell’Incarnazione, ma questa volta, dopo l’Ascensione, ad un livello più elevato.

 

Infatti, tornando ad ammirare nella luce della Gloria, Gesù tutto rosa, fra le braccia di Maria tutta azzurra, iniziamo, non solo a riconoscere in loro il meraviglioso scambio fra cielo e terra, ma a comprendere altresì che l’umanità da sempre appartiene a Dio nel Suo Verbo e che è stata creata per essere elevata al Cielo e unità a Dio in nozze eterne.

Verità fondamentale della fede cristiana, mistero sublime, la cui comprensione richiede la nostra stessa ascesi e il distacco dal pensiero del mondo, per cominciare a scorgere in Gesù e Maria, la nostra stessa umanità non più soffocata dal peso della caduta, ma come il luogo eterno di un meraviglioso incontro incessante d’amore fra l’umano e il divino.

 

E’ questa, del resto, la verità su cui abbiamo precedentemente insistito allorquando abbiamo individuato nella coppia l’immagine dell’unione fra l’umanità e la divinità, e nella coppia dell’Incarnazione il modello sublime di ogni coppia.

Comprendiamo cioè, che attraverso Gesù e Maria possiamo ritrovare la vocazione della nostra stessa natura a sposare Dio; in particolare, nella inscindibilità dei due principi femminile e maschile che la costituiscono, anche la verità dell’indissolubilità della diade originaria destinata a rivelare, proprio in Gesù e Maria, il grande mistero delle nozze fra Dio e l’umanità.

 

l’umanita’ ecclesiale, in Cielo e nel cuore dell’uomo

 

Da ultimo, quale conseguenza e riflesso di quanto abbiamo affermato, riconoscendo nell’azzurro di Maria l'abito di Grazia donato da Dio alla nostra umanità per la nostra divinizzazione, e nel vestito rosa di Gesù, la nostra stessa umanità glorificata in Cielo, allora sempre più chiaro ci appare il significato del coro angelico che circonda Maria:

nell’inseparabilità dei due colori dell’Incarnazione che li ricoprono, il rosa-femminile e l’azzurro-maschile, questi angeli ci parlano di un amore elevato, vivo nel Cielo, oltre le determinazioni terrene che fissano le relazioni tra i sessi, un amore ecclesiale, figura dell’eterna comunione d’amore fra Dio e l’umanità.

Questi angeli che riverberano la coppia dell’Incarnazione riconducono ancora il nostro pensiero e il nostro sguardo alla coppia di colombi bianchi annunciatori di ogni apparizione.

E poiché in questa coppia candidissima abbiamo visto i portatori del tema dell’intero ciclo epifanico - la coppia come luogo d’amore - in essi ora riconosciamo ancor più nitidamente un’immensa Realtà spirituale umano-divina che ci appartiene da sempre, fondamento del nostro essere, radicata nel nostro cuore.

 

 

5) L’unità d’amore nel cuore dell’uomo

 

nell’uomo è iscritto il sublime modello d’amore dell’Incarnazione

 

Se l’itinerario fin qui percorso ci ha permesso di contemplare nell’Incarnazione e poi in Cristo Glorioso asceso al Cielo l’unità nuziale fra l’umanità e la divinità, l’apparizione del 21 maggio, l’ultima del ciclo epifanico, ci consentirà di comprendere che questa stessa unità, fine della nostra esistenza, è iscritta anche nell’intimità dell’uomo, creato fin dal Principio come chiesa di Dio.

 

Come potremo leggere nel diario di Adelaide, nell’epifania di domenica 21 maggio, i due colombi bianchi conducono ancora lo sguardo della piccola veggente alla coppia dell’Incarnazione, che, questa volta però, non appare più nel cielo, bensì in una chiesa, quale immagine, appunto, dell’uomo.

“Anche questa apparizione fu preceduta dai colombi e nel punto luminoso si manifestò la Sacra famiglia in mezzo a una chiesa” – scrive Adelaide 

E noi, ricordando che proprio l’uomo è stato “pensato” da Dio in vista della Sua Incarnazione come tempio degno di ricevere l’inabitazione del Verbo umanato, nella chiesa mostrata dai due colombi bianchi al centro della quale si trovano Gesù e Maria con S. Giuseppe, possiamo immediatamente riconoscere chiaramente la figura dell’uomo nella sua costituzione e vocazione originaria di chiesa di Dio.

 

Al centro dell’uomo, nel suo cuore, si trova infatti, il modello eterno di unità nell’amore che l’uomo stesso è chiamato a scoprire come origine, senso e finalità della propria esistenza.

Per questo, dopo aver afferrato la stretta relazione di senso fra i colombi bianchi e la coppia dell’Incarnazione come modello realizzato dell’unità umano-divina, possiamo comprendere che tutto l’uomo è chiamato a compiere questo stesso grande disegno di unità nell’amore.

 

l’uomo e’ orientato fin dal principio all’unione con Dio

 

Verità quest’ultima che ci viene indicata nel secondo brano del racconto di Adelaide (relativo alla stessa epifania del 21 maggio) nel quale, dopo l’iniziale stupore provocato in noi dalla presenza degli animali nello stesso luogo sacro abitato dalla coppia dell’Incarnazione, possiamo scoprire, proprio in questi animali-simbolo, la figura dell’umanità orientata, nella sua stessa struttura, all’unione con Dio.

 

“Verso la porta principale c’era un asino color grigiastro, una pecora bianca, un cane dal pelo bianco con macchie marroni, un cavallo del solito color marrone. Tutte le quattro bestie erano inginocchiate e muovevano la bocca come se pregassero”. Scrive ancora Adelaide invitandoci a cogliere in questi animali, non solo l’elemento totalmente creato dell’uomo, evidente nel loro numero e nel loro essere quadrupedi, che rivela con evidenza un completo ancoraggio e dipendenza dalla terra, ma anche, vedendoli inginocchiati e oranti, rivolti al centro della chiesa, ravvisare in loro una particolare saggezza originaria che li orienta al Cielo.

 

In questi quattro animali riconosciamo allora, la figura delle nostre disposizioni virtuose originarie, orientate al modello d’amore dell’Incarnazione.

Osservandoli più attentamente, questi animali ci fanno comprendere altresì, che tutto l’uomo è disposto fin dalla Creazione a partecipare in pienezza alla realizzazione del disegno stesso dell’Incarnazione.

Ovvero: in questi animali comprendiamo che l’uomo, potenzialmente unità di creato e increato nella sua stessa struttura, è sapienziale in tutto il suo essere.

Per questo, alla sequela di Gesù, l’uomo-Dio che ha perfezionato e divinizzato ogni nostra disposizione virtuosa, e di Maria, figura dell’umanità perfettamente compiuta nella vita morale, ciascuno di questi animali-simbolo ci condurrà a comprendere ancor più in profondità l’importanza dell’imitazione di questo sublime modello presente nella nostra intimità.

 

Così, la pecora non ci ricorda soltanto il valore umano dell’umiltà e della mitezza, ma con il suo sguardo d’amore e la preghiera rivolta al centro della Chiesa, questo animale docile ci orienta innanzitutto a Cristo stesso mite e umile, Che ha incarnato questa disposizione virtuosa fino alla massima estensione, fino ad immolarsi quale agnello condotto al macello sulla Croce per unire l’umanità alla Divinità.

Osservando la pecora, comprendiamo che, incarnandosi, Gesù ha legato questa disposizione virtuosa alla Sua divinità, offrendo così all’umanità una infinita possibilità di esprimerla.

Quale immagine dell’animale sacrificale, la pecora è figura dell’Unico Agnello di Dio senza difetti e macchia che si è  spogliato volontariamente della propria gloria, si è abbassato, si è fatto povero in mezzo agli uomini, si è immolato per l’umanità intera, e si è unito in nozze eterne con lei.

Nella pecora, vediamo altresì la profonda umiltà di Maria, che Dio ha guardato con tale amore da trasfigurarla nella Sua stessa abitazione, nel Suo stesso tempio, nella Sua stessa Città.

 

Simbolo di obbedienza e fedeltà, inginocchiato nella Chiesa e rivolto alla coppia dell’Incarnazione, il cane ci ricorda che solo attraverso un’obbedienza senza limiti e riserve, in completo abbandono alla volontà del Padre, Cristo ha realizzato il disegno di unione dell’umanità alla divinità.

Il cane ci ricorda che nella totale obbedienza alla volontà del Padre, il Signore Gesù ha divinizzato pienamente questa disposizione virtuosa, e richiama perciò ogni uomo a contemplare questa condizione scelta da Gesù fino alla morte di croce, per contribuire, con Gesù, al completo compimento del disegno di Unità nell’Amore del Padre 

Questo animale simbolo ci rammenta che il Signore, nonostante avesse ricevuto la carne purissima di Maria, ha dovuto comunque combattere contro l’inclinazione alla debolezza e pesantezza dell’umano, e ci aiuta a comprendere con quale abnegazione ha compiuto l’opera di unione fra la natura divina e quella umana, divaricate dal peccato; opera realizzata da Gesù stesso, attraverso una lotta incessante, fino all’agonia dell’orto e della croce.

Il cane presente nella Chiesa ci porta perciò, ad intendere più facilmente come la vittoria su ogni divisione e la realizzazione dell’Unità sia stata ottenuta da Gesù con il combattimento spirituale durato tutta la Sua vita grazie ad un’obbedienza perfetta al Padre.

Ci rammenta inoltre, che l’obbedienza di Gesù alla volontà del Padre è sempre stata accompagnata dalla sottomissione amorosa della volontà umana alla volontà divina, così che noi potessimo comprendere quanto importante sia la conformazione della volontà umana a quella divina, e dunque la necessità della nostra obbedienza a Cristo per vincere con Lui ogni opposizione e realizzare con Lui l’Unità Universale nell’Amore.

Il cane ci ricorda anche l’obbedienza integrale e consapevole di Maria che ha permesso l’Incarnazione del Verbo divino in lei.

 

L’asino ci ricorda innanzitutto la paziente sopportazione amorosa di Cristo in obbedienza al Padre, per unire l’umanità alla divinità; una sopportazione che Cristo ha voluto vivere senza un lamento in tutti i momenti della sua esistenza fin dal suo concepimento nel seno della Vergine Maria, quando da lei ha ricevuto la carne umana.

Presente nella stalla di Betlemme e nella fuga in Egitto, l’asino, quale immagine dell’umanità di Cristo sulla via vittoriosa del sacrificio, porta Cristo lungo la via del trionfo, la domenica delle Palme.

Di più: quale immagine del terribile dolore sopportato da parte di Gesù Cristo per amore nostro, nell’asino comprendiamo con stupore come, proprio in virtù dell’unione sponsale delle due nature, umana e divina, il dolore sofferto dalla Sua umanità risuoni e sia avvertito anche dalla Sua Divinità, così come lo sposo soffre le sofferenze della sua sposa e compatisce spiritualmente il suo dolore.

Lo stesso dolore compatito da Maria che sopportato col Figlio tutto il Suo terribile Calvario.

 

Anche il cavallo ci parla di Cristo, in particolare dello zelo ardente, dello slancio, della forza con cui Cristo ha vissuto la Sua Missione di unità d’amore con l’umanità.

Zelo, forza, slancio, entusiasmo, energia che possiamo riscontrare nelle Parole dello stesso Signore quando esprime il desiderio di accendere sulla terra il fuoco dell’amore, e ancor più nell’Apocalisse, dove il Signore è figurato nelle vesti di un cavaliere sopra un cavallo bianco che indica la forza della purezza in relazione al Suo combattimento contro il male, e la forza della fedeltà con cui unisce strettamente l’umanità alla divinità abolendo ogni divisione operata del peccato.

Nella sua immagine di forza e nobiltà, di potenza e di fierezza, raffigurato in ginocchio, in preghiera adorante nella chiesa, il cavallo fa pensare ad una prepotente disposizione spirituale radicata nell’uomo che lo spinge con forza verso Dio per essere rivestito della Sua Grazia.

Il cavallo, più degli altri animali appare perciò, come immagine della forza d’amore umana a perseguire la direzione e l’orientamento radicale all’unità che Dio ha posto in lei.

Lo stesso slancio d’amore per Dio e per l’umanità che Maria ha scoperto in sé come propria essenza, lo stesso ardore che Maria ha espresso in modo sublime nell’Incarnazione e che nel Cielo risuona eternamente in un meraviglioso cantico per il Suo Sposo divino.

 

la conversione e l’attesa della Grazia

 

Proprio questo animale tuttavia, come racconta la piccola Adelaide, manifesta a un tratto, la possibilità di un’inversione nell’orientamento originario.

 “Ad un tratto il cavallo si alzò e passando vicino alle spalle della Madonna, uscì dalla porta aperta e s’incamminò sull’unica strada che conduceva ad un campo di gigli, ma non fece in tempo a calpestarne quanti voleva perché San Giuseppe lo seguì e lo riprese” scrive Adelaide.

E noi, alla luce di quanto abbiamo compreso fin qui, nell’atto compiuto dal cavallo che distoglie il proprio sguardo dal modello d’amore dell’Incarnazione, esce dalla porta della chiesa per allontanarsi nella direzione opposta, facilmente riconosciamo l’atto libero che l’uomo ha scelto di compiere rifiutando l’orientamento originale della propria persona, per rivolgere invece la forza del proprio spirito nella direzione opposta, verso altri modelli prodotti esclusivamente dall’uomo stesso.

 

Comprendiamo cioè che, rompendo il legame con Dio, il cavallo ha orientato la sua attenzione fuori dalla chiesa, verso le cose create, attratto dalla seduzione di uno spirito opposto a Dio, da un’immagine di sé proposta al di fuori di Dio, come possibilità di esistenza fuori dalla vita di Grazia. E con amarezza constatiamo che, dopo l’uscita dalla porta, questa potente forza d’amore si è trasformata in energia cieca; tanto da provocare rotture, divisioni, opposizioni, contrasti e morte.

L’uscita del cavallo dalla chiesa ci ricorda allora, che le energie creative dell’uomo donate da Dio per realizzare nell’unità d’amore una storia di felicità sulla terra, hanno prodotto invece una storia dominata dalla violenza con conseguenze amare e dolorose per il genere umano.

 

Contesto terrificante che spiega gli appelli della Regina della Famiglia contro il peccato quale causa di profonde rotture nell’unità interiore dell’uomo, e nel quale occorre comprendere altresì quanto grave sia la scelta dell’uomo d’invertire l’orientamento originario iscritto nella sua stessa struttura originaria che lo allontana dal modello d’amore umano-divino dell’Incarnazione in cui è riassunto ogni legame d’amore e d’amicizia.

Da qui, la necessità che l’uomo riscopra la propria autentica radice d’amore, torni nella chiesa per essere rivestito di Grazia, e riprenda l’itinerario verso il Cielo dove potrà ritrovare nell’amore di Cristo e Maria il proprio stesso compimento.

 

 

6) Nel Cielo di Pentecoste

 

Nelle mani di Maria, la Pace nella Comunione d’amore

 

Giunti ormai al culmine della presente riflessione occorre ricordare che il ciclo epifanico di Ghiaie si svolge in un tempo profondamente lacerato, nel quale, mentre la Chiesa vive la Pasqua, canta la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, contempla l’Ascensione del Signore e attende di rinascere nel fuoco dello Spirito Santo, l’umanità, lontana da Dio, prosegue la propria storia fratricida seminando ovunque odio e morte.

Occorre ricordarlo, perché, proprio questo tempo tanto lacerato ci permette di capire l’intervento provvidenziale di Dio, che, scegliendo una bimba, povera e semplice, ha voluto accendere nel cielo di un misero borgo sconosciuto del mondo, una grande luce di speranza universale capace di condurre l’umanità fuori dal buio. La stessa luce verso la quale siamo stati condotti dai due candidi colombi apparsi improvvisamente davanti agli occhi della piccola Adelaide. Ricordiamo infatti, che la loro bellezza e il loro candore ci hanno invitato a salire dalle cose della terra a quelle del cielo per ritrovarvi l’autentica comunione d’amore, la vera vita eternamente viva oltre il tempo, nella luce, il luogo vivo d’incontro fra l’uomo e Dio.

 

Occorre ricordarlo anche per comprendere l’immagine stupenda offerta nel cielo di Ghiaie a Pentecoste: l’immagine dell’umanità raccolta, come una sola famiglia, attorno a Maria trionfante in Cielo su ogni divisione e sulla stessa morte. Un’immagine che riprende, nel complesso simbolico e nel significato, quella offerta nell’epifania avvenuta il giorno dell’Ascensione, ma è altresì connotata da un’importante novità simbolica

 

Anche a Pentecoste, come all’Ascensione, la Madonna appare infatti, nei tre colori teologali di cui è rivestita (nell’abito rosso, nel manto verde e nelle rose bianche ai piedi) come icona della Chiesa nella sua essenza trinitaria;  inoltre, circondata dallo stesso coro di angeli rosa e azzurri, si mostra ancora una volta come Regina della famiglia umana perfettamente unita nell’amore.

Ma diversamente dall’epifania dell’Ascensione, a Pentecoste La Vergine santa, oltre che affiancata da due santi apostoli, Matteo e Giuda Taddeo, tiene nelle mani due colombi scuri e divaricati negli sguardi; due povere creature, nelle quali, senza difficoltà, anche se con dolore, abbiamo riconosciuto, diversamente dai due colombi bianchi, la figura dell’inimicizia, del disamore, e dunque di un’umanità oscurata dall’odio e dalla morte. Una condizione nella quale abbiamo riconosciuto i caratteri della nostra stessa esistenza.

 

E poiché, con naturalezza ci siamo identificati in questi due colombi neri, proprio in virtù di questa consapevolezza, trovandoci, come loro, anche noi, nelle  mani di Maria, abbiamo compreso allora con gioia, alla luce della Pentecoste, che solo in queste mani, nelle quali Cristo ha affidato il Suo Corpo e il Suo Spirito, possiamo percorrere la via della redenzione, il cammino sapienziale per l’unione con Dio nell’attesa della liberazione definitiva nel Cielo riaperto da Cristo con la Sua Ascensione.

 

Abbiamo compreso dunque, che solo in Maria ogni uomo può trovare il passaggio a Cristo e dunque alla vera libertà di un amore sconfinato capace di abbracciare tutto e tutti; a quella Realtà d’amore, scoperta all’inizio di queste nostre riflessioni, nella coppia dei colombi bianchi, capace di unire il cielo e la terra, l’eternità e il tempo, il creato all’increato, il finito e l’infinito, l’umanità e la divinità.

Verità, quest’ultima visibile in tutta la sua pregnanza, nell’epifania del 29 maggio, giorno seguente Pentecoste, allorquando, come leggiamo nel diario della piccola veggente, la Madonna, aprendo le mani per darle un bacio, ha liberato nel cielo i due colombi scuri.

 

“Mentre la Madonna portava la mano alla bocca per darmi un bacio con indice e pollice uniti – scrive Adelaide – le due colombine le svolazzarono intorno e accompagnarono la Madonna mentre si allontanava adagio adagio.”

Un racconto che ci ha profondamente colpito: non solo perché abbiamo riconosciuto nel giorno seguente Pentecoste la figura del nostro tempo, ma anche e soprattutto perché nel volo dei due colombi neri, che uscendo ricolmi di Grazia dalle mani di Maria si uniscono al volo dei due colombi bianchi annunciatori dell’apparizione, abbiamo potuto riconoscere un’umanità capace di tornare a vivere nell’unità e nella pace avendo ritrovato in Maria la propria vera radice immacolata, il Principio della vita, il Compimento della storia, il significato dell’esistere, e l’unità dell’amore.

 

Un amore totale e assoluto, capace di annientare ogni conflitto e ogni divisione, che possiamo riconoscere nello stesso bacio mandato dalla Madonna ad Adelaide contemporaneamente alla liberazione dei colombi.

 

Vedendola infatti unire l’indice ed il pollice in un cerchio (come il sacerdote all’elevazione quando nell’Eucarestia unisce il cielo e la terra) e posare poi, questo cerchio sulle sue labbra, abbiamo compreso con gioia che Maria, dopo averci uniti a Dio nell’Incarnazione, continuamente scende dal Cielo per comunicarci il suo respiro d’amore, come sigillo materno di una totale, indissolubile unità con Dio, e donarci nel suo amore, la Grazia di Dio,

 

perché l’umanità sia riunita attorno a lei, a formare “una sola cosa” in Cristo, una sola famiglia, una ETERNA COMUNIONE D’AMORE.

 

                  

Regina della Famiglia

 

della Pace e dell’Unità

 

 

MADONNA DELLE GHIAIE 3

 

 

La pala d’altare della pittrice “Vitalba”traduce sulla tela l’apparizione della Madonna alla piccola Adelaide Roncalli la sera di Pentecoste del 28 maggio 1944 - la più importante del ciclo epifanico di Ghiaie.

 

 

 

La prima figura che emerge maestosa nella pala d’altare è Maria

Circonfusa di luce increata, rivestita di Carità (il vestito rosso) e di Speranza (il manto verde), Maria affiora con forza dal centro della pala d’altare - in tutto il suo regale splendore (corona dorata sul suo capo) e in tutta la purezza del suo corpo (rose bianche ai piedi) – come immagine della Chiesa

 

 

 

Strettamente correlati alla figura Maria, quattro motivi offrono in sequenza il percorso di comprensione dell’intero complesso pittorico e indicano chiaramente in Maria il luogo dell’Unità

 

 

 

1. La  coppia di colombi neri nelle mani di Maria

2. Il coro di angeli azzurri e rosa, disposti a coppie, intorno a Maria

3. Due santi apostoli Matteo e Giuda Taddeo al fianco di Maria

4. La coppia di colombi bianchi che volano nella luce sopra il capo coronato di Maria

 

 

 

 

 

 

 

1. I colombi neri nelle mani di Maria

PASSAGGIO DI CONVERSIONE DALLA DIVISIONE ALL’UNITA’

 

L’immagine formata dalla coppia di colombi neri e dalle mani di Maria attrae per prima lo sguardo perché costituisce un insieme di due figure antitetiche.

Il contrasto fra il nero dei colombi e il biancore delle mani di Maria, fra la tendenza all'incontro delle sue mani e la divaricazione delle teste dei colombi che guardano in direzioni opposte è davvero stridente

I colombi neri ci parlano di ostilità, violenza e morte.  In loro riconosciamo una coppia divisa, due fratelli nemici, un’amicizia spezzata, due persone rivali, due popoli in guerra; ovvero il simbolo di tutte ostilità che dividono una persona dall’altra, ad iniziare dal conflitto che separa una madre dal bambino nascente in lei.

Al primo sguardo questa immagine crea disagio. Non riusciamo a vedere tanto male nelle mani pure di Maria.

Ma, allorquando, a una lettura più attenta, ne scopriamo il significato positivo, e comprendiamo che le mani di Maria costituiscono, per i due colombi neri, un rifugio e una protezione,  il disagio iniziale scompare e lascia il posto a una grande speranza.

Nelle mani di Maria, iniziamo allora, a riconoscere il luogo della conversione, l’uscita da ogni divisione, il passaggio dall’oscurità alla luce, la liberazione da tutti i conflitti e dalle mille guerre fratricide che dividono l’umanità, il luogo della Vita e della generazione di un Tempo nuovo: il Tempo dell’amore, della pace e dell’unità.

 

2. Il coro di angeli azzurri e rosa, disposti a coppie

LETTURA VERTICALE: UNITA’ NELL’AMORE

 

Continuando il percorso di comprensione inizialmente tracciato, scendiamo col nostro sguardo lungo la linea verticale che passa nel mezzo dei due colombi neri, attraversa il corpo glorioso di Maria, e conduce in basso alle quattro coppie di angeli rosa e azzurri: seconda importante immagine-chiave dell’intero complesso pittorico.

In questa immagine, riconosciamo dapprima, con immediatezza, l’insieme degli angeli che pregano e contemplano Maria   

Ma osservando con attenzione gli elementi peculiari di questo coro di angeli ai piedi di Maria, vediamo trasparire in loro anche la totalità del genere umano:

- la loro statura, inferiore alla Vergine Santa che indica il diverso grado di elevazione rispetto a lei,

- la loro disposizione a coppie,

- il numero delle coppie (quattro),

- e i colori di ogni coppia (azzurro-maschile e rosa-femminile)

ci permettono di riconoscere, con evidenza, in questo coro, la figura dell'umanità intera (distinta nei suoi principi originari maschile e femminile) elevata alla dimensione angelica.

Questo coro si mostra perciò come il luogo della comunione eterna d’amore che vive in cielo e sulla terra, dove angeli e uomini insieme, pregano e contemplano Maria.

Allora la stretta relazione di senso fra la prima e la seconda immagine del nostro itinerario ci apparirà in tutta evidenza.

Comprendiamo:

- che il coro angelico rappresenta il compimento dell’unità d’amore realizzata nelle mani di Maria.

- e che la conversione nelle mani di Maria, eleva l’umanità all’armonia e alla perfezione della dimensione angelica.

 

3. I due santi apostoli Matteo e Giuda Taddeo al fianco di Maria

LETTURA ORIZZONTALE. UNITA’ DELLA PAROLA

 

Dopo aver compreso la stretta correlazione di significato fra l’immagine dei colombi neri nelle mani di Maria e quella del coro angelico che prega attorno a lei, risalendo lungo la linea verticale del dipinto, lo sguardo incontra, nella parte mediana, la terza immagine-chiave di questo straordinario complesso figurativo: i due apostoli, Matteo e Giuda Taddeo, al fianco di Maria.

Vedendoli disposti su una stessa linea orizzontale, intuiamo subito in loro una continuità di significato. Che riusciamo senza difficoltà a scoprire ricordando semplicemente la posizione occupata da ciascuno dei due apostoli nella Bibbia:

il primo, Matteo, collocato all'inizio del Nuovo Testamento quale cerniera con i libri dell'Antica Alleanza, l’altro, Giuda Taddeo, alla soglia del libro dell’Apocalisse.

In questa luce i due apostoli ci appaiono con estrema chiarezza, come due porte della Parola di Dio.

E di conseguenza, Maria, in mezzo a loro, come il luogo della pienezza, dell’integrità e dell’unità della stessa Parola espressa nel Vangelo

Comprendiamo allora la stretta relazione fra questa terza immagine e le prime due:

in Maria, che stringe nelle mani due colombi neri, attorniata dal coro angelico e affiancata da due santi apostoli, riconosciamo, insieme, l’unità d’amore e l’unità della Parola, che dalla Genesi all’Apocalisse, canta ininterrottamente l’amore del Creatore per la Sua creatura come amore di coppia, amore fra due amanti, due fidanzati, due sposi.

 

(nel Vangelo di San Matteo si trovano le affermazioni di Gesù sull’indissolubilità della coppia umana – 19,3 – sull’elevazione angelica dell’umanità alla resurrezione - 22,30 – e l’avvertimento sulla comparsa di falsi profeti che alterano la Parola – 7,15

A Giuda Taddeo Gesù ricorda che l'osservare la Parola di Dio è la condizione dell'essere una cosa sola - Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio l'amerà e verremo a lui, e faremo una cosa solaGv 14,22- Nella sua lettera San Giuda Taddeo mette in guardia i fedeli dalle cattive dottrine dei falsi dottori che portano divisioni)

 

4. La coppia di colombi bianchi che volano nella luce

MODELLO ETERNO DI UNITA’

 

Tutti i significati fin qui brevemente espressi li possiamo ritrovare da ultimo, nella quarta immagine-chiave nel dipinto: la coppia di colombi bianchi che volano nella luce, raffigurati nella parte alta dello stesso dipinto

Nel candore di questa coppia, tanto discordante dal colore nero dei colombi collocati nelle mani di Maria, possiamo riconoscere innanzitutto il modello originario d’amore puro perduto da questi ultimi, ma anche il modello offerto per la loro liberazione.

I due colombi bianchi ci ricordano:

- che l’uomo è stato creato da Dio come coppia di persone unite dallo stesso ritmo e dallo stesso respiro d’amicizia e d’amore per essere una carne sola, una sola cosa, e rivelare nel loro amore la stessa vita divina, nella quale una Diade di Persone amanti rivela la Terza Persona,

- e che Dio stesso ha voluto stringere con l’umanità, in Cristo, un autentico legame d’amicizia per unirci alla Sua divinità, indicando proprio nell’unione di due, uniti nel Suo nome, il luogo vivo della Sua Chiesa.

In questa coppia riconosciamo altresì, l’immagine dell’amore nella dimensione più pura e perciò la più bella diade d’amicizia e d’amore che l’umanità abbia mai conosciuto, la coppia santa e immacolata che ha cancellato il peccato dei Progenitori realizzando pienamente e in tutta concretezza, nella nostra esistenza, il modello umano-divino d’amore eternamente vivo nel Cielo di Dio: Gesù e Maria, la purissima coppia dell’Incarnazione.

 

LA CROCE DI CRISTO IN MARIA

 

Giunti a questo punto, se allarghiamo lo sguardo all’intero complesso pittorico e concentriamo l’attenzione sulle due linee, verticale e orizzontale, in relazione alle quali abbiamo condotto il nostro percorso di comprensione, vedremo delinearsi, sopra l’immagine di Maria, una croce.

Ci accorgiamo che le due linee, verticale e orizzontale, si intersecano nelle mani di Maria, proprio là dove si trovano i colombi neri, nel fuoco dello stesso dipinto.

E scopriamo così, che la croce è il segno nascosto del dipinto, la vera chiave.

Nella croce, Maria appare allora al nostro sguardo quale luogo supremo della verità dell’amore di Cristo che proprio sulla croce ha svelato la radice di ogni divisione aprendo il tempo nuovo dell’unità mediante la riconciliazione e il perdono.

 

Nel suo vestito rosso - colore del fuoco divino d’amore sceso a Pentecoste, nel suo manto verde - colore della vita e della speranza,

circondata dal coro degli angeli rosa e azzurri nei quali traspare e l’umanità liberata dai conflitti ed elevata all’armonia del cielo,

affiancata dai due santi apostoli Matteo e Giuda Taddeo, custodi dell’integrità e unità della Parola,

Maria emerge con forza dalla pala d’altare in tutto il suo fulgore di purissima regina del cielo e della terra.

In lei riconosciamo

l’immagine della Chiesa, luogo dell’Unità con Dio e della Comunione.

 

quando verrà il tuo Regno, Signore? il mio Regno verrà quando due saranno uno (San Clemente Romano, seconda lettera ai Corinzi.

 

 

Pellegrinaggio al Torchio di Ghiaie

                                                                  

                            Perché siano una cosa sola come noi (Gv. 17,11)

 

 

Alla cappella delle apparizioni della Santa Famiglia    

l’anima della chiesa, il passaggio

la Croce

 

davanti al mosaico                                                                                           

parte prima : l’uscita                         

la divisione

 

davanti al mosaico                                                                                           

parte seconda : il ritorno                                          

la conversione

 

contemplando l’icona della regina della Famiglia         

parte prima : la porta

l’ingresso

 

contemplando l’icona della Regina della Famiglia                    

parte seconda : la dimora

l’accoglienza

 

nella chiesa della Sacra Famiglia                                                      

il cuore, l’Eucarestia, la luce

 

 

 

 

La verità del Torchio

 

Come un pellegrinaggio interiore, l’itinerario spirituale proposto in questo libro è basato su di una lettura attenta delle parole e della simbologia offerta da Maria SS. Regina della famiglia durante le apparizioni avvenute nel villaggio del Torchio, ultimo lembo di terra della Parrocchia di Ghiaie, Diocesi di Bergamo, nel maggio del ’44.

La semplicità di questo itinerario, nel quale si può facilmente ritrovare quello stesso camminino di conversione e di comunione con Dio perennemente indicato e testimoniato dalla Chiesa, permette ad ogni pellegrino, non solo una facile comprensione del messaggi, ma anche un arricchimento della propria storia personale e dei propri riferimenti culturali. 

Lungo tale cammino, ognuno potrà infatti riflettere sulla propria condizione interiore. E meditando sul significato delle parole e delle figure donate dalla Madonna, potrà collocarsi nel passaggio che il Cielo, qui, ha aperto all’umanità, per incontrarla.

Poiché la verità del Torchio è proprio un passaggio, e dunque una trasformazione, un passaggio al Cielo, attraverso il modello perfetto di amore della Santa famiglia di Nazaret, verso il quale l’uomo è invitato a rivolgere lo sguardo, che troppo a lungo ha piegato verso la terra, tanto da perdere il fine stesso della propria esistenza : “essere famiglia” con Dio.

 

 

 

 

Alla cappella delle apparizioni della Santa Famiglia

 

l’anima della chiesa, il passaggio

la Croce

 

 

Il passaggio di una frontiera

 

Il pellegrino che per grazia di Dio, conosciuta la storia delle apparizioni della Santa Famiglia di Nazaret, avvenute nel maggio del ‘44, si metta in cammino per  raggiungere questa terra benedetta, attraverserà dapprima l’abitato della Parrocchia di Ghiaie e si dirigerà poi verso la frazione del  Torchio dove si trova la cappella della apparizioni, fatta erigere, qualche mese dopo questi eventi, da Mons. Adriano Bernareggi, Vescovo di Bergamo, che in questo luogo santo, nel luglio di quello stesso anno, venne come pellegrino, per pregare coi fedeli il S. Rosario.

Il breve tratto di strada che unisce la Parrocchia di Ghiaie al villaggio del Torchio, ora può essere compiuto senza difficoltà lungo vie asfaltate, affiancate da molte recenti abitazioni.  Guardandosi intorno, il pellegrino potrà infatti, intuire senza difficoltà quanto sia cambiato, da allora, l’ambiente di vita; ma rammentando alcune fotografie osservate sui libri che narrano quegli eventi straordinari, egli potrà comunque immaginare il paesaggio agreste di allora, fatto di sentieri, rogge, campi, bosco, casupole, e cascinali. E capirà che questa distanza fra la Parrocchia ed il villaggio del Torchio, oggi colmata dalla nuova urbanizzazione, in quegli anni era invece ben segnata da un diaframma naturale, costituito da un ambiente campestre, rustico, e un po’ selvatico, posto quasi a delimitare una zona di confine ideale fra le due comunità : una all’estremo limite della civiltà, “quelli di Ghiaie”, e l’altra immersa e perduta ancora nella selva, “quelli del Torchio”.

 La distanza fra queste comunità, d’altra parte, non era soltanto spaziale, ma anche di mentalità, tanto che “quelli del Torchio”, per la loro lontananza dalla Chiesa parrocchiale di Ghiaie, abitando in cinque sperduti casolari immersi nella campagna e nei boschi, erano anche appellati col nome di “selvatici” e “abissini”, connotati così alla stregua delle popolazioni di un continente lontano, non ancora civilizzato, assimilati a quei primitivi cui veniva attribuita una natura  ferina e inospitale, che le ignobili leggi razziali di quegli anni avevano ulteriormente confinato.

Ma proprio tale lontananza della gente del Torchio sarà la prima occasione di riflessione per il pellegrino, che approfitterà di questo breve tratto di strada, per pensare e immaginare la dura esistenza della gente di questo villaggio e della piccola Adelaide Roncalli in particolare, potendo così cominciare a condividere almeno un po’, intimamente, il peso di quell’umiliante condizione.  E in tal modo, passo dopo passo,  partecipando al loro disagio, proverà una spontanea simpatia per la condizione di  abbassamento vissuto da loro.

Il pellegrino inizierà così, proprio da questa riflessione, il proprio itinerario, cominciando ad entrare, idealmente, nella dura esistenza del povero villaggio del Torchio, fatta di sofferenza, fatica, indigenza, esilio ; e lungo questo passaggio, camminando per queste strade che lo portano alla cappella, comincerà a varcare contemporaneamente, quale inizio dell’itinerario interiore, anche la zona intermedia fra la civiltà, che il pellegrino ha lasciato alle proprie spalle, e una nuova condizione, ancora sconosciuta, solo intuita, verso la quale si dirige : una condizione umile e bassa, disprezzata, fatta di povertà ed esclusione, di dolore e indigenza, incerta e oscura.

Per questo avvertirà, dentro di sé, la sensazione, sempre più crescente, di camminare verso una frontiera ; anzi, di attraversare una frontiera, un confine ideale, uno spazio interposto fra un mondo e un altro, che gli permette però di entrare in una dimensione nuova, dentro le vicende eccezionali di un passato recente che, proprio in questo luogo tanto piccolo e sconosciuto, gli viene incontro con tutta la sua straordinaria vivissima realtà.

 

La cappella : preghiera e anima della Chiesa

 

Raggiunti e superati i cascinali del Torchio ed il casolare dove abitò la piccola Adelaide, il pellegrino, dopo un altro brevissimo tratto di strada, arriverà finalmente al sacro edificio che ricorda le apparizioni della Santa Famiglia di Nazareth ; e lo vedrà ornato di fiori, scorgendo subito, oltre la grata, molti quadri devozionali. Ma la sua attenzione sarà attirata soprattutto dalle due immagini più importanti custodite all’interno:

sul piccolo altare potrà infatti vedere una piccola statua della Madonna, Regina della famiglia, col manto verde ed il vestito rosso, che tiene due colombi scuri stretti nelle mani all’altezza del Cuore;

e dietro a questa statua, sopra il muro di fondo, un grande mosaico ricco di figure, fra le quali individuerà facilmente la stessa immagine rappresentata nella piccola statua della Madonna che tiene i colombi sul proprio Cuore.

Egli osserverà a lungo e con cura la statuetta ed il mosaico, ma non cercherà immediatamente di svelarne i significati che già intuisce, decidendo invece di rimandare questo lavoro di riflessione : esse infatti, mostrano una tale complessità iconografica da richiedere una approfondita meditazione.

Anche perché, stando qui, di fronte alla cappella, in mezzo alla preghiera dei fedeli, il pellegrino avverte la sensazione, sempre più profonda, di essere arrivato in luogo sacro, di trovarsi davanti ad un segno molto importante di un “passaggio” eccezionale, davanti alla “traccia” evidente di un evento straordinario, ancora gelosamente custodita da sacerdoti, religiosi, abitanti del posto, e dai pellegrini, che numerosissimi accorrono per pregare e rinnovare così lo spirito di quei giorni straordinari nei quali una moltitudine immensa di persone intraprendeva lunghi e faticosi viaggi per raggiungere questo povero villaggio, e arrivare nel “luogo della Madonna”, dove il  Cielo si era aperto per incontrare la terra.

E unirà allora la sua preghiera a quella degli altri pellegrini, riversandola nel grande tesoro di orazioni che i fedeli hanno rivolto e offerto, in tutti questi anni, alla loro Madre, con il titolo di Regina della famiglia, avvertendo sempre più  di essere collocato in una vastissima comunione orante, che si estende, dal tempo delle apparizioni, oltre il luogo della cappella, diffondendosi, come un onda sacra, nella natura circostante, e poi oltre ancora, verso quel cielo meraviglioso della terra bergamasca.

Qui egli percepirà di trovarsi in un luogo dove tutti sono chiamati alla comunione, ad “essere famiglia”, e a ognuno, in particolare, viene richiesto un silenzioso e faticoso impegno del cuore, uno sforzo mentale, un coinvolgimento di tutta la persona, ad ascoltare, a capire1, ad entrare nell’intimità della Chiesa, nella Sua stessa anima 2.

Nella preghiera e nella meditazione attenta dei messaggi e delle visioni della Regina della famiglia egli avvertirà chiaramente, dentro di sé, che tutto al Torchio di Ghiaie parla dell’anima e della Chiesa, avvertendoLa fortemente come Presenza reale nella propria intimità.

Poi, tornando ad ammirare quel cielo e la natura intorno, potrà immergersi nella sacra atmosfera di quel maggio del ‘44, avvolto nello spirito di quei giorni che ancora vive in questo luogo, nei quali la Misericordia di Dio ha concesso alla Santa Famiglia di visitare l’umanità. E ripensando alla marea umana che a migliaia inondava tutto questo territorio, d’un tratto si sentirà abbracciato  da quell’immensa moltitudine, immerso in quell’immenso spazio sacro, abitato da canti, preghiere, invocazioni ; spazio incommensurabile, perché tutto al Torchio era preghiera, tutto era pentimento, confessione, riconciliazione e comunione : tutta quella terra bergamasca era diventata una sola chiesa che tendeva al Cielo, come un paradiso 3 : una chiesa pellegrina, devota e penitente come non mai, orante giorno e notte senza sosta e senza confini, estesa progressivamente oltre il Torchio, alle valli intorno, alle provincie vicine, alle regioni d’Italia e al mondo intero.

 

 

La Chiesa e la Croce

 

Ma d’un tratto, avvolto da questa immensa onda sacra, in quel mare di folla, il pellegrino si sentirà, improvvisamente, attonito, allorché il suo sguardo verrà attirato da un lunghissimo interminabile corteo di malati che, attraversando quella moltitudine immensa di fedeli, procederà lentamente, verso il “luogo della Madonna”,  come un fiume rosso, ingrossato sempre più , sotto gli sguardi afflitti e angosciati di migliaia e migliaia di persone. Questo corteo doloroso, di barcollanti sulle stampelle, sorretti da braccia pietose, portati sui lettucci, barelle, autolettighe, seggiolini e carrozzelle, questo fiume di sofferenza, questa umanità lacerata, sfinita, spezzata in ogni parte avanzerà lentamente davanti a lui, dirigendosi verso la fonte della Grazia, come una via della Croce, immagine viva della Chiesa sofferente, immagine di Gesù piagato e piegato sotto il peso della Croce.

Ma quel che maggiormente colpirà il suo sguardo sarà la visione di tanti bambini malati 4 , tanti e tanti bambini che porteranno nella carne e nello spirito le conseguenze del male, icone viventi dell’Innocente Crocifisso, della Chiesa pura e santa che espia il peccato grazie al sangue dei suoi martiri innocenti. E partecipando a questo immenso dolore innocente, il pellegrino, afflitto da questa visione, inizierà così, inconsapevolmente, ad entrare nel centro del mistero delle apparizioni della Santa Famiglia al Torchio di Ghiaie, nel cuore stesso di questo luogo sacro, divenuto anima della Chiesa ; perché qui egli entrerà nello stesso mistero nuziale di Cristo e della Chiesa, nella via di salvezza, dentro il passaggio che conduce alla luce della Grazia, e che costituirà, a partire da questa visione dolorosa, anche il proprio itinerario interiore.

Poi, continuando a guardare con profonda tristezza quel corteo sanguinante di creature innocenti, il pellegrino, alzando gli occhi al cielo, lo vedrà prolungarsi oltre il Torchio di Ghiaie, al mondo intero, sfociare nell’oceano della sofferenza universale, patita soprattutto dai piccoli in ogni angolo della terra, segnata in quel tempo dalla ferocia del conflitto mondiale, e dalle terrificanti brutalità e torture dei campi di sterminio.

Di fronte a tale spettacolo di inaudito dolore, il pellegrino non potrà che chinare il capo, colpito duramente da questa tremenda visione, e mediterà sulla Provvidenza divina che permette, esclusivamente per amore, la punizione di un innocente, come il Figlio amatissimo, in sostituzione del colpevole, la sofferenza di un numero sterminato di innocenti in riparazione dei peccati del mondo ; una volontà divina che, per la salvezza delle anime, può far ricadere i peccati dei padri sui figli anche quando questi ultimi non possono comprendere il motivo della propria sofferenza5 .

Il pellegrino assocerà allora questa visione dolorosa alle gravissime parole di ammonimento rivolte dalla Madonna alla piccola Adelaide e sarà costretto a meditare con fatica sui messaggi assai duri e severi che la Regina del cielo e della famiglia è venuta a dare, proprio qui, all’umanità intera6, condotto inevitabilmente da queste parole della Madre Addolorata a pensare intensamente alla Chiesa, quale Sposa di Cristo Crocifisso. E capirà che al Torchio di Ghiaie egli è arrivato, non per sostare, ma per intraprendere un nuovo cammino, un lungo difficile sentiero, a partire proprio da questo legame indissolubile che lega la Chiesa alla Croce, affinché si  traduca in un incontro fra ogni anima e la stessa Croce di Cristo7 .

 

Il Torchio e la Croce

 

Egli è infatti giunto al Torchio che è simbolo della Croce.

Non solo entrando in questo povero villaggio il pellegrino avrà ammirato, sopra il muro di un casolare, un  dipinto della Crocifissione segno di una grande devozione degli abitanti per la S. Passione e Morte del Signore, ma lo stesso nome del villaggio gli rammenterà alcuni passi della Bibbia sul simbolo del torchio quale figura del castigo di Dio e della sua ira : in particolare gli accenti durissimi del libro di Gioele e di  Isaia 8 . Oltre alla relazione tra il “sangue dell’uva” ed il manto di Cristo quale prefigurazione della sua Passione, già indicata dagli stessi Padri della Chiesa nel libro della Genesi, il nome del Torchio rammenterà al pellegrino anche il torchio mistico dei dipinti medioevali in cui il Salvatore, che pigia l’uva, viene Egli stesso schiacciato, simboleggiando così, il torchio, il luogo di cambiamento e di trasformazione attraverso il dolore e la sofferenza 9

Questo povero villaggio, allora, non gli ricorderà soltanto l’evento straordinario delle apparizioni, ma raffigurerà anche il luogo della Croce, luogo della Chiesa, del passaggio dalla morte alla risurrezione, dal dolore alla gioia, dalla condizione di peccato alla riconciliazione con Dio : lo stesso passaggio nel quale l’anima del pellegrino è collocata. : un preciso cammino di trasformazione dal peccato alla Grazia, dalla divisione all’unità, dall’ombra alla luce, attraverso Cristo Crocifisso 10 .

Del resto, venendo qui, dopo aver lasciato il proprio “mondo” alle spalle, egli comprende di aver davvero superato una frontiera che lo ha condotto a meditare sulla condizione di povertà dell’uomo e a partecipare alla vita di abbassamento vissuta dal Signore, a cominciare dalla sua nascita nella stalla-grotta di Betlemme, lungo tutta la sua esistenza a Nazaret, fino alla morte sulla Croce.  

 

dalla luce alla luce

 

Il pellegrino comprenderà ancor di più che al Torchio di Ghiaie egli si trova a meditare sul simbolismo del passaggio, allorché, addentrandosi nella dinamica stessa delle apparizioni rifletterà sull’intervallo di tempo intercorso fra i due periodi  distinti in cui è suddiviso questo evento straordinario : da sabato 13 a domenica 21 - e -  da domenica 28 a mercoledì 31.

Leggendo la storia di questi eventi straordinari, il pellegrino noterà dapprima che le visioni donate alla piccola Adelaide sono cominciate nel giorno di sabato, che è dedicato alla Madonna, ma la sua attenzione sarà attirata soprattutto dalla pausa fra le due domeniche : dal 21 e al 28 maggio.

Infatti, dopo la visione di domenica 21 maggio, la Madonna e la santa Famiglia non si mostrarono alla piccola Adelaide per una settimana, fino alla domenica successiva 28 maggio; intervallo di tempo lasciato volutamente da Maria SS. affinché tutti coloro che erano accorsi al Torchio di Ghiaie avrebbero potuto riflettere sul contenuto dei messaggi e delle visioni offerte sino a quel momento11 .

Così, anche il pellegrino, seguendo lo stesso invito della Madonna, sarà invitato a pensare, e comincerà ad intuire che la Madonna, quale madre sapiente, ha voluto in quel modo, non solo ammaestrare gli uomini ad usare l’intelligenza ascoltando attentamente la sue parole, ma soprattutto a riflettere su quello stesso intervallo di tempo preciso posto fra due domeniche : da domenica 21 - a domenica 28.   E rammentando che la domenica è il giorno del Signore, comprenderà che questo intervallo è collocato fra due tempi di luce, che vuol dire dal giorno della luce al giorno della luce, da luce a luce ; come se, in quel modo emblematico, Maria SS. avesse inteso far pensare ad un passaggio, volendo richiamare alla mente la stessa creazione del cosmo e dell’uomo nella luce, far meditare poi sulla storia del peccato espiato e vinto dal Signore con la Croce, e infine indicare la luce gloriosa della Resurrezione : dalla luce all’ombra e finalmente di nuovo alla luce per l’eternità, attraverso la Croce, simbolo dunque del cammino compiuto da Cristo per la redenzione dell’umanità, cammino di salvezza per ogni anima : dall’eternità all’eternità, da Dio a Dio, “da Colui che è che era e che viene”12

A questo punto della riflessione, il pellegrino comprenderà allora con maggior evidenza, che il Torchio è un passaggio sacro, una porta di ingresso nell’anima della Chiesa, nella Casa di Dio, nella casa e nella vita della Sua Famiglia, nelle mani della Chiesa, nelle stesse mani della Regina della famiglia, per ascoltare, imparare, pregare, e cambiare il proprio cuore, trasformato nella luce eterna di Dio ; e capirà che la Regina della famiglia, la Colomba Immacolata Sposa della Croce, è scesa qui, al Torchio, con la santa Famiglia di Nazaret, proprio per rinnovare nei cuori questo linguaggio d’amore nuziale della Chiesa, e ripetere all’umanità che “ proprio dall’alto della Croce lo Sposo ha teso la mano della Sua Grazia e della Sua Misericordia, mettendo fine - mediante i meriti della Sua passione e morte - all’inimicizia che sin dal peccato originale separa l’uomo da Dio”13 , la terra dal Cielo.

 

 

Davanti al mosaico

 

parte prima :l’uscita

la divisione

 

 

il mosaico e la visione

 

Collocato idealmente nella pausa lasciata dalla Madonna per meditare sui messaggi da Lei donati, il pellegrino, che si trova in devota preghiera davanti alla cappella delle apparizioni, rivolgerà allora la propria attenzione al grande mosaico posto sopra il muro di fondo del sacro edificio.

In questa opera d’arte, le sante figure della Madonna e di S. Giuseppe sono rappresentate in primo piano, ai due lati dell’immagine, ma in due atteggiamenti diversi :

la Madonna è rivolta frontalmente verso il pellegrino e tiene nelle mani, raccolte in preghiera sopra il Cuore, due colombi scuri ; come la statua posta sul piccolo altare.

S. Giuseppe invece, è rappresentato di spalle ; guarda la Madonna e tiene per mano il Bambino Gesù. Il santo, così raffigurato, appare come in procinto di uscire dal tempio in cui si trova insieme alla Madonna e al bambino; tempio indicato da due colonne, nel quale dimorano alcuni animali domestici.

Sullo sfondo del mosaico il pellegrino noterà infine un campo di gigli e la testa di un cavallo, verso il quale il santo è diretto.

Di fronte alla complessità dei motivi rappresentati in questa composizione, il pellegrino dovrà allora ricorrere a qualche libro che narra le apparizioni, e capirà che l’autore del mosaico ha voluto sintetizzare la parte conclusiva della visione di domenica 21 maggio.

Occorrerà perciò che egli segua attentamente tutto il racconto fatto dalla piccola Adelaide.

 

La chiesa abitata dal Dio Bambino, accanto ai due genitori terreni, richiamerà ovviamente la vita di umiltà e semplicità della Santa Casa di Nazaret, modello di ogni abitazione umana, l’abitazione che Dio ha prediletto sulla terra sopra ogni altra abitazione, la più cara dimora nella quale Dio ama vivere.

Ma, continuando a svolgere questa meditazione, e pensando che la più cara dimora per il Signore è l’anima umana, il pellegrino scoprirà anche un altro significato da attribuire all’immagine della chiesa :

la Madonna, non ha voluto soltanto ricordare la chiesa come dimora di Dio, rammentare la vita di preghiera e di unità d’amore nella Santa Casa di Nazareth in cui Ella ha vissuto col Signore e con il suo sposo Giuseppe, ma anche offrire, in visione, una stupenda immagine dell’anima umana raffigurata proprio come abitazione di Gesù e della sua Santa Famiglia, come una Nazaret, nella cui interiorità, nella stanza più raccolta, si trova lo stesso Signore coi suoi santi genitori, come nella Santa Casa.

Questa visione dunque, lega strettamente l’anima umana alla Santa Famiglia, Che costituisce così il centro della spiritualità, il modello di vita al quale ogni uomo deve conformarsi perché radicato nel cuore della persona.

 

gli animali domestici e i valori morali nell’anima

 

Del resto questa chiesa è figura dell’anima anche per la presenza degli animali, quali simboli di valori spirituali.

Nelle figure degli animali domestici, che ricordano la letteratura sacra dei bestiari medievali, il pellegrino potrà facilmente riconoscere i valori spirituali più importanti per la vita cristiana, connotata come vita di famiglia : nella pecora egli vedrà simboleggiata la virtù della mitezza, nel cane quella della fedeltà, nell’asino la pazienza, e nel cavallo la fortezza14 .

La pecora, il cane, l’asino ed il cavallo, non  sono mostrati dunque come semplici animali, appartenenti al mondo della natura, ma ognuno di loro è anche un emblema di valori, un simbolo ; non soltanto espressione della natura umana ma anche dello spirito umano.

Infatti, collocati inginocchio e in preghiera nella chiesa, appena dopo la porta, questi animali mostrano il legame di sottomissione del mondo della natura, in cui l’anima è collocata, al mondo dello spirito, e, attraverso lo spirito, a Dio.

Questi animali inginocchiati gli faranno comprendere inoltre, che il mondo dei valori trova la sua forza principale nella preghiera e nella sottomissione a Dio, ricevendo in cambio la forza e la luce della Grazia proveniente dalla preghiera incessante della Santa Famiglia. 

Nella posizione di sottomissione e di preghiera degli animali è visibile, perciò, un compito preciso affidato da Dio allo spirito umano : condurre la natura al Suo Amore.

Inoltre, nell’orientamento dello sguardo degli animali verso la Santa Famiglia in preghiera, il pellegrino potrà comprendere che a questi animali la Provvidenza ha donato un modello da imitare, un’immagine reale cui tendere, poiché di fronte a loro è stato collocato un modello di vita concreto e perfetto, un modello radicato nel Regno dei Cieli : la vita di Grazia della Santa Famiglia, l’Amore che Gesù è venuto a donare ed insegnare all’uomo in una dimensione famigliare, santa e virtuosa, autentica espressione dell’Amore eternamente donato fra le Persone della Santissima Trinità.

I valori spirituali simboleggiati dalle figure degli animali domestici sono dunque elemento fondamentale dell’anima umana, come più volte la Madonna ha insistito presso la piccola veggente raccomandandole di essere buona, ubbidiente, sincera e rispettosa verso il prossimo, paziente e coraggiosa nella sofferenza, imitando Gesù.

Così la pecora ricorderà al pellegrino, non soltanto il valore umano della mitezza, ma Cristo stesso mite e umile, Che ha incarnato questa virtù nella massima estensione legandola alla sua divinità, offrendo così all’umanità una infinita possibilità di espressione di questa stessa virtù. La pecora in ginocchio nella chiesa ha davanti a sé la propria immagine divinizzata nel Bambino Gesù in mezzo alla Santa Famiglia, nella quale il Signore ha vissuto questa virtù in modo esemplare, fino ad immolarsi quale agnello condotto al macello, sulla Croce per noi. 

Il cane gli ricorderà poi, il valore della fedeltà, dell’obbedienza e della sottomissione che conduce a Cristo, alla sua esistenza a Nazareth, fino al Suo Santo sacrificio della Croce, nel quale ha manifestato il punto inarrivabile di applicazione di questa virtù.

L’asino, infine, che ha portato Cristo stesso nel suo trionfo la domenica delle Palme, gli rammenterà la paziente sopportazione amorosa del Signore sulla Croce per amore dell’umanità, lungo tutta la sua vita. ad iniziare dal Suo Avvento.

E a questo punto della riflessione il pellegrino comprenderà meglio che i valori morali conducono a pensare la vita della Santa Famiglia, quale modello collocato al centro dell’anima e della Chiesa, e dunque a Cristo, alla Croce, nel passaggio alla luce, divinizzati dal Suo santo sacrificio, come divinizzata dal Suo sacrificio è l’intera umanità.

 

L’uscita dalla porta della chiesa :la divisione dalla Grazia e dai valori

 

Pensando all’anima raffigurata come una chiesa, il pellegrino rivolgerà infine la sua attenzione, dopo la pecora, il cane e l’asino, all’ultimo animale-simbolo presente nella chiesa : il cavallo ; e osservando la sua azione distruttiva, intuirà di essere arrivato ad un passaggio importante della propria riflessione, perché dovrà affrontare un tema difficile e doloroso.